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    Il nostro rischio quotidiano

    reggio

    di Enrico Costa* – Un masso di ben otto metri di diametro precipita due giorni fa sul tratto autostradale sovrastante Scilla in vista di Cariddi, i due mostri marini che grazie ad Omero fin dall’antichità hanno reso celebre lo stretto di Messina e le sue vorticose correnti.

     

     

    “Scilla ivi alberga, che moleste grida di mandar non ristà”, mentre “La temuta Cariddi il negro mare. / Tre fiate il rigetta, e tre nel giorno / L’assorbe orribilmente. Or tu a Cariddi / Non t’accostar mentre il mar negro inghiotte; / Ché mal saprìa dalla ruina estrema”

    (XII libro dell’Odissea, nella traduzione di Ippolito Pindemonte).

    Così cantava Omero.

    Un masso che interrompe ulteriormente la già accidentata autostrada A3 e che ci ricorda i massi che, sempre secondo Omero, il gigante Polifemo, beffato da Ulisse, scagliava contro la nave del fuggiasco.

     “Polifemo in rabbia / Montò più alta, e con istrana possa / Scagliò d’un monte la divelta cima, / Che davanti alla prua càddemi”.

    (IX libro dell’Odissea, sempre secondo Ippolito Pindemonte).

    Ciò accade oggi, così come già dai tempi del mito accadeva poco lontano da qui, dov’è l’odierna Aci Trezza, la cui costa è connotata da otto grandi scogli, “i faraglioni dei Ciclopi”.

    La caduta di un pezzo di montagna, a Scilla, che ci fa venire in mente ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la fragilità del territorio calabrese, denunciata cento anni fa da Giustino Fortunato (con la famosa definizione dello “sfasciume pendulo sul mare”) ed il Corrado Alvaro dell’incipit di Gente in Aspromonte, 1930: “Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque.”, e dove “I torrenti hanno una voce assordante.”

    Per un attimo guardiamo oltre lo Stretto. Un vulcano islandese del quale fino a poco tempo fa si ignorava l’esistenza e dall’impronunciabile nome, l’Eyjafjallajokull, e che ancora oggi non siamo riusciti a memorizzare, con le sue polveri che sovrastano i cieli d’Europa e che si spingono fino al Mediterraneo, sta mettendo in crisi un modello di vita economico e sociale basato sul traffico aereo.

    Un modello basato sul disprezzo della natura e che non si pone, come fa Jeffrey Schwartz, l’interrogativo “Quale possibile futuro per il pianeta Terra?”

    Ritornando nell’Area dello Stretto, proprio davanti a noi, su quella costiera fra Reggio Calabria e la Campania, citata nel XIV secolo da Giovanni Boccaccio (“Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d’Italia”, Seconda Giornata, Novella Quarta, del Decameron), delimitata visivamente da due vulcani storicamente molto più famosi l’Etna qui davanti e più su, a nord il Vesuvio, fra due aree calde fortemente urbanizzate con popolazioni ed amministratori impreparati al rischio eruzione e quel che ne consegue, dove i piani di evacuazione o meglio di esodo sono parole misteriose e la prospettiva che aspetta quella gente rischia di essere il Caos, c’è qualcosa che ci inquieta.

    Che le popolazioni vesuviane (malgrado il monito delle rovine di Ercolano e Pompei) siano impreparate è un dato risaputo, e probabilmente lo sono anche quelle etnee (storicamente altrettanto colpite di quelle vesuviane), abbarbicate sul vulcano che è stato fascinosamente definito da un nostro collega “il Fujiiama dello Stretto”; con una sola, non piccola differenza: che i giapponesi, che di Fujiiama ne hanno molti, hanno tutti la consapevolezza del rischio e sanno benissimo come comportarsi, in quanto comunità e in quanto individui.

    Il “Rischio Tsunami” derivante dal vulcano sottomarino davanti a noi (il Marsili), un vulcano di dimensioni ciclopiche (il maggiore fra i sommersi nel Mediterraneo) ma dai fianchi estremamente fragili, che ha ripreso le sue attività, e nei cui confronti – il Geologo Enzo Boschi ha dichiarato: “Potrebbe accadere anche domani” – impallidirebbe anche il tragico maremoto del 1908, ha fatto registrare voci tanto allarmate quanto isolate.

    Questo per dire cosa? Che la Conferenza del Prof. Jeffrey Schwartz che stiamo per ascoltare non è fine a se stessa, non è un evento mediatico, non è vacua accademia, ma un ammonimento per cercare le risposte e le soluzioni al quesito più inquietante che ci possiamo porre, come ricercatori, come urbanisti, come pianificatori del territorio, soprattutto come cittadini: che ne sarà di noi?

     

    *Prof. Ordinario di Urbanistica, Presidente del Corso di Laurea in “Urbanistica”