• La città è donna

    lungomare27lug
    di Angelica Costa * –
    La città è già stata ripetutamente e da più autorevoli autori, sociologi ed urbanisti (per citarne uno su tutti: Marcel Poëte nel suo Introduction à l’urbanisme. L’évolution

    des villes, del 1929, edito in italiano da Einaudi nel 1958 con il titolo La città antica. Introduzione all’urbanistica), assimilata ad un organismo vivente in generale e al corpo umano in particolare, per la complessità di sistemi e sottosistemi che la compongono, per la sua struttura reticolare, per la sua capacità d’adattamento, di rigenerazione e continua evoluzione.
    Ebbene, restando nella metafora e per dare il giusto risalto alla spiccata caratteristica comunicativa della città, è necessario immaginare che tale organismo vivente sia un organismo vivente di sesso femminile. La propensione alle doti comunicative, o forse (per i maligni) solo la propensione alla generosità comunicativa, infatti, è da sempre associata allo stereotipo femminile. Ed è, infatti, solo allo stereotipo in quanto tale che in questa serie di considerazioni mi voglio riferire, e non se ne abbia a male, dunque, chi in tale stereotipo non si riconosce.
    Anche nel Diario di Adamo ed Eva di Mark Twain, la donna è descritta da Adamo come strana creatura che non fa altro che parlare e dare nomi alle cose, dalla quale lui stesso cerca di scappare in tutti modi, perfino arrampicandosi e soggiornando sugli alberi, ma della quale, alla fine, si accorge di non poterne più fare a meno.

    La città è Donna.
    Dea fondatrice, Madre dei suoi Cittadini, Sposa del suo Governatore.
    Sì, Donna! Come le Ninfe eponime, le creature mitologiche che hanno dato il nome e a volte fondato le più antiche città della storia, come Atene, Roma, Siracusa, Messina, ecc.

    La città è Donna.
    Ma non femmina, né tanto meno femminista!

    La città è Donna, infatti, perché ha mille personalità che compongono un’unica identità complessa, spesso incomprensibile al primo sguardo, dai repentini quanto apparentemente inspiegabili cambiamenti d’umore.
    Un’identità che è il risultato della sua storia, della sua capacità di stupire, di incantare e, quindi, di sedurre; frutto delle mille e fantasiose soluzioni ai problemi quotidiani, delle sue dinamiche interiori che ne giustificano le movenze e i rituali, del suo enorme patrimonio simbolico che si esprime, tanto nelle sue strutture fisiche (piazze, strade, monumenti) che nei modi di vita, nelle cerimonie, nei rituali della vita urbana (MELA, A., Sociologia delle città, NIS, Roma, 1996).
    Un’identità complessa, quindi, che va studiata, capita e infine amata ma soprattutto rispettata.

    La città è Donna.
    Perché racconta.
    Come la nonna: avete mai sentito parlare dei “racconti del nonno”?
    Gli uomini, casomai, narrano: “i grandi narratori del secolo…”

    La città è Donna perché possiede insita la straordinaria capacità di raccontarsi e rappresentarsi come fosse un monumento a se stessa e alla propria immagine (AMENDOLA, G., La città postmoderna. Magie e paure della metropoli contemporanea, Editori Laterza, Milano, 2003), così come la donna possiede l’arte tipicamente femminile della civetteria e dell’imbellettarsi.
    La civetteria, secondo Simmel, è una delle forme più facili e giocose della socievolezza; nella sua opera sulla modernità (SIMMEL, G., La Socievolezza, Armando Editore, nella collana I classici di sociologia, Roma, 1997), che presuppone come sfondo la città metropolitana, definisce la civetteria femminile quel comportamento che consiste nel creare una tensione tra un concedere e un negare parimenti allusivi, nell’attrarre l’uomo senza che si approdi ad una conclusione, nel respingerlo senza togliergli ogni speranza.
    Così accade anche nella metropoli contemporanea, dove l’uomo si trova simultaneamente ad essere attratto e respinto dalla vita associata, densa e frenetica, sicuramente stimolante, ma forse, anche troppo stimolante!
    Gli individui, uomini e donne, si concentrano nello spazio urbano per soddisfare i propri bisogni materiali e culturali, stare a contatto con gli altri, moltiplicare le relazioni, intensificare gli scambi e le occasioni di interazione e quindi di comunicazione, ma allo stesso tempo finiscono, proprio a causa dello stile di vita metropolitano, a rinchiudersi nell’individualismo, quella particolare forma di alienazione sociale, nata con l’urbanesimo e con la metropolizzazione delle città, e tipica dell’età contemporanea, che porta al disimpegno sociale e politico e all’isolamento volontario dell’individuo nel proprio microcosmo sociale e psicologico.
    La città si presenta come forma e rappresentazione dell’organizzazione sociale che l’ha creata, come habitat naturale di una vita sociale che allo stesso tempo nega e rinnega.
    La vita metropolitana stanca ed è per questo, che tendiamo ad evadere con le tipiche “gite fuori porta”, e ci ritroviamo a desiderare luoghi lontani, silenziosi, solitari ed incontaminati (come Adamo sull’albero).
    È una fuga momentanea equiparabile alla serata del poker con gli amici o la partita di calcetto del giovedì sera.
    Dopo essersi emancipato dalla minaccia di una natura selvaggia e matrigna, superati i bisogni primari della sopravvivenza, l’essere umano riscopre nuovi valori, che danno vita a nuovi bisogni, riscopre la natura e il bisogno di conservarla, proteggerla ed amarla; riscopre la vita rurale, le tradizioni, i cibi genuini e i vini… come un ritorno alle origini.
    Ma la boccata d’ossigeno dura poco, come una gigantesca calamita, la metropoli sfoggia il suo potere magnetico, l’essere umano non può più farne a meno, anche quando si trasferisce in campagna vi perpetua lo stile di vita metropolitano, esportando la tecnologia e le mode della città nella non città.

    La città è Donna, e con essa condivide i segreti della bellezza e della seduzione.
    Ha senso quindi parlare di “estetica della città”.
    Così come una donna sa esaltare sapientemente i propri pregi, nascondendo i propri difetti, per far sfarzo di se, attraverso l’arte dell’imbellettarsi, scegliendo i colori che più gli donano e l’abbigliamento giusto; così la città sa, o dovrebbe sapere, vestirsi a festa, decorarsi ed arredarsi.
    Come per la donna, però, il trucco è bello se non si vede.
    L’arte del maquillage può rivelarsi un’arma a doppio taglio.
    Se un make-up raffinato ed appropriato va bene, al contrario un trucco volgare, impoverisce, svilisce e ridicolizza la figura femmine: quando il trucco si scioglie, emergono le imperfezioni, escono fuori le brutture e le insicurezze.
    La donna, infatti, sa che prima del trucco è necessario prendersi cura di se, della propria salute psico-fisica, dell’healthness, del wellness, del fitness (e chi più ness ha più ne metta).
    Il trucco non può coprire, almeno non per sempre, i segni di una vita viziosa, malsana e non salubre.

    La città è Donna.
    E come tale deve prendersi cura di se.
    Conoscersi in profondità, capire i propri limiti ed agire con strategia.
    Come dice un famoso spot: la salute passa prima dalla pelle.
    Se la città è Donna la sua pelle è la strada.
    È sia sopra che sotto la strada, intesa come lo strato superficiale ed esteriore della città, dunque, che bisogna agire.
    È nell’underground che nascono le nuove “sub” culture metropolitane, le nuove sensibilità e i nuovi scenari.
    È nell’underground che si misura lo stato di salute di una città.
    Comunicazione ed estetica non possono risolvere i problemi da sole, e da sole non bastano a guarire tutti i mali.
    Possono però favorire alcuni processi, esaltare le particolarità, caratterizzare positivamente le tipicità e le differenze identitarie e valorizzare le proprie specificità.
    È con la bellezza esteriore che si conquista un uomo ma è poi con la bellezza interiore che lo si “incastra”.
    È la qualità della vita che offre una città a convincere i cittadini ad abitarla e a viverci.

    La città è Donna, e come le donne col passare del tempo acquistano fascino, purché sappiano mantenersi giovanili, vivaci e al passo con i te
    mpi e con le mode.
    Sir Oscar Wilde, in uno dei suoi famosi aforismi, sostiene che non ci sia nulla di più affascinante delle donne con un passato e degli uomini con un futuro.
    Certo le città antiche, le città d’arte, possono contare su un potere evocativo maggiore, sono come le dive, accessibili e insieme distanti, irraggiungibili, icone di se stesse, per elevarsi a creature divine e diventare mito, che non passa mai di moda.
    Ma anche le città (donne) “comuni”, nel loro piccolo, hanno un potenziale comunicativo non indifferente e non trascurabile e devono saper trovare il proprio charme.
    Come dice un altro famoso spot pubblicitario: perché anche voi valete.

    La città è Donna.
    La città non può fare a meno di parlare di se stessa con se stessa e a se stessa, dando vita alle molteplici forme di comunicazione urbana di cui siamo testimoni ogni giorno.
    È nella città che si sviluppano le più moderne forme di comunicazione come la pubblicità e il cinema, ed è la città, sia intesa nel suo essere solido che fluido, strutturale che relazionale, ad essere la principale protagonista dei moderni linguaggi di comunicazione (pubblicitario, cinematografico, televisivo, dei graffiti, della musica underground), non funge solo da oggetto o da sfondo ma anche da destinatario della comunicazione.
    La comunicazione urbana, quella fatta dalla gente per le strade, è un fenomeno endemico dato per scontato, di cui, a volte, non ci si accorge nemmeno, bombardati come siamo dal proliferare dei messaggi mediatici, dalle logiche dell’industria culturale messe in moto dal sistema dei mezzi di comunicazione di massa.
    Di contro è proprio la cultura dell’immagine, la politica dell’apparenza, l’esteriorizzazione a tutti i costi che produce e rende indispensabili le politiche urbane di promozione e di comunicazione, che se portate all’eccesso generano mercificazione ed omologazione, appiattimento e perdita d’identità, una maschera appunto, che all’indomani cade, generando, quando si svela “cosa c’è sotto”, profonde ed imbarazzanti delusioni.
    Sotto il vestito niente, questo era il titolo di un film (di, ed alla, Carlo Vanzina, 1985, patinato thriller all’italiana) che sull’ambiguità, sul vuoto e sull’ammiccamento ha fondato il proprio successo.
    Per questo risulta indispensabile, per chi vuole fare comunicazione urbana e territoriale di qualità, attingere da quelle fonti che sono le forme spontanee di comunicazione urbana che forniscono i simboli e i valori, i linguaggi e i codici, le modalità e gli strumenti.
    Un vivaio di suggestioni, informazioni e relazioni che si offrono come patrimonio prezioso per costruire una strategia comunicativa che sappia sfruttare il valore ed il potere semantico dei luoghi, l’orgoglio identitario, al fine di destare il senso di appartenenza, incrementare canali comunicativi già esistenti e favorire i processi partecipativi innescando circoli virtuosi di moderna e reale democrazia.
    Certo non è facile, quando mai per l’uomo è stato facile capire e accontentare le donne, ma questo non gli ha certo impedito, nei secoli, di continuare ostinatamente a provarci; e poi se tutto va bene, se tutto fila liscio è l’uomo a pavoneggiarsi accanto a una bella donna o a prendersi il merito del buon governo di una città.
    Che continui a provarci, dunque, anche se questo potrebbe costargli un po’ più di fatica.

    La città è donna, e, come dice Amendola (AMENDOLA G. D., “La nuova domanda di città un oscuro oggetto di desiderio” in Mazzette A., La città che cambia, FrancoAngeli, Milano, 2003), è un oscuro oggetto del desiderio, che insieme attrae e respinge, sogno e incubo, o per ricorrere al più banale dei luoghi comuni: …è gioia e dolori.

    * Angelica Costa, sociologa urbana e comunicatrice, è dottore di ricerca in Pianificazione Territoriale e docente presso il Corso di laurea in Urbanistica dell’Università Mediterranea