• Home / RUBRICHE / Nuova Urbanistica Mediterranea / Insegnare Urbanistica

    Insegnare Urbanistica

    reggiopanoramica
    di Giuseppe Fera* – Da qualche settimana si è aperta nel nostro Ateneo una riflessione a più voci tesa a tentare di disegnare un futuro per l’Università Mediterranea. I temi sul tappeto sono sostanzialmente due, tralasciando altri aspetti meno rilevanti, tutti e due legati alla proposta

    di riforma universitaria avanzata dal governo: come fare fronte ad una continua  e consistente riduzione delle risorse economiche su cui può contare  la nostra università e come ridisegnare e riorganizzare l’attuale assetto Facoltà-Dipartimenti.

    Per quanto riguarda il primo aspetto sarò telegrafico; non è argomento da trattare in questa sede, tuttavia voglio spendere due parole sulla questione. Credo che alla carenza di risorse si debba rispondere agendo sui due fronti delle uscite e delle entrate. Finora l’unica risposta venuta dal Rettore e dagli organi di governo dell’Ateneo è stata quella di una sensibile contrazione delle spese che con logica suicida ha tagliato anche sui fondi da destinare a Borse di dottorato ed assegni di ricerca, facendo in parte venir meno il ruolo dell’istituzione universitaria che se non forma giovani che ci sta a fare? Dall’altro lato, sul fronte delle entrate, nessuna proposta, se non una improvvida quanto inopportuna richiesta di risorse alla regione senza neppure specificare per fare cosa, anche se da un pagina della Gazzetta del Sud dedicata all’argomento, sembrava che la cosa più importante da salvare fosse il Laboratorio teatrale.

    Sono del parere che per contrastare la contrazione di risorse da parte del Ministero l’unica via di uscita sia quella di trovarle nel territorio, presso le istituzioni locali e le imprese, risorse che non possono comunque essere episodiche o erogate una tantum per finanziare qualche mostra o ricerca, ma che devono entrare a far parte del budget economico annuale del nostro Ateneo. Ciò, tuttavia, richiede due cose: che sia chiaro ciò per cui tali risorse possono essere utilizzate (a garanzia di chi li eroga visto che come docenti universitari negli anni passati abbiamo dato ampia prova delle nostre capacità di sperperare) e seconda cosa, forse ancora più importante, che chi impegna risorse sia in condizioni di decidere come spenderle. Quest’ultimo punto significa che Regione, Province, imprese e chi altri dovesse decidere di finanziare il nostro Ateneo dovrà essere coinvolto nella gestione dello stesso con forme e modalità tutte da studiare (la qual cosa non significa assolutamente la privatizzazione dell’Ateneo).

     

    Il secondo aspetto riguarda il come pensiamo debba essere ridisegnato il futuro del nostro Ateneo alla luce del Decreto ministeriale che nella sostanza modifica profondamente il ruolo dei Dipartimenti assegnando agli stessi anche il compito che in precedenza era assegnato alle Facoltà, ovvero di organizzazione della didattica. L’ennesima riforma di impronta americana di cui avremmo volentieri fatto a meno; mi sembrava che l’organizzazione degli atenei in Facoltà (con compiti formativi e didattici), e Dipartimenti (con ruoli legati alla ricerca) avesse funzionato e potesse continuare a farlo. I problemi dell’Università italiana sono ben altri!! Ma tant’è, dobbiamo necessariamente fare i conti con la straordinaria creatività innovatrice dei ministri che si sono succeduti in questi anni e che hanno fatto a gara a scassare quanto di buono c’era.

    Comunque, a questo punto mi sarei aspettato che il dibattito fosse orientato a capire se l’offerta didattico scientifica delle Facoltà e dell’Ateneo nel suo complesso, fosse ancora valida, se fossero necessarie delle innovazioni di carattere culturale e scientifico, e sulla base di questa riflessione provare a ridisegnare il nuovo assetto. Niente di tutto questo; al contrario sono emerse alcune ipotesi tutte improntate ad ingegneria istituzionale, come quelle avanzate dalla Commissione riforme istituzionali, o soluzioni improntate a riorganizzare il tutto in funzione esclusivamente di ciò che già esiste (in sostanza i Dipartimenti piccoli, sotto standard per quanto riguarda i numeri, scompaiono e i docenti confluiscono in quelli più grandi).

     

    Voglio invece provare a offrire qualche spunto di riflessione sull’argomento, limitando ovviamente la mia riflessione al tema della pianificazione – progettazione della città, dell’ambiente e del territorio.

    Fra le offerte formative che hanno segnato la storia della Facoltà di Architettura e del nostro Ateneo un ruolo certamente importante è rappresentato dal Corso di Laurea in Pianificazione Territoriale Urbanistica ed Ambientale, oggi corso di laurea in Urbanistica, un corso che vanta ormai oltre 30 anni di tradizione consolidata e che insieme a quello di Venezia è stato il primo, in ordine di tempo, nel panorama nazionale. Una esperienza che ha vissuto certamente alterne vicende con alti e bassi e con periodi durante i quali, a giudicare dal numero di iscritti, l’unica prospettiva possibile sembrava essere quella della disattivazione. I dati più recenti, tuttavia, vedono una ripresa del numero di iscrizioni mentre uno dei principali ostacoli che erano venuti allo sviluppo di questo percorso formativo sembra ormai sostanzialmente risolto; mi riferisco alla annosa questione dell’iscrizione all’ordine degli architetti, oggi finalmente aperto anche alla figura del pianificatore.

    Di una possibile Facoltà di Pianificazione, sul modello di quella di Venezia, si è parlato qualche anno fa, ma la proposta ha avuto una tiepida accoglienza nel corpo accademico dell’Ateneo in parte perché già si intravedevano i primi effetti della crisi di risorse dell’università; e la proposta è stata sostanzialmente abbandonata.

    L’attuale contingenza e la necessità di ripensare l’assetto didattico e di ricerca dell’Ateneo pone, a mio avviso, nuovamente le condizioni perché la proposta a suo tempo formulata possa essere riconsiderata; ovviamente si tratta di ripensarla, adeguandola alle mutate e più nuove esigenze, dal momento che stiamo discutendo della possibilità di creare non una Facoltà ma un nuovo Dipartimento ed i relativi percorsi formativi che ad esso faranno riferimento. Ciò richiede anche una riflessione su questi trenta anni di insegnamento della Pianificazione urbanistica ed in generale delle discipline legate all’assetto del territorio ed alla tutela dell’ambiente e del paesaggio.

    Il primo corso di laurea in Pianificazione territoriale ed urbanistica nacque all’inizio degli anni ’70 a Venezia su iniziativa del prof. Giovanni Astengo e rifletteva il dibattito di quegli anni attorno all’urbanistica ed al suo ruolo. Pianificazione e territorio furono i due concetti chiave attorno ai quali si organizzò il percorso formativo. La pianificazione rappresentava il campo disciplinare e professionale attorno a cui strutturare il nuovo percorso e la nuova figura professionale, quella appunto del pianificatore, ovvero di un tecnico che esercitava le proprie competenze per la costruzione e gestione di piani, contrapposto all’architetto – ingegnere le cui specifiche competenze si esercitavano attraverso il progetto.

    Il concetto di Territorio, dall’altro lato, sottendeva una visione dell’urbanistica nella quale le dinamiche delle relazioni immateriali, di carattere sociale ed economico, acquisivano una preminenza sugli aspetti fisici, sulla forma della città e sulle sue configurazioni spaziali. Di conseguenza il percorso formativo richiamava, in parte, la figura del planner di derivazione anglosassone; ampio spazio, pertanto, nel percorso didattico era dato all’analisi territoriale ed a materie come la geografia economica, la sociologia e discipline in generale di carattere socio economico, considerate fondamentali ai fini della formazione della figura del pianificatore.

    Questo modello originale si è evoluto rapidamente nel corso del tempo, da un lato con l’evolversi del ruolo e del significato della disciplina, delle tematiche nel frattempo venute alla ribalta (si pensi a tutti gli aspetti legati all’ambiente), del dibattito sull’efficacia del piano tradizionale, etc.; dall’altro, a partire dalla riforma del 3+2, con l’istituzione di numerosi corsi di laurea al di fuori delle sedi tradizionali di Venezia e Reggio Calabria, ognuno dei quali ha arricchito il panorama generale con una propria specificità ed una propria interpretazione del ruolo e del lavoro dell’urbanista.

    Se volessi azzardare una estrema sintesi dei processi di mutamento intervenuti in questi anni potrei dire che emergono alcuni aspetti che mi sembrano particolarmente significativi, che hanno riguardato ciò che oggi viene comunemente indicato come il “governo del territorio”:

    l’emergere, all’interno delle tradizionali missioni dell’urbanistica, di tutti i temi legati alla tutela ambientale: il controllo degli inquinamenti, le politiche di smaltimento dei rifiuti, il ciclo delle acque, ecc.., con il conseguente obbligo, previsto dalla Direttiva europea 42/2001, di sottoporre a Valutazione ambientale strategica gli strumenti di pianificazione ed i programmi di sviluppo;

    la centralità, soprattutto in una regione come la Calabria, assunta dalle politiche di difesa del suolo e di mitigazione dei rischi ambientali, oggi definitivamente sancita dalle recente nuova Legge urbanistica della regione approvata nel 2002;

    la perdita di centralità del piano come strumento predominante per governare le trasformazioni territoriali, sempre più oggi affidate al progetto territoriale o urbano. A quest’ultimo, in particolare, si è sempre più affidato il ruolo non più esecutivo ed attuativo delle previsioni del piano, ma, in una nuova logica flessibile e concertata della pianificazione, di interpretare le previsioni del piano stesso, il quale ultimo sembra sempre più orientato non tanto verso norme rigide prescrittive ma regole aperte e flessibili;

    l’approvazione della Convenzione europea del paesaggio, che ha profondamente modificato le tradizionali visioni del paesaggio di carattere estetico (il bel paesaggio), estendendo praticamente il concetto di paesaggio fino a farlo coincidere con tutto l’ambiente, sia esso naturale o urbano, così come percepito ed interiorizzato dagli abitanti (insiders) o anche dai visitatori esterni (outsiders). Una nuova concezione che ha reso desueto ed inservibile il vecchio modello di tutela basato sul vincolo ed ha affidato, in pratica, la tutela, ma anche e soprattutto il “restauro” del paesaggio, agli strumenti di pianificazione e governo del territorio.

    Da quanto detto sopra, e soprattutto dagli ultimi due punti, emerge certamente una nuova cultura urbanistica per forza di cose sempre meno appiattita sugli aspetti funzionali ed immateriali della città e del territorio e sempre più orientata verso gli aspetti della morfologia dei fatti urbani e della qualità dello spazio.

    Occorre, per completezza di informazione, sottolineare come tali innovazioni siano entrate in buona misura a far parte dei percorsi formativi del corso di laurea in Urbanistica (uso per semplicità l’ultima denominazione assunta) nel corso dei diversi interventi di ripensamento che si sono succeduti in questi anni, tanto a Reggio Calabria, che nelle altre sedi dove sono stati avviati corsi di laurea similari.

    Tutto ciò forse, ed è questo a mio avviso un limite evidenziabile, è venuto per successivi aggiustamenti e correzioni di rotta, dettati anche dal fatto che le possibilità di manovra ed innovazione sono fortemente condizionati da alcuni fattori “istituzionali”, quali la presenza di un certo numero di docenti concentrati in alcuni (pochi) settori scientifico – disciplinari (Icar 20 e 21 per esempio), la necessità di dover fare ricorso, per numerosi insegnamenti “integrativi” a contratti esterni (non esistendo le specifiche competenze all’interno di un piccolo Ateneo come è quello di Reggio Calabria), ed oggi sempre di più la carenza di risorse da destinare all’innovazione.

    Nella nostra sede, inoltre, anche i numeri risicati, degli studenti iscritti o dei docenti afferenti, non hanno favorito processi di innovazione in un momento in cui la scarsezza di risorse sembra condizionare pesantemente le scelte di politica universitaria. Almeno questo sembra essere stato uno dei motivi, se non il motivo, che hanno fatto cadere l’idea di una Facoltà di pianificazione lanciata qualche anno addietro.

     

    Ma, come dicevo in precedenza, il tema torna di nuovo alla ribalta, nel quadro dei futuri assetti che devono essere realizzati per il nostro Ateneo. Ora è innegabile che la formazione dell’Urbanista (o pianificatore, o comunque lo si voglia chiamare) in altri termini di un soggetto in grado di governare i processi di trasformazione delle città, del paesaggio e dell’ambiente, rappresenti una risorsa ed una tradizione del nostro Ateneo che dovremmo cercare non solo di salvaguardare, ma di valorizzare e sviluppare. Ma se esistesse nel corpo accademico di tutto l’Ateneo la consapevolezza e la volontà di fare ciò, allora dovremmo riflettere sulla opportunità-necessità di pensare alla costituzione di un Dipartimento tematico e di paralleli percorsi formativi.

    Ma per fare questo è necessario a mio avviso rompere con gli schemi tradizionali, agendo su due fronti, superando decisamente visioni e di-visioni. Sul piano culturale occorre superare le visioni tradizionali, ovvero porre seriamente la questione se la nuova figura professionale che occorre immaginare debba ancora una volta essere costruita esclusivamente attorno allo strumento di “piano”, ovvero se debba essere un “pianificatore” o se invece l’elemento caratterizzante e unificante debba essere un altro. Penso in sostanza ad una figura professionale in grado di progettare e governare le trasformazioni dell’ambiente, della città e del paesaggio, dove il termine progettare è usato in una accezione ampia, molto simile al concetto di design in inglese, che comprende tutte le attività “progettuali” possibili (progetto in senso stretto, piano, programma). Un tecnico in grado di padroneggiare gli strumenti del progetto-piano-programma relativamente ai temi dello spazio della città (l’ancora attuale nozione di Townscape come arte della relazione) e del territorio non urbanizzato, con una forte e specifica attenzione alla qualità del paesaggio ed agli aspetti morfologici del progetto.

    Un secondo fronte d’azione riguarda la capacità da parte del corpo accademico dell’Ateneo di superare i vecchi schemi mentali, le vecchie di-visioni, gli arroccamenti che hanno contraddistinto le vicende dei passati decenni; mi riferisco soprattutto alla vasta area degli urbanisti ormai da anni divisi sostanzialmente nei due corsi di Laurea in Architettura da un lato e Urbanistica dall’altro.

    Il progetto che si potrebbe immaginare dovrebbe essere costruito attraverso una forte e sostanziale sinergia fra le diverse competenze esistenti oggi non solo nella Facoltà di Architettura, ma anche in quelle di Ingegneria, Agraria e Giurisprudenza. Solo mettendo assieme le complessive risorse dell’Ateneo, infatti, sarebbe possibile costruire un nuovo percorso formativo per una figura professionale di progettista della città e del territorio, legato alla specificità dell’ambiente del Mediterraneo, ed in grado, per tale ragione, di interessare un bacino di domanda ben maggiore di quello attuale.

    Senza la pretesa di essere esaustivo e nella consapevolezza di aver lasciato fuori dal mio elenco qualche importante disciplina, si potrebbe immaginare che l’apporto proveniente dalla Facoltà di Architettura interessi i settori disciplinari dell’Urbanistica, della Progettazione architettonica, della progettazione eco sostenibile, della progettazione del paesaggio e dello spazio urbano.

    Parimenti dalla tradizione della Facoltà di Ingegneria potrebbero venire le specifiche competenze relative alla pianificazione e progettazione dei trasporti, all’ingegneria ambientale ed idraulica, alla geotecnica, agli studi di vulnerabilità, nonché al campo dei sistemi informativi territoriali.

    Infine da Agraria e Giurisprudenza potrebbero venire le competenze relative da un lato alla progettazione del verde e del paesaggio ed alla pianificazione delle aree agricole e del territorio rurale e dall’altro, le competenze relative alla  legislazione urbanistica, ambientale e paesaggistica.

    È solo un’idea ma penso valga la pena di incominciare a riflettere sulla sua fattibilità.

     

     

    * il Prof. Giuseppe Fera è Ordinario di “Urbanistica” presso la Facoltà di Architettura dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria