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    Spatial planning e multiscalarità, i nuovi paradigmi dell’Urbanistica contemporanea

    pilonistretto

    di Carmelina Bevilacqua* – L’Urbanistica è una scienza “giovane” è come tale soggetta a continue evoluzioni per la sua naturale connotazione fortemente legata alle dinamiche della società

    in tutte le sue manifestazioni, culturali, economiche, ambientali, urbane, sociologiche, ecc.

    Riportare il CdL in PTU&A alla vecchia denominazione di “Urbanistica” non significa attivare un processo involutivo della disciplina stessa, anzi acquisisce una valenza molto importante perché riconduce la disciplina ad un approccio integrato e non settoriale che consente di comprendere come la trasformazione indotta è frutto di un’attività di progettazione che mette in campo un’idea di città, di area vasta, di territorio in correlazione alle dinamiche contemporanee del progresso tecnologico e delle nuove politiche urbane, ambientali ed economiche.

    In tale contesto trovano una loro configurazione portante due nuovi approcci al progetto urbanistico: lo “spatial planning” e la “multiscalarità”.

    Lo “spatial planning” è la formalizzazione disciplinare del raccordo tra pianificazione e programmazione, la cui separazione è alla base del mancato sviluppo di assetti urbani e territoriali armoniosi e auto propulsivi. Lo “spatial planning” rappresenta il luogo in cui le scelte di piano – che attengono alla trasformazione fisica secondo un sistema di conoscenza e di regole dello sviluppo dello spazio fisico – diventano parte integrante e sostanziale delle scelte di programmazione – che attengono alle priorità allocative delle risorse finanziarie e che quindi stabiliscono risorse e i tempi di realizzazione delle trasformazioni urbane e territoriali pianificate.

    Faludi e Waterhout – gli ideatori dello spazio europeo – chiarificano la nozione di “spatial planning” e ne collocano storicamente la sua comparsa nella vicenda comunitaria; emerge così il concetto che lo “spatial planning” mira a direzionare uno sviluppo regionale equilibrato attraverso l’organizzazione fisica dello spazio, rispecchiando una strategia complessiva. (Consiglio d’Europa, 1984, Carta sullo “Spatial planning regionale europeo”).

    Questo concetto è ancora più marcato nel The EU Compendium of Spatial Planning Systems and Policies, CEC, 1997, da cui si evince che lo “spatial planning” si riferisce all’azione per lo più pubblica di influenzare la distribuzione degli usi nello spazio, allo scopo di creare un’organizzazione del territorio più razionale anche in termini di usi del suolo e di equilibrio tra istanze di sviluppo e di protezione ambientale, e per raggiungere significativi obiettivi economico-sociali.

    La spazialità delle politiche europee acquista una connotazione molto particolare nella promozione dello sviluppo e del cambiamento amministrativo. Il concetto guida che trasversalmente aiuta a costruire l’impalcato dello spazio europeo è la consapevolezza che l’Europa ha una varietà culturale concentrata in piccole aree che la differenzia da altri contesti più omologanti.

    Tale varietà definisce le identità locali che, salvaguardate, rappresentano il punto di forza dello sviluppo dello spazio europeo. Alla base della sua concettualizzazione esistono due sillogismi fondamentali che permeano quest’operazione di spazializzazione allargata alle regioni europee. Il primo riguarda la connotazione “spaziale” che giocoforza assume qualsiasi politica di sviluppo. Ciò è richiamato nel Rapporto “The Making of the European Spatial Development Perspective” curato da Andreas Faludi, l’ideatore insieme ad altri studiosi dell’idea dello Spazio Europeo come sistema territoriale oggetto di trasformazioni che vanno governate e indirizzate. A proposito della costruzione di politiche di sviluppo da parte della Comunità Europea, Faludi ne caratterizza la sua connotazione spaziale riprendendo la spiegazione sviluppata da Williams (1996): “ Il termine “politica spaziale” si riferisce a qualsiasi politica che è formulata per un determinato territorio o che risulta esserlo nella pratica, sia quando è deliberatamente designata ad esserlo sia quando non lo è; a qualsiasi politica che è influenza le decisioni riguardo alle destinazioni di uso del suolo e che necessita per la sua attuazione di integrarsi con le strategie di pianificazione locale e di essere supportate da amministrazioni locali e regionali” (Faludi e Waterhout, 2002).

