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    L’ambiente è androgino

    campanella
    di Raffaella Campanella* –
    Quando mi è stato proposto di dar seguito a questo delizioso “gioco intellettuale”, oltre all’ovvio piacere che ho provato per l’esserne stata coinvolta, sono stata immediatamente colta da una sensazione

    di inquietudine. Paradossalmente tale sensazione non mi derivava dal dover definire un presumibile genere da attribuire al termine ambiente, bensì proprio dal dovermi confrontare con questo specifico termine, la cui ambiguità di significato mi appariva assai più forte di quanto potesse essere quella connessa alla ricerca della natura del suo sesso. Si trattava, infatti, di quella tipica inquietudine che mi assale ogni qual volta entro in relazione con un termine abusato dall’uso comune a tal punto da divenire luogo comune, da perdere il suo molteplice senso primigenio a favore di una successiva banalizzazione multipla.  Quell’inquietudine che mi fa venire voglia di prendere congedo dalla mia vita di studiosa per dedicarmi all’ovvietà del quotidiano, così  come accade al protagonista dell’Uomo senza qualità di Musil (Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino, 1996) quando, riflettendo su un’espressione che ha letto in un articolo sportivo riguardo a “un geniale cavallo da corsa”, capisce che le sue categorie mentali sono saltate, non afferrano e non valutano più le cose (Roberto Calasso, Il terrore delle favole, in Id. I quarantanove gradini, Adelphi, Milano, 1991).
    Ma, e questo è un dato di fatto a tutti palese, io non sono la protagonista di un romanzo. Inoltre, e questo è un altro dato di fatto palese a me stessa, sono caparbiamente astorica. Pertanto mi accingo ad utilizzare comunque le mie categorie mentali per comprendere e determinare quale sia per me il significato del termine ambiente e, conseguentemente, quale sia il genere sessuale attribuibile a questo significato.
    Se guardiamo all’uso comune delle parole ci accorgiamo subito che la parola ambiente sopravvive soprattutto in due accezioni. Da una parte quella che, associando un solo significato al significante della parola, fa rimando a un unico assoluto, nel quale il termine ambiente coincide con il termine natura e diviene protagonista della più che mai attuale “questione ecologica”. Dall’altra quella che assume un senso del tutto opposto, moltiplicando e relativizzando significati differenti per lo stesso significante: è questo il caso in cui il termine ambiente viene utilizzato per rappresentare un qualsiasi scenario che funga da sfondo ad azioni individuali o collettive. Dietro la convenzionalità avvilente di queste due accezioni della parola ambiente credo che si celi una lunga storia tutt’altro che banale. Direi anzi che si apre la spirale stessa della storia del “mondo moderno”, dalla Grecia antica alla contemporaneità. Storia che ha inizio già nella Grecia arcaica, allorquando “la mente si scaricò del mondo con un gesto brusco, che durò qualche secolo […] e, nell’intrico di forme, cominciarono a isolarsi rettangoli abitati da nere figure, quelle figure avevano già dietro di loro il vuoto, un’area sgombra, finalmente senza significato” (Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, Milano, 1988). Ed è in questo grande vuoto che svaniscono le grandi società arcaiche quali immagine del mondo che le ingloba; svanisce il loro isomorfismo con il cosmo, la loro capacità di rappresentarlo e di esserne rappresentate; svanisce la materialità del significato; rimane l’immaterialità del significante. Il figlio del Cielo non è più l’asse del mondo, non è più l’asse della città….. altri assi verranno: dalla ragione, dalle geometrie. La hybris greca, che segna il passaggio dall’arcaico al moderno, genera il Grande Animale descritto da Platone, che racchiude l’umano, individuale e sociale, in un “se stesso” distaccato dal “resto”, in una “schiera” all’attacco del “resto” (Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, cit.); e, al contempo, genera Atene e il predominio della parola e della statua: figure isolate nel vuoto, forme necessarie al riconoscimento, significanti che precedono i significati. Ed è da qui che avrà inizio la “precessione del simulacro” (Jean Baudrillard, La precessione dei simulacri, in Id. Simulacri e Impostura. Bestie, Beaubourg, apparenze e altri oggetti, L. Cappelli, Bologna, 1980) quale elemento su cui fondare la conoscenza della “cosa”, degli “dei”e del “mondo”:  il nome prima della cosa, la statua prima del dio, la mappa prima del mondo.
