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    Dentro al luogo: periferie e promesse di città

    arghilla
    di Katia Colica –
    È ancora possibile una descrizione della periferia non in contrapposizione alla città? Oppure già, solo per il fatto di parlare di tessuto periferico, tracciamo nostro malgrado

    un’immagine ormai perpetuata, che profila il solito aspetto identico a sé stesso, mentre la diversità che era valore aggiunto si perde tra le pieghe di un’umanità-campione piegata dal non-luogo? Osservando la trama di Arghillà, periferia nord alle porte di una Reggio Calabria distratta, in fondo la risposta arriva. E non conforta coloro i quali cercano le intime peculiarità del luogo per cavarci fuori un pezzo di identità unica, esclusiva e irripetibile da cui ripartire.
    Ad Arghillà, quartiere “pubblico” anni ’80 su un altopiano a 160 m s.l.m., tutto è immobile e rivolgere lo sguardo verso questo scenario è sempre un atto molto faticoso.
    La città come evoluzione socio-morfologica, come urbs, come luogo di memoria e identità che offre una struttura leggibile e rassicurante (come ci ha abituato a spiegare Kevin Lynch con le sue analisi), resta una realtà tangibile. Arghillà, viceversa, cammina sul filo dell’incertezza. I suoi abitanti non la riconoscono, non intendono capirla e nemmeno trovare tenui ganci di leggibilità ai quali aggrapparsi. I suoi circa 4000 abitanti, ancora, tentano ogni giorno di sussistere in questo imbuto popolato, fatto di insediamenti umani che come unico scopo hanno quello di autoconservarsi, come meglio possono. Il luogo, quindi, è stato tradito nell’accezione più classica del termine: tradito perché la sua vocazione aveva dei tratti marcati e distinti scientemente tralasciati; tradito perché anch’esso era un posto che aveva molto da offrire al mercato (perché, inutile girarci attorno, è sulle offerte/domande di mercato che ruota l’attenzione primaria); tradito perché la sua preziosa merce è stata ignorata, trascurata e calpestata.
    Arghillà, intanto, era un ampio territorio da aprire alla città per essere facilmente incrociato ad essa tramite il suo clima, i suoi spazi, i suoi vigneti. E avrebbe sicuramente reagito diversamente di fronte a una pianificazione meditata, forse fatta di campus e orde di giovani o, almeno, di fronte una pianificazione pronta a dosare bene l’antropico con le sue radici ataviche intrecciate alle zolle. Una pianificazione territoriale studiata con l’attenzione di chi entra in casa altrui; con la stessa forma di pudore. Ma se la città col suo centro è il regno del mercato visibile, anche le periferie sono luoghi di consumo; tracce vive di un mercato che non appare, eppure esiste. Ma spesso considerato un mercato minore, e sfruttato al contrario, che offre spazi enormi interpretati come piattaforme da fabbricare, luoghi da stravolgere e trasformare fino a renderli identici al loro stesso inverso.
    Posti pattumiera, discariche urbane e umane dove trascinare tutto ciò che in città non dovrebbe essere visibile, grazie a nuovi concetti contorti di decoro. R. Ardrey (1966, The Territorial Imperative. A Personal Inquiry into the Animal Origins of Property and Nations, Collins, London), afferma che «Il territorio è un’area dello spazio, o d’acqua, o di terra o d’aria, che un animale o gruppo di animali difende come riserva esclusiva». Esso rappresenta «un pattern comportamentale […] sviluppato in ogni organismo come un tipo di meccanismo di difesa, come la più efficace risposta naturale alla varietà dei problemi di sopravvivenza». Per poi continuare: «[…] ciò che il territorio assicura è l’alta probabilità che se l’intrusione ha luogo, ne seguirà il conflitto».
    Questo rapporto tra territorio e appartenenza, è stato sostenuto da molti autori e, nel caso di periferie come Arghillà in cui l’insediamento è stato costruito a tavolino e calato dall’alto, l’aggressiva reazione comportamentale si biforca: da un lato troveremo il territorio stesso che davanti a un fenomeno invasivo risponde in maniera violenta attraverso naturali meccanismi di repulsione, e dall’altro avremo gli abitanti neo-insediati, ai quali è stata tolta ogni forma di appartenenza al loro territorio storico e si ritrovano dentro un ambiente da conoscere, accettare e, solo molto dopo, abitare. Non è trascurabile nemmeno il fattore interazione: i nuovi abitanti, costretti ad accelerare in maniera spasmodica e innaturale il processo di accettazione reciproca, si ritrovano addosso un carico di organizzazione sociale troppo grande da sostenere. Diventa consequenzialmente automatico e istintivo, il comportamento di tipo aggressivo e competitivo.
    Quindi, la strada più semplice per quanto scomoda, passa attraverso la micro-demarcazione di una porzione di territorio ridotta al proprio spazio abitativo, avviando così processi di sopravvivenza e non certo di riconoscibilità.
    Il territorio, quindi, crea una sorta di alleanza scellerata con chi è allo stesso tempo sua vittima e suo carnefice: il suo abitante. E invece di accogliere e formare contesti sociali equilibrati ne favorisce viceversa le degenerazioni. Un territorio aggressivo produce violenza, quindi, e la violenza produce un territorio aggressivo. Il cerchio, chiudendosi, non sembra offrire soluzioni. Ma, seguendo queste analisi possiamo intanto dire che il rimedio non passa sicuramente dall’inasprimento dello stesso ciclo tramite misure che agiscono a valle del fenomeno.
    Per l’attuazione degli interventi all’interno di questo tipo di realtà violate, è necessario percorrere un cammino diverso. Un cammino che in fase propedeutica tenga conto sia delle soggettività, sia delle contingenze storiche e naturali del territorio.
    Per agire sui singoli sistemi periferici, infatti, e restituire ad essi un’immagine leggibile, è necessario intervenire principalmente sul concetto di riconoscibilità. Partire, insomma, restituendo il dovuto. Ridando indietro a coloro che ci abitano un diritto fondamentale per ogni organismo vivente: la dignità dell’appartenenza al luogo. Rimediare alla violenza del processo di inserimento spaziale accompagnando i soggetti dentro il cammino della consapevolezza del posto.
    Per fare ciò, è chiaro, bisogna passare necessariamente da una riqualificazione del luogo stesso: non si può certo amare qualcosa di respingente; non si può votare la propria appartenenza civica, urbana e sociale a un luogo dai tratti mortificanti. Occorre partire dall’incoraggiamento dell’empatia tra luogo e abitante, evitando interventi artificiosi che peggiorerebbero lo stato di fatto. Per arrivare a un nuovo senso dell’urbano contemporaneo, dove il termine periferia abbia un’accezione unica: né positiva né negativa. Periferia non più vissuta come un’anomalia, non più annullata dentro il concetto di città e, soprattutto, non più scaraventata al suo esterno come qualcosa di patologico.