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    Innovazione: la Geografia nella formazione dell’Urbanista

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    di Giuseppe Campione* – Il nuovo Corso di Laurea in “Urbanistica”, presieduto da Enrico Costa, dimostra sempre più coraggio quando intraprende scelte culturali

    innovative per la formazione di un tecnico consapevole culturalmente e tecnicamente attrezzato come dev’essere
    l’Urbanista, e come lo richiedono i momenti di governo del territorio ed il contesto socio economico con i quali
    dovrà operare e confrontarsi.
    Il progetto formativo punta decisamente, e per collocazione culturale, e per numero di crediti, sulla Geografia.
    Non più una Geografia “sacrificata” 2+2 ma “sviluppata” su 6 CFU, i ben noti “crediti”, questa volta non più
    “spezzattati”, ma collocati strategicamente all’interno e come parte integrante del “Laboratorio di Paesaggio”:
    quindi più spazio didattico e maggiore studio, che è soprattutto più finalizzato.
    Me perché si tratta di innovazione vera e non soltanto proclamