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    Un nuovo Caravaggio? Forse stavolta ci siamo

    Ragazzo_con_vaso_di_rose_Lugano
    di Enrico Costa* – Caravaggio resterà sempre Caravaggio, anche se alle sue opere note non se ne aggiungeranno atre, ritrovate o ri attribuite ed il suo “catalogo” rimanesse quello che è ormai consolidato,

     e ci troveremmo sempre di fronte ad un “sommo pittore”, anche se si giungesse a sfoltirne il catalogo.

    Tuttavia la notizia di un “nuovo” Caravaggio da studiare e/o da ammirare, è sempre, amplificata o meno dai media, una notizia che non può lasciare indifferenti chi ama l’arte.

    Senza il clamore che ha caratterizzato questa estate la presunta “scoperta” di un Caravaggio inedito appartenente alla Compagnia di Gesù “Il martirio di San Lorenzo”, oggi, nel rarefatto ed asettico mondo bancario elvetico (alle 14.30 presso la BSI di Lugano), verrà battuto all’asta, aperta al pubblico, “Il ragazzo con una caraffa di rose”, un olio su tela (66 x 52.5 cm) attribuito a Michelangelo Merisi, e databile attorno al 1592-93, cioè nei primissimi anni romani del grande pittore lombardo.

    Prima della seconda guerra mondiale, l’opera era di proprietà del londinese Tancred Borenius. La tela, mai mostrata al pubblico, si trova nel caveau bancario da quando, acquistata nel 1995, divenne proprietà di un collezionista privato americano.

    Potrebbe trattarsi dell’originale del “Ragazzo con vaso di rose” ritenuto smarrito, e “finalmente” ritrovato, e del quale si conosce la copia (databile nel 1593-95), che ha all’incirca le stesse dimensioni (67.3 x 51.8 cm), custodita nel The High Museum of Art di Atlanta (Georgia, Usa), e pubblicata, come copia, nel catalogo Electa della Mostra di Bergamo sul Caravaggio (2000).

    E la tela, di qualità più alta della versione di Atlanta, così come appare malgrado un restauro approssimativo effettuato nel 1996 a Lugano, con quel ragazzo riccioluto dallo sguardo misterioso che ti guarda e non ti guarda, sembra appartenere alla serie di ragazzi caravaggeschi del primo Merisi – nei quali è ritratto Mario Minniti, modello, amico e poi collega pittore nella sua Siracusa, colui che lo ospiterà fuggiasco, facendogli dipingere in quella città il famosissimo “Seppellimento di Santa Lucia” (1608, olio su tela, 408 x 300 cm) –, dalle due versioni, entrambe autografe e praticamente identiche, del 1593, del “Ragazzo morso da un ramarro”, olio su tela (la prima, 66 x 50 cm, alla National Gallery di Londra, e l’altra, 66 x 52 cm, della Fondazione Roberto Longhi di Firenze) – e se si trattasse dello stesso ragazzo, un attimo prima di essere morso dal ramarro? –, all’autografo “Ragazzo con un cesto di frutta” (1593, olio su tela, 70 x 67 cm, Galleria Borghese di Roma).

    E dall’autografo “Bacchino malato”, autoritratto dell’artista dallo sguardo febbricitante (1594, olio su tela, 67 x 53 cm, Galleria Borghese, Roma) alle due versioni, entrambe autografe e diverse tra loro tranne che nella figura del musico, del 1595, del “Suonatore di liuto”, olio su tela (la prima, 100 x 127 cm, nel Metropolitan Museum Of Art di New York, e l’altra, 94 x 119 cm, del Museo dell’Hermitage a San Pietroburgo) fino al recentemente ammirato, nella Mostra di Palermo, “I Musici” (1594-1595, olio su tela, 92.1 x 118.4 cm), tela appartenente al Metropolitan Museum of Art di New York, quadro con al centro la figura dell’amico Mario.

    “Il ragazzo con una caraffa di rose” di Lugano – che ti guarda e non ti guarda, mentre il giovane col canestro attira il tuo sguardo per venderti la frutta, ed un altro ha lo sguardo perso nel dolore e nello stupore per essere stato morso al dito dal piccolo rettile che non molla la presa, e gli altri tre ragazzi interpretati dal giovane Mario, i tre suonatori di liuto, seguono con lo sguardo il procedere della composizione musicale che stanno via via eseguendo – è accomunato alle tele citate non solo dalle date (1593-95), dalle dimensioni, dal volto di Mario Minniti, dalla frutta e dai fiori, dal bianco camicione. Ma anche dalla stupefacente trasparenza dei vetri (nei due “Ragazzo morso da un ramarro” e nel “Suonatore di liuto” dell’Hermitage), la stessa trasparenza dei vetri che ci lascia sempre stupefatti in altre due opere del 1697, entrambe autografe, “Maddalena penitente” (123 x 99 cm, Galleria Doria Pamphilij di Roma) e “Bacco” (95 x 85 cm, Galleria degli Uffizi a Firenze), ed in un’altra del 1601, anch’essa autografa, la “Cena ad Emmaus” (141 x 196 cm, National Gallery di Londra).

    Cioè la trasparenza dell’ampolla porta unguenti della peccatrice smarrita nella meditazione; della coppa e nella bottiglia colmi di vino rosso del gaudente Dio del vino, della vendemmia e dei vizi, ancora un ritratto del Minniti; e di bottiglia e bicchiere contenenti il vino bianco (ma proveniente da un vitigno “rosso”, soltanto da poco ammesso alla celebrazione eucaristica, per salvaguardare paramenti e tovaglie usati per la Messa) sulla tavola del Cristo da poco risorto.

    Per l’elvetico “Il ragazzo con una caraffa di rose” non si può certo parlare di “caravaggiomania”, o di “folle oceaniche” svizzere, ma nella tranquilla Lugano, nel giorno in cui è stato possibile ammirare l’opera, sorvegliatissima, il 22 di questo mese, in sole 4 ore si sono presentati in “oltre cento”, presumibilmente, più che amanti dell’arte, investitori interessati ad un grande affare se è vero, come probabilmente è vero, che se l’asta parte da 500 mila franchi svizzeri (un euro vale 1,366 franchi), con “rilanci” minimi da 10 mila franchi, l’opera se davvero autentica, di franchi svizzeri dovrebbe valerne all’incirca un milione e 800 mila. Ma c’è anche chi azzarda una cifra da capogiro: fino a 37 milioni di euro.

    L’esperto di Caravaggio che ha autenticato “Il ragazzo con una caraffa di rose” è il professor Maurizio Marini, romano, e la sua autenticazione – certamente fondata sull’uso delle più moderne tecnologie – è stata ulteriormente confermata sia dal “decano” degli esperti de Caravaggio, Sir Denis Mahon, che da Mina Gregori, l’allieva di Roberto Longhi, colui che nel novecento “riscoprì” Michelangelo da Caravaggio.

    Ma poiché gli svizzeri sono svizzeri, ed ogni cautela non è mai troppa, per conto del Canton Ticino, sul dipinto messo all’asta è stata effettuata un’ulteriore perizia dal Professore Didier Bodart, storico dell’arte belga. Come dire: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

     

    *Prof. Ordinario di Urbanistica, Presidente del Corso di Laurea in “Urbanistica”