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    È possibile dare un sesso all’ambiente?

    Socrate

    di Miriam Rocca* – In filosofia la definizione di ambiente naturale trascende lo stesso lemma. Non vogliamo infatti considerare il termine come puro e semplice contenitore di esseri viventi e non viventi; anche se non sarebbe da sottovalutare

    un tale significato, così come  affermava Wittgenstein secondo cui: «Un oggetto spaziale (dotato di estensione) non si può concepire se non in uno spazio dimensionale; si può pensare uno spazio senza oggetti, ma non oggetti fuori dallo spazio». Vogliamo invece vagliarlo come sinonimo di natura. In tal senso, esso erge a principio semplice e unitario, che si articola progressivamente nel molteplice pur restando Uno.
    È facile a questo punto assimilare tutta la natura a un organismo vivente. Viene da chiedersi che sesso avrebbe?
    Già il termine “ambiente” si arroga per esso un genere maschile: deriva dal latino ambiens, -entis, participio presente del verbo ambire, ossia “andare intorno, circondare”, è ciò che abbraccia in maniera possente, virile, mascolina la vita fisica degli esseri, ciò che paternamente dà le risorse affinché si possa sviluppare l’esistenza. In quanto maschio offre protezione, rifugio, riparo; è il luogo “non luogo”, lo spazio “aspaziale”. Ciò che i presocratici hanno chiamato phýsis, ossia principio vitale delle cose che si generano e periscono. È ciò da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna.
    Sarà Aristotele che demarcherà la differenza tra ambiente metafisico e fisico. Con lo stagirita la phýsis non designa più la totalità del reale, ma l’ambito circoscritto delle cose sensibili. Come tale, l’ambiente naturale assume carattere femminile, poiché segue un concetto caro ai pitagorici, che attribuiscono al femminile tutto ciò che è imperfetto ed instabile (il mondo greco del passato è notoriamente misogino). La natura terrena, infatti, concepita in maniera aristotelica è dimensione in divenire, movimento che non ha mai pace, potenzialità di essere, sempre in difetto di qualcosa, possibilità di acquisire forme in continuo fluire. Di sicuro attribuirebbe all’ambiente un genere femminile anche Hegel la cui Filosofia della Natura è vista come essere altro (e, purtroppo, a detta anche della De Beavour il femminile è sempre altro, ossia antitesi del maschile). L’ambiente naturale è dunque negazione di ciò che è spirituale, perché concretizzazione; è concetto che, uscendo da se stesso, si esteriorizza in forme tangibili. Volendo attribuire, come è anche consueto, una femminilità alla natura, da molti chiamata madre, ci rifacciamo anche agli stoici per cui la phýsis è lògos secondo una triplice essenza: principio fisico-teologico, fondamento dell’etica e principio di crescita. Come una maternità divina e benigna dunque nutre, guida e dà ragione e finalità ad ogni azione dei suoi figli. Anche per Plotino la phýsis rientra nella produzione del mondo fisico da parte dell’Anima divina, ponendosi come sua emanazione.
    Ora se l’ambiente è divino non può avere caratteristiche di genere, ossia non può essere definito né come maschile né come femminile, o, secondo una corrente di pensiero oggi diffusa in teologia, potrebbe godere di entrambe le definizioni, poiché maschile e femminile sono “creazioni” di un Creatore che ne è al di là, poiché in Lui ogni realtà convive in una sintesi totale e suprema. Ma attualmente attribuire all’ambiente naturale caratteristiche divine è di gran lunga impopolare, poiché anche la natura è dotata di imperfezioni.
    Il filosofo francese Morin parla di problemi vitali insiti nel sistema-terra «pericoli nucleari che si aggravano con la loro diffusione; il deterioramento della biosfera; l’economia senza vera regolazione; il ritorno delle carestie». Così il filosofo vede il sistema naturale, un equilibrio instabile e precario, minacciato dall’auto-degradazione. «Quando un sistema – spiega Morin – non è in grado di trattare i suoi problemi vitali, si deteriora, si disintegra o, invece, è capace di creare un meta-sistema in modo da affrontare questi problemi. In altre parole effettua una metamorfosi».
    Allora se è difficile attribuire una essenza divina all’ambiente non è difficile immaginarlo in continua trasformazione nel suo genere, ossia ora femmina ora maschio, a seconda dei suoi stessi bisogni, perché l’ambiente deve trovare da se stesso ed in se stesso le soluzioni ai suoi problemi. E tutte le componenti ne sono chiamate in causa, lo stesso individuo non ne è esente. Non vale più infatti ciò che diceva Aristotele «gli enti naturali corruttibili vanno distinti da ciò che è per arte» risultato cioè dell’azione dell’uomo. L’uomo non è soggetto distaccato dalla natura, bensì l’uomo è inserito nel suo pianeta, nel suo contesto, nella natura, in quanto è natura, ne fa parte integrante e perde il suo significato se distaccato da essa.
    Dunque nella sua unicità e costanza l’ambiente è maschio, nella molteplicità di elementi che lo compongono e nel loro divenire esso è femmina; e ancora, nella sua destrutturazione continua verso ordini più evoluti è femmina, è maschio nel mantenimento dell’ordine raggiunto. Sarebbe dunque limitante relegare l’unicità di genere all’ambiente, poiché è in questo passaggio continuo ed incessante da un genere all’altro, che esso ritrova in maniera endogena le forme che ne garantiscono l’esistenza.

    *E’ Socio della Società Filosofica Italiana (SFI). Autrice del recente “Il volto femminile della Filosofia”, nel libro esamina il ruolo svolto dalle donne alle spalle dei grandi filosofi del passato.