    Il secondo sillogismo si riferisce alla nascita della politica di coesione come coesione territoriale indirizzata alla diminuzione delle disparità regionali per la creazione di quello sviluppo armonioso promosso già nel Trattato di Roma del 1957.

    Accanto a queste due argomentazioni che pongono le basi motivazionali per la costruzione dello Spazio Europeo risiede la questione, non secondaria, della sua utilizzazione. La commissione europea, come rilevano gli autori, non ha competenze amministrative nell’ambito dello “spatial planning”, essendo tale attività gestita da ciascun stato membro secondo specifiche regole e pratiche normative e disciplinari.

    D’altro canto, è diffusamente riconosciuta l’influenza che l’Unione Europea ha nell’organizzazione dei sistemi territoriali attraverso i noti strumenti di programmazione relativi alla Ricerca e Sviluppo, alle reti transeuropee – energetiche e trasportistiche –, alla PAC, ai fondi strutturali e alle politiche ambientali. Tuttavia, la competenza amministrativa regionale e locale in materia di pianificazione territoriale ed urbanistica non esclude l’importanza politica dell’Unione Europea nella caratterizzazione spaziale delle sue scelte, ciò ovviamente nella direzione di promulgare indirizzi strategici che vanno oltre l’attribuzione di un semplice vincolo.

    Connesso allo “spatial planning” per la trasposizione progettuale dei contenuti sopra richiamati si colloca la “multiscalarità” come nuova tecnica progettuale. La nuova morfologia urbana è nello stesso tempo immagine del territorio più vasto che la circonda, ed è anche l’offerta di servizi nel mercato globale. Ciò che genera la nuova forma urbana è oggi la poetica del flusso attraverso il concetto multiscalare della trasformazione che a livello locale si manifesta come riqualificazione/rigenerazione, a livello territoriale si percepisce come incremento o miglioramento dell’accessibilità, a livello globale si concretizza come offerta di servizi. Progettare la “multiscalarità” significa considerare simultaneamente gli effetti che una trasformazione genera alle diverse scale.

    Le città, nodi dell’armatura europea, sfruttano le nuove potenzialità di sviluppo per captare la maggior parte dei flussi di informazioni, di merci, di persone. Nell’arena di nuovi mercati, nuove domande, nuove produzioni bisogna competere con l’offerta diversificata e nello stesso tempo concentrata di servizi – servizi avanzati legati alla produzione, scambio di informazioni. La concentrazione dei servizi disegna la nuova geografia dei sistemi urbani individuando “global cities”, “gateway cities”, ecc. come nuove polarità e centralità urbane.

    La maggior parte dei nuovi “servizi” generati dal sistema economico globale, difatti, si è localizzata lungo una rete di città con funzioni di nuove centralità. Questa rete è dinamica, nel senso che fagocita sempre nuove aree urbane, anche se in contemporanea crescono nelle stesse città aree di degrado sociale e decadimento infrastrutturale.

    La globalizzazione costruisce la sua identità e la sua riconoscibilità attraverso il concetto di rete dinamica, in continua espansione, che consente lo scambio di informazioni, le transazioni finanziarie internazionali, le operazioni di capitali nell’ambito di mercati internazionali, ovvero globali, la crescita di mercati del lavoro internazionali per professionisti esperti di servizi avanzati e specializzati.

    La città per essere competitiva deve appartenere a questa rete in base al suo grado gerarchico e a livello di concentrazione delle funzioni urbane con caratteristiche globali che può raggiungere.

    Lo “spatial planning”interpreta la rete urbana a livello globale, la “multiscalarità” ne consente la sua esplicitazione tecnico-formale progettando la trasformazione attraverso la comprensione della dinamica del flusso come generatore della nuova forma urbana.

    Queste nuove configurazioni del sapere “urbanistico” costituiscono alcuni degli elementi innovativi che il rinnovato CdL in “Urbanistica” intende offrire, sotto la spinta propulsiva impressa dal suo presidente Prof. Enrico Costa, nell’ottica di un inserimento disciplinare non più ristretto a dinamiche locali ma globali e quindi europee.

     

     

    *(Ricercatore universitario di Urbanistica e docente di “Analisi della città e del territorio” e di “Tecniche di progettazione urbanistica” presso il Corso di Laurea in “Urbanistica”)