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    L’attesa per De Magistris è pari solo al declino del Paese

    italiada CalabriaOra del 7 ottobre 2007

    di Giusva Branca

    “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” diceva Brecht.
    E l’Italia, che di beato non ha proprio niente da un pezzo, pare – infatti – manifestare una necessità spasmodica di eroi.
    Sembra che, soprattutto in Calabria, sia pressocchè irrinunciabile la figura del cavaliere senza macchia e senza paura che, meglio se solo contro tutti,

    si gioca tutto sé stesso, in carne ed immagine, per fare trionfare il bene.
    Una figura probabilmente romantica ma anche terribilmente demodèè.
    Una figura attorno alla quale si coagulano attenzioni smodate, attese eccessive.
    Ma che strano Paese è questo? Stiamo diventando sempre più un popolo di tifosi, Rivera o Mazzola, Bartali o Coppi; un numero sempre più consistente di cittadini partecipa alle vicende dei singoli più che a ciò che essi rappresentano.
    Dalla vicenda-De Magistris, a questo punto, comunque vadano le cose ne esce a pezzi la magistratura calabrese. Viene fuori uno spaccato degli Uffici Giudiziari di Catanzaro assolutamente devastato, nella credibilità e, quindi, nella sua essenza primaria.
    Eppure in questo strano Paese in pochi prestano attenzione al fatto che – e qualcuno che lo urla a più riprese c’è ancora ma somiglia tanto al cane che abbaia alla luna – da anni il Csm decide di non decidere su nulla. Diatribe infinite (non certamente esclusive rispetto a Catanzaro) che restano per anni sui tavoli, senza che uno straccio di decisione venga presa, caselle strategiche negli organici di procure ed uffici giudicanti che restano vuoti per mesi o anni, perché quando l’equilibrio del castello è precario è meglio non toccare nulla, hai visto mai che viene giù tutto.
    Ed allora, per usare un termine tanto di moda ma vuoto nel significato intrinseco, viene da chiedersi se non sia proprio lo stesso Csm – cioè l’organo di autogoverno dei magistrati – a delegittimare l’operato della magistratura con il suo non muovere, non decidere, non fare.
    E così si lascia che situazioni insostenibili marciscano, portando sempre più su la cancrena.
    D’improvviso, però, la scelta s’impone, con la piazza a pressare, a rivendicare – pensate un po’ – “il diritto alla speranza per un popolo”.
    Ma che razza di Paese è mai questo se tutte le speranze, d’improvviso, sono riposte in un unico magistrato e per il quale toccherà (per una volta) al Csm decidere se ha portato avanti le sue attività seguendo l’unico precetto inviolabile, quello di essere soggetto soltanto alla legge, oppure no?
    Che cosa è diventata l’Italia, dove, presi da isteria collettiva, in pochi si accorgono che c’è un capogruppo regionale a nome Franco Pacenza arrestato addirittura in Sardegna dove si trovava in vacanza e condotto d’urgenza in catene in Calabria per poi essere prosciolto (non assolto, prosciolto in istruttoria)?
    Ma che Paese è mai uno dove una Nazione intera si appassiona per cercare di comprendere quale sarà una decisione tecnica di un organismo tecnico su valutazioni tecniche di un magistrato, mentre, intanto, nel silenzio generale, a Catania un altro Pm chiede 14 anni di carcere per un collega della Procura distrettuale di Messina accusato di avere manipolato i collaboratori di giustizia?
    Che maledizione di Paese è diventato questo se, mentre un Ministro di Grazia e Giustizia dialoga con un comico, un consulente tecnico di ufficio (una volta sorta di figura eterea, tecnica, notarile, quasi senza sembianze) chiede conto e ragione rispetto ad attività giornalistica accusando i giornali di starlo delegittimando???
    Il pericolo più grande che possa correre un magistrato è quello di innamorarsi delle proprie idee e quello che, invece, rischia di impadronirsi della gente è di innamorarsi a prescindere, di una figura.
    Non ci appassiona la diatriba De Magistris – Mastella. La dirimerà chi deve farlo, ma il fatto che, invece, la gente chieda improvvisamente ed a qualunque costo vendetta (rispetto ad ingiustizie sociali pesantissime e decennali) travestita da giustizia deve comunque fare riflettere.
    Perché soffermandosi sul dilemma De Magistris si / De Magistris no si continua a guardare il dito e non la luna. E si continua a non vedere che sta vacillando pericolosamente il senso delle Istituzioni che, se uno Stato c’è ancora, prescindono, sopravvivono a chi ne incarna lo spirito pro tempore.
    Se ciascuno tornasse ad occuparsi della propria sfera di competenza, a tutti i livelli, se i magistrati, come una volta, tornassero ad esprimersi solo attraverso gli atti giudiziari, se la politica fornisse alla gente le risposte che poi, invece, questa crede di trovare negli eroi moderni che si crea, sarebbe tanto di guadagnato per tutti.
     Ma da tempo – ormai – i più attenti hanno compreso che in questa sorta di parodia di un Paese che è l’Italia, dove Dulbecco fa la spalla di Fazio  a Sanremo,  qualcosa non funziona più.
    E, come scrisse l’ex direttore di CO, Paride Leporace, l’aria somiglia terribilmente a quella delle monetine all’uscita del Raphael della Prima Repubblica, mentre giorno dopo giorno, ora dopo ora, le agenzie battono uscite e dichiarazioni una più sgraziata dell’altra, una più fuori luogo dell’altra, senza buon senso e, tanto meno, buon gusto.
    Ma in Italia, da tempo, ormai, Bongusto è solo il nome di un cantante.

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