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    Il ritorno di Roberto Pennisi

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    Da CalabriaOra del 9 gennaio 2008

    Il look è curatissimo, come sempre, l'aspetto richiama in maniera evidente la figura del nobile siciliano d'altri tempi, la barba corta, ormai bianca, gli regala un alone intrigante.
    No, non è mai stato uno banale, Roberto Pennisi. Non lo è stato nel suo modo di apparire e non lo è stato – soprattutto – nelle attività poste in essere.
    Il magistrato siculo torna a Reggio, nella qualità di Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia applicato
    ad indagini specifiche, dopo 8 anni.


    E durante gli anni '90 a Reggio e provincia aveva lasciato il segno con numerose inchieste delicatissime portate a termine.
    Quella che, senza dubbio, costituisce la punta di diamante porta un numero che, in qualche modo, è entrato nella storia – giuridica e criminale – del territorio.
    Il numero è 41/93, la sigla identificativa nel Registro Generale Notizie di Reato che venne, appunto nel 1993, assegnata all'indagine, poi diventata processo "Tirreno".
    Le cosche della piana di Gioia Tauro vennero portate alla sbarra e condannate nella quasi
    totalità delle fattispecie contestate. Furono decine e decine gli ergastoli comminati nell'autunno del 1997 dalla Corte d'Assise di Palmi, presieduta da Antonella Mazzei, e poi in gran parte  confermati in appello e giudizio finale di legittimità.
    Il ritorno a Reggio, sia pure da "applicato", di Roberto Pennisi, ha il sapore, almeno in
    apparenza, di un deja-vu, ma lui specifica che, in realtà non è proprio così: "Sono qui" – chiarisce Pennisi- "per coadiuvare nella sua attività il collega Roberto Di Palma; di più non posso dire".
    Di più Pennisi non dice in ossequio al segreto cui è soggetto, ma, in verità, si tratta del
    segreto di Pulcinella, visto che è ben noto a tutti il fatto che proprio sulle attività criminose poste in essere nella piana di Gioia Tauro si concentra da tempo la massima parte dell'attività di Di Palma, magistrato che, peraltro, ha sviluppato gran parte del suo percorso professionale proprio  presso la Procura della Repubblica di Palmi.
    Tuttavia sarebbe errato pensare al "Tirreno" come unico momento significativo di indagine relativo alle cosche di quella zona: "Il processo "Tirreno" " – chiarisce Pennisi – "fu solo l'inizio di un percorso investigativo mai interrotto negli ultimi 13 anni. Da lì ne seguirono molti altri, ugualmente importanti che hanno rappresentato lo sviluppo logico di quanto emerso in anni di indagine e di dibattimenti.
    Il contributo, di portata enorme, offertoci dai collaboratori di giustizia ci spalancò le porte di un mondo criminale a noi per gran parte sconosciuto nelle dinamiche. Da allora abbiamo cominciato ad incidere sui flussi economici, grazie anche a strumenti normativi nuovi che hanno consentito
    di aggredire in maniera efficace i patrimoni acquisisti illegittimamente. Tutto ciò, però, parte dalla conoscenza del fenomeno criminale che abbiamo acquisito proprio grazie a procedimenti come "Tirreno" ".
    Negli anni le cosche reggine, e nella fattispecie quelle della piana di Gioia Tauro, sono
    state colpite in maniere durissima, sul piano personale e patrimoniale, eppure le attività criminali non sembrano conoscere momenti di sosta, al pari dell'incremento relativo agli appetiti delle consorterie mafiose: "La 'ndrangheta" – sottolinea Roberto Pennisi non prima di essersi lasciato andare ad una della lunghe pause del tutto tipiche del personaggio – "è uno dei due nomi propri della mafia;
    l'altro è cosa nostra. Entrambe durano nel tempo, al di là degli uomini che si susseguono nell'esplicazione delle attività. La mafia" – rimarca il Pm – "non è come la mafia del Brenta, la quale, scoperte e sgominate dinamiche e componenti, arrestato Felice Maniero, venne smantellata per sempre, per  un motivo semplicissimo: la mafia del Brenta non era mafia…"
    Una siffatta valutazione, perfettamente a cavallo tra il profilo storico e quello sociologico,
    sembrerebbe lasciare pochissimo spazio a speranze ed ambizioni per un territorio martoriato come il nostro: "La 'ndrangheta ce la porteremo appresso" – afferma con tono greve Pennisi – "finchè non riusciremo a spezzare l'intreccio perverso tra criminalità, politica ed economia".
    Gli occhi chiari di Roberto Pennisi si illuminano di un sorriso appena accennato ma assai ammiccante quando gli ricordiamo che proprio in questi giorni CO ha dedicato una pubblicazione dei sui "quaderni" alla vicenda-Sigonella che, nell'ottobre del 1985, portò ad un pericolosissimo braccio di ferro tra Italia ed Usa, Craxi e Reagan. Pennisi, nella qualità di magistrato competente territorialmente,  all'epoca in servizio alla Procura della Repubblica di Siracusa, visse in presa diretta quelle ore roventi e, per gran parte ancora ignote al grande pubblico: "In quella occasione trovo che l'Italia" – ricorda Pennisi – "mostrò i muscoli mentre, contemporaneamente, si allentava la cinghia dei pantaloni…ad ogni modo il racconto di quelle 22 ore e di tutto ciò che non si conosce ancora credo di rassegnarlo
    al pubblico quanto prima…"
    Roberto Pennisi, a Reggio, è ricordato come il Pm che, nel 1992, fece scoppiare la "tangentopoli" reggina, quella di Licandro e della fioriere; ma quanto ha inciso quel bubbone esploso all'improvviso?
    "Tanto, tanto" – risponde Pennisi tornando riflessivo prima di aprirsi ad un sorriso che fa in fretta a trasformarsi in risata e che prelude ad una risposta ad effetto- "almeno ha insegnato gli amministratori ad essere più accorti…"
    Si, ma come ha trovato Reggio dopo anni è la chiosa quasi obbligata; e la frase che Pennisi ci consegna prima di indugiare a microfoni spenti, come suo costume, sull'analisi di cravatta e scarpe del suo interlocutore è perfettamente esaustiva: "Mi avvalgo della facoltà di non rispondere"


    Giusva Branca