• Home / RUBRICHE / Storie / Tensione e incertezza: ecco il nuovo Anno Giudiziario

    Tensione e incertezza: ecco il nuovo Anno Giudiziario

    anno_giudiziario08 Raccontare cosa è accaduto ad una cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario, a meno che non si tratti dell'inaugurazione romana al Palazzaccio, è troppo facile.

    E troppo facile sarebbe stato infatti giungere – a Reggio Calabria – nell'aula della Corte d'Appello, dare un'occhiata ed elencarvi le presenze o evidenziare il significato di alcune assenze. Riportare stralci

    della lettura della "relazione sull'amministrazione della Giustizia nel distretto di Reggio Calabria" del Presidente della Corte d'Appello Luigi Gueli.
    Bisogna invece riflettere su cosa rappresenta quest'anno per la Magistratura, la Giustizia ed il Paese.

    Non sono gli anni postbellici dove tutto era da ri-fare o fare per la prima volta.

    Non sono gli anni della minaccia – reale – del terrorismo. Nemmeno quelli in cui la mafia uccideva con imbarazzante leggerezza. Imbarazzante per uno Stato preso a schiaffi che ha ceduto, secondo le convenienze, parte di ciò che gli apparteneva.

    Non è l'anno in cui la Magistratura doveva difendersi da accuse sistematiche provenienti dalla politica e dalla continua approvazione di leggi i cui effetti la Corte Costituzionale ha provveduto ad eliminare. Per fortuna.

    E' un anno peggiore di tutti quelli passati. Perchè da qualche corto circuito oggi si è passati al vero e proprio blackout per la Giustizia italiana.

    A norma  di legge è più grave falsificare il titolo di sosta a pagamento che distrarre centinaia di miliardi da società quotate. E se hai avuto precedenti o condanne definitive è più facile essere membri del Parlamento che essere assunti come spazzini.

    Da un lato "i ricchi che rubano". Impuniti. Dall'altro le carceri piene di extracomunitari e tossicodipendenti. Da un lato il crimine organizzato che va perdendo l'immagine di villana consorteria per il persegumento di volgari interessi privati per assumere, anzi consolidare quella di multinazionale, e dall'altro gli uffici giudiziari costretti – dice il Presidente Gueli – "ad indagini di mercato per acquisti dell'ordine di 50 €".

    Nell'amministrare la Giustizia – dice Gueli –  "quando esistono tre incognite: numero di magistrati, numero del personale amministrativo e ammontare del budget si può solo vaticinare e non programmare, perchè un'equazione con tre incongnite è matematicamente irrisolvibile.
    Come se "l'amministrazione della Giustizia, assieme a "difesa dei confini ed educazione – afferma Gueli citando parole di Adam Smith dette non ieri, ma prima della rivoluzione francese – non costituisse uno dei tre pilastri del concetto di Stato" ma fosse un'onere di spesa.
    E le costanti restrizioni sui budget a disposizione degli uffici giudiziari testimoniano questa sensazione. Non solo.
    Gueli si sofferma sulle croniche carenze di organico.
    "Ottocentoundici posti scoperti a fronte dei 1000 introdotti nel 2001" quando invece nel triennio 65-67 furono banditi ben otto concorsi a fronte di un numero di laureati nettamente inferiore. P
    oi ricorda che a Reggio Calabria – "avamposto nella lotta alla criminalità organizzata" – oltre un anno non è bastato per avere un nuovo Procuratore Capo, mentre non è completo nemmeno l'organico della CdA.
    Il quadro negli anni che ci siamo lasciati alle spalle era, come si usa dire, "desolante". E' divenuto allarmante. Oggi viene da dire disastroso.
    La mancanza di un qualsivoglia equilibrio nei rapporti tra forze politiche e potere giudiziario è sicuramente causata per il venir meno dell'ultimo straccio di senso etico nella gestione della cosa pubblica, per una parte degli appartenenti ad esse, e per la sempre più frequente rottura degli argini di opportunità ed accortezza, per una parte dei togati.
    Dice bene Gueli, riferendosi all'apparato Giustizia, quando non rileva nella sua attività e in quella degli altri magistrati il compito di "indicare i colpevoli di tale drammatica situazione". "I successi hanno tanti padri e gli insuccessi sono orfani – osserva – ma è necessario che ciascuno nel suo ruolo produca il massimo sforzo per riavviare una macchina ferma". 
    Non è in discussione il "primato della politica" anzi afferma che "tale primato non si reclama o si declama, ma lo si esercita, possibilmente con la necessaria autorevolezza, non con autorità. Nessun pazzo si sogna il primato della Giustizia sulla politica."
    Intanto mentre si avvicendavano un membro del CSM ed un imbarazzato rappresentante del Ministero della Giustizia, negli uffici giudiziari, lì in trincea si lavora sodo.
    Lo stato della Giustizia è sotto gli occhi di tutti da talmente tanto tempo da avere perso "attrattività" financo giornalisticamente parlando. Tempi lunghissimi per i processi, sbandate dell'organo di autogoverno, tirate d'orecchie dall'Europa si risolvono con la volontà.
    La volontà politica di mettere mano ad una legislazione che Gueli definisce "caotica, farraginosa, improvvisata, lacunosa e di difficile lettura". La volontà politica di scegliere una giustizia veloce oppure garantita.
    Oggi a volere tirare la stessa coperta è venuta fuori una giustizia dove la "garanzia" di velocità viene meno a causa della "lentezza" procurata dalla – per usare un eufemismo – chiarezza poco europea dei codici di rito.
    La volontà politica di fare di non lasciare più i Tribunali nella condizione – come ha scritto il procuratore aggiunto di Torino, Bruno Tinti, in Toghe Rotte – di ricevere "camion carichi di carta facendo uscire camion carichi di carta".
    Di smettere, insomma, di "tritare l'acqua".