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    A cosa serve, ed a chi serve insegnare?

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    di Enrico Costa* – “Ndrangheta: nove fermi, otto eseguiti. Grasso: “Colpiti i vertici dei clan”. Così titola un quotidiano ad ampia diffusione nazionale

    per l’importante operazione antimafia condotta brillantemente dai Carabinieri, e non ci si può non compiacere con la DDA, con il Procuratore dott. Giuseppe Pignatone e con il Procuratore aggiunto dott. Nicola Gratteri. Non puoi non condividere la soddisfazione del Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso.

    Questo compiacimento non è pieno, ma velato di tristezza e di domande complicate che non trovano risposte adeguate, quando scorri l’elenco dei fermati e ti colpisce la foto segnaletica nella quale riconosci uno studente universitario che fino a ieri condivideva le aule universitarie con tanti altri studenti per bene, con la stessa faccia per bene.

    Uno col quale commenti i fatti del giorno, prendi il caffè, consumi i pasti, e gli stringi la mano (anche se qualcuno te ne sussurra cognome e paese). Uno normale fra i tanti normali. Seduto in aula assieme a tanti altri.

    Poiché non credi nella predestinazione, e poiché continui ad essere convinto del valore positivo dell’educazione e della formazione, ti domandi, non puoi non domandarti dopo trentacinque anni di permanenza “militante” a Reggio nell’Università “Mediterranea”: hai fatto, abbiamo fatto, tutto il possibile per instillare valori diversi, valori giusti, nei nostri giovani? In tutti i nostri giovani, nessuno escluso?

    Siamo stati, siamo, sufficientemente alternativi per conquistarli alla legalità, oppure, troppo presi dalle nostre beghe, dai nostri conflitti (culturali, di potere, di interesse e quant’altro), dai nostri nepotismi, dalle nostre concorrenzialità, non siamo sembrati anche noi una società parallela a quella tutta diversa che un giovane ha il diritto di aspettarsi, e quindi non sufficientemente alternativi per tagliare di netto le proprie radici?

    Cosa cercano nell’università, ad architettura, i rampolli della ’Ndrangheta?

    Me lo sono chiesto spesso, e mi si accappona la pelle nel pensare alla declinazione negativa del nostro sapere tecnico, nel leggere che uno dei fermati “dopo aver fornito suggerimenti sul tipo di abitazione maggiormente idonea ad ospitare simili nascondigli, prometteva anche l’invio dell’operaio specializzato, “u mastru”, per la realizzazione del bunker”. Chi fornisce utili consigli sulla costruzione di un bunker da utilizzare nei momenti caldi, da dove trae il suo “sapere”?

    E che dire di fronte alla dura realtà di una vera e propria “Urbanistica della ’Ndrangheta” (i bunker, che potrebbero anche essere collegati fisicamente fra di loro da cunicoli sotterranei, che nascono contestualmente alla costruzione degli edifici e delle città), parallela alla tradizionale “Urbanistica ’Ndranghetista”, fatta di prevaricazioni corruzioni e collusioni per far passare (agendo anche sul voto e sull’imposizione di amministrazioni ed amministratori “di fiducia”) piccole e grandi iniziative immobiliari ed urbanistiche, in opposizione ad un governo del territorio ispirato alla legalità ed all’interesse generale.

    Quanti dei nostri insegnamenti mirati al bene comune vengono utilizzati in senso opposto?

    A tutte queste domande non mi so dare una risposta davvero convincente, una risposta che sento di dover cercare in un percorso individuale, ma anche, e soprattutto, in un percorso condiviso con la comunità accademica, docenti, studenti e personale tecnico ed amministrativo.

     

    *Presidente Corso di Laurea in Urbanistica – Università Mediterranea di Reggio Calabria