    È, questo dei simulacri generati da ogni “nuovo pensiero moderno”, un tema di grande fascino e di grande importanza, io credo, anche per tutto ciò che concerne il “discorso urbanistico” sui modi di relazionarsi con l’interpretazione e il progetto di città e territorio (ambiente?) nella contemporaneità; ma non vi entreremo, certo, in questa breve digressione.
    Mi premeva, però, di esplicitare questo mio punto di vista e di prendere le distanze da questi usi (abusi), comuni, incoscienti e fieri, delle parole in generale e del termine ambiente nello specifico. In modo tale da potere abbandonare sia la compagnia degli assolutisti che quella dei relativisti – i quali fra l’altro, come i teologi nemici del racconto di Borges (Jorge Luis Borges, L’Aleph, Feltrinelli, Milano, 1952) che scoprono in cielo di essere la stessa persona, spesso coincidono – per intraprendere un percorso altro in cui vi propongo una differente interpretazione del termine ambiente, interpretazione dalla quale discenderà conseguentemente l’attribuzione di genere che, come il titolo ci ha svelato fin dall’inizio, trascende i lemmi “derivati” uomo/donna per comprendere i più “primitivi” maschio/femmina superandone però, al contempo, dualismo e opposizione.
    Tale interpretazione segue un percorso alla fine del quale la parola ambiente si trasla nella parola mito così come per Salustio “il mondo stesso poteva essere chiamato mito in quanto corpi e cose vi apparivano, mentre le anime e gli spiriti vi si nascondevano” (Salustio, Degli dèi e del mondo).
    Quello che mi interessava  cercare di verificare è se può esistere una concezione più profonda e, probabilmente, più primitiva del termine ambiente… un senso che appartiene forse al mondo e alla sua infanzia, ad un tempo in cui, così come accade ai bambini, si possedeva la capacità di vedere prima e di vedere oltre. Capacità che i bambini perdono col sopravvenire della cosiddetta “età della ragione”, così come ogni “umanità” l’ha persa, e ancora la perde, col sopravvenire di ogni nuova “cultura della ragione”. Quella cultura tipica di ogni “pensiero moderno” che, come abbiamo già detto, dalla grecità fino a noi procede per progressivi “alleggerimenti”: liberandosi via via del “senso” delle “cose”, lasciandocene soltanto il “nome” o il “segno”, la “parola” o il “disegno”.
    Ho tentato quindi un cammino che potesse permettermi di recuperare questo senso primitivo della parola ambiente. Un cammino, che parte dai dizionari per arrivare a trattazioni più ampie, e che vi riassumerò di seguito.
    Il vocabolo italiano “ambiente” deriva dal latino ambiens, -entis (participio presente del verbo ambire) che significa “andare intorno, circondare”. Anche in altre lingue europee, la parola “ambiente” evoca l’idea di un qualcosa che circonda: ciò vale per il termine francese envìronnement, per l’inglese environment, per il tedesco umwelt. Nel Vocabolario della Lingua Italiana dell’Enciclopedia Treccani (1986), ambiente è definito “la natura, come luogo più o meno circoscritto in cui si svolge la vita dell’uomo, degli animali, delle piante, con i suoi aspetti di paesaggio, le sue risorse, i suoi equilibri, considerata sia in sé stessa sia nelle trasformazioni operate dall’uomo e nei nuovi equilibri che ne sono risultati, e come patrimonio da conservare proteggendolo dalla distruzione, dalla degradazione, dall’inquinamento”.  L’ambiente, in tali definizioni, è inteso dunque più come un luogo di modificazioni e di processi storici, che non come una questione di essenze e di concetti in cui vivono l’una accanto all’altra natura e cultura.
    Era quindi necessario compiere un passo successivo. E questo passo mi ha condotta al vocabolo francese milieu.
    La voce francese milieu non trova una semplice e letterale sostituzione terminologica nella lingua italiana. Infatti il concetto più simile è quello di ambiente, che però, come abbiamo visto, si riferisce allo spazio circostante, considerato con tutte o con la maggior parte delle sue caratteristiche. In altri termini, definisce tutto ciò che circonda l’essere umano. Ma il concetto più pregnante è, invece, quello di profondo, ed è in questo senso che il milieu diviene ciò che “indica quelle caratteristiche profonde dei luoghi, plasmate nella relazione, storicamente situata, fra spazio e società” (F. Governa, La dimensione territoriale dello sviluppo socio-economico locale: dalle economie esterne distrettuali alle componenti del milieu, in A. Magnaghi, Rappresentare i luoghi. Metodi e tecniche, Firenze, Alinea, 2001). Il concetto di milieu comprende, quindi, al suo interno una correlazione tra spazio e società, tra natura e cultura; pone in termini relazionali le attività umane e lo spazio dove queste si svolgono.
    In quest’ottica la comprensione delle “caratteristiche profonde” dei luoghi trascende la mera fisicità dei cosiddetti “caratteri ambientali”. Essa non può, infatti, scaturire unicamente da una forma di conoscenza di tipo algoritmica, che enuncia ed enumera dati di fatto in forma predicativa; ma necessita, piuttosto, di un sapere altro: un sapere fatto di immagini, figure, storie… miti. Un sapere in cui il mito rappresenta un punto di incontro tra natura e cultura, tra sensibilità e intelletto (Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Mondadori, Milano, 1966) e che contiene in nuce un forte potenziale progettuale. Poiché  “miti e immagini non sono fantasmi; essi raccolgono le istanze più fortemente radicate nella cultura dei luoghi e dei loro abitanti, costruiscono giudizi e valori, guidano dal profondo comportamenti individuali e collettivi, dando unitarietà all’interazione sociale, rendendola possibile. Miti e immagini sono forme di concettualizzazione di un futuro possibile che cercano di anticipare.” (Bernardo Secchi, Prima lezione di urbanistica, Laterza, Bari, 2000).
    L’ambiente-mito (il mondo-mito di Salustio) contiene, dunque, in se l’inesauribilità del “carmen perpetuum” (Ovidio, Metamorfosi), l’aggregarsi di storie indipendenti accomunate da uno stesso tema, sino a costituire una sorta di “poema collettivo” che ha l’ambizione di assurgere a emblema di tutto l’universo materiale e culturale, presente e passato e futuro.
    Definire il genere sessuale dell’ambiente-mito è, ora, logica conseguenza, in quanto esso si esplica in tutta la sua connaturale “instabilità”, nella duplicità degli atteggiamenti, nei confini indeterminati tra gli opposti.
    L’ambiente è, dunque, androgino: “non figlio del Sole come gli uomini, non figlio della Terra come le donne, ma figlio della Luna, che della natura di entrambi i sessi partecipa” (Platone, Simposio, ss XIV); un essere primigenio, archetipo della coincidentia oppositorum e del suo superamento. L’androgino, infatti, non è un doppio racchiuso nell’uno – in quanto esso non è in realtà un ermafrodita dalla doppia sessualità biologica – bensì un unicum molteplice, poiché in esso coesistono diversi aspetti e comportamenti. Così come nell’ambiente-mito coesistono storie indipendenti e spesso contrastanti, pur se accomunate da uno stesso tema; coesistono elementi specificatamente diversi e che tale diversità debbono poter conservare… per poter conservare l’armonia polifonica che genera complessità, contraddizione e continua capacità di assorbimento culturale; per poter conservare l’incantamento senza fine (il “carmen perpetuum” di Ovidio) – che è memoria del passato, costruzione del presente, seduzione del futuro – di quel “poema collettivo” che è l’ambiente-mondo-mito.

    “Poiché il mondo stesso lo si può chiamare mito,
    in quanto corpi e cose vi appaiono,
    mentre le anime e gli spiriti vi si nascondono”
    (Salustio – Degli dèi e del mondo)

    *Ricercatore Universitario di Urbanistica, è Docente presso il Corso di Laurea in “Urbanistica” dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria