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    Urbanistica ed Urbanisti migliori tra modernità e contemporaneità

    lungomarereggio

     di Salvatore Santuccio* – Già negli anni 1996-2000, quando, come componente del Comitato Tecnico della istituenda Facoltà di Architettura di Catania con sede a Siracusa, il Prof. Enrico Costa si dedicava al progetto didattico di quella scuola in fieri, nella mia città si apprezzò il grande interesse del docente, forse anche perché, come si seppe si laureò architetto

    a Roma con il grande Bruno Zevi, nei confronti dell’insegnamento della Storia.

    Restammo, malgrado ciò, meravigliati quando, da Presidente del Corso di Laurea in “Pianificazione Territoriale, Urbanistica ed Ambientale” (“PTU&A”), ed oggi in “Urbanistica”, una decina d’anni fa invitò il Collega siracusano Salvatore Adorno ad insegnare, a fianco alle tante “Storie dell’Architettura” e delle “Teorie e Storie dell’Urbanistica”, anche una disciplina come “Storia della città e del territorio” appartenente al settore della “Storia contemporanea” che egli con un pizzico di ironia chiama gli “Storici Storici”, per distinguerli dagli “Storici dell’Architettura”, quelli che, per intenderci, furono i suoi Maestri, come Paolo Portoghesi e Bruno Zevi, e come sarebbe stato lo stesso Prof. Costa se non si fosse innamorato, ancor più che della Storia dell’Architettura, delle discipline dell’Urbanistica.

    Ci sembrò, ad Adorno, oggi Professore Associato di “Storia contemporanea” presso il Corso di Laurea in “Scienze dei Beni Culturali” della Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania con sede a Siracusa e tuttora docente a Reggio-Urbanistica, ed a me, allora giovane studioso, un approccio molto innovativo per la formazione dell’Urbanista, fatto che ho potuto accertare  da un paio d’anni a questa parte da quando anch’io, “storico storico”, sono stato chiamato ad insegnarvi la mia disciplina.

    Pensavamo di dover continuare così, e già era innovativo, ad insegnare noi, “Storici Storici”, fianco a fianco con gli “Storici dell’Architettura”, mentre ora, con un approccio davvero innovativo, il Prof. Costa, che è riuscito ad incrementare il totale dei CFU della Storia, ci chiede di provare ad immaginare di fare un ulteriore passo avanti, insegnando, noi “Storici Storici”, con gli “Storici dell’Architettura”, con una didattica sempre più integrata: si tratta del nuovissimo, ed inedito, Corso integrato di “Storia della Modernità e della Contemporaneità” (che integra i corsi di Storia moderna e contemporanea, Storia dell’Architettura moderna e Storia dell’Architettura contemporanea).

    Mi è stato chiesto di intavolare un  “ragionamento” su questa stimolante novità didattica.

    Ed ho provato a ragionarci su, partendo da Wittgenstein il quale, nel suo Tractatus, elimina ogni piano intermedio fra il linguaggio ed il mondo cui esso si riferisce e che rappresenta, per cui tra parole e fatti, tra linguaggio e realtà non esiste una dimensione mediatrice del pensiero, il pensiero si identifica con il linguaggio e questo con i fatti. In altre parole il linguaggio è una raffigurazione della realtà.  

    Oggi, tuttavia,  è difficile parlare di un solo linguaggio, ma, sarebbe opportuno individuarne diverse accezioni, viviamo, infatti, in una società estremamente complessa che estremizza le proprie caratteristiche amplificando le proprie anime. Simbolo principe di questa complessità è il rapporto spazio temporale che si definisce nell’elaborazione dei luoghi che diventano le nostre città. Se il luogo è in primis una rappresentazione di identità, di scontri sociali, di gusto, di espressione del bello, di progresso scientifico allora molti sono i linguaggi che servono ad esprimerlo, studiarlo o comporlo.

    La città, luogo per eccellenza, diviene il simbolo dello studio dei saperi che, tuttavia, si trovano inseriti in un unico sistema riuscendo ad uscire dalla loro naturale dimensione specialistica. A trascinare questa interdisciplinarietà di saperi è sicuramente la storia che diventa elemento cardine di spiegazione del reale e, come sin dall’inizio negli Annales, Bloch e Febvre, indicavano linguaggio interdisciplinare che riesce a battere i muri della specializzazione di settore e di periodo.

    La storia quindi non ha confini di spazio e di tempo, essa deve essere globale, contaminandosi con le altre scienze umane: dall’antropologia alla sociologia, dalla geografia all’etologia, dall’economia all’architettura. Ed è proprio nella città, nel rapporto con lo spazio e il tempo che emergono in maniera evidente i processi sociali e di governo, le dinamiche del consenso e della formazione della classe politica, che sono elementi tipici di un’analisi storica e che diventano allo stesso tempo origine e sviluppo dei principali cambiamenti architettonici.

    Per soffermarci solo su alcuni esempi appartenenti alla modernità e alla contemporaneità, possiamo sicuramente partire dai processi che vedono, tra Cinque e Seicento, in Italia la continuazione della realizzazione dell’impianto difensivo che esprimeva il limite urbano contro le contaminazioni e i pericoli che potevano arrivare dagli attacchi stranieri. Successivamente le rivoluzioni illuministiche individuano il pericolo per l’establishment governativo proveniente non dall’esterno ma dall’interno, da quel dissenso dell’opinione politica che si va formandosi attraverso le idee di libertà, uguaglianza e fratellanza, portando sin dai primi anni dell’Ottocento verso l’apertura delle città, attraverso l’abbattimento delle fortificazioni oramai inutili in un sistema che si proietta nella formazione degli stati nazionali, mentre in età contemporanea queste rappresentano, quando non totalmente distrutte, uno dei più apprezzabili elementi di attrazione turistica. Altro esempio rappresentativo può essere individuato nello studio della città ottocentesca nell’ultimo quindicennio, dove la storia urbana ha cercato di trovare un punto d’incontro tra la storia sociale, la storia delle istituzioni e la storia dell’architettura.

    Lo studio della “Città di ieri”, come afferma Zucconi, ci porta alla comprensione di quei processi tecnici che trasformano totalmente la città e il modo di rapportarsi ad essa da parte dei cittadini, le nuove reti stradali, gli impianti industriali, le prime reti di illuminazione a gas, piuttosto che la ferrovia o la fognatura, stravolgono il concetto di abitare i luoghi e amplificano la volontà di trovare negli stessi una forte simbologia da spendere nel contrasto tra centro e periferia. Provincie e comuni cominciano a “costruirsi” quel passato intellettuale atto a fornire quell’originalità e unicità storica che le possa far attribuire onorificenze e così finanziamenti. Ultimo elemento esplicativo di questo rapporto interdisciplinare non può che essere la città contemporanea stravolta, nel primo decennio del Novecento dai Principles of Scientific Management di Taylor che porteranno a quella che Gramsci descrisse come la “città fordista”, una città organizzata a livello industriale e rivolta esclusivamente alla produzione, che trasforma il rapporto tra territorio, individuo e massa.

    Successivamente la città viene stravolta dalle simbologie create dai sistemi totalitari, ricostruita dopo la caduta degli stessi e orientata fino agli anni settanta da uno sviluppo intenso dell’economia frutto dei rapporti tra società, affari e politica.

    E oggi? Quel sempre più complesso luogo antropizzato che chiamiamo città, che si dibatte tra i problemi di Government e Governance, che, come dice la Haddock segnano il passaggio della titolarità del controllo dell’orientamento delle dinamiche sociali, economiche e politiche delle grandi città da un attore democraticamente eletto come il consiglio comunale ad un insieme di attori pubblici e privati che ne fanno funzionare il sistema; passa a ridefinire la propria identità nel contrasto tra il centro storico e centro commerciali, entrambi “centri” ma che si scontrano per impadronirsi della leadership di “luogo della sociabilità”.

    Questi possono solo essere alcuni spunti di riflessione per un lavoro interdisciplinare che veda insieme storici, urbanisti, storici dell’arte e dell’architettura, e in generale ogni studioso del territorio che con il proprio linguaggio possa contribuire ad evidenziare la complessità del nostro esistere in rapporto alla città che diventa sempre più uno spazio fluido, sensibile e storico nello stesso tempo, in cui si compenetrano presente e passato, presente e futuro.

    Che dire di più? Se il Corso integrato di “Storia della Modernità e della Contemporaneità” avrà successo, come credo che ne avrà, se gli si riconoscerà un ruolo positivo nella formazione dell’Urbanista, vuol dire che c’è davvero del nuovo nel nuovo Corso di Laurea in “Urbanistica” dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria.

     

    *(Salvatore Santuccio, storico laureato a Catania e Dottore di ricerca in Storia nell’Ateneo di Teramo, dal 2007/08 insegna “Storia Contemporanea” a Reggio Calabria presso il Corso di Laurea in “Urbanistica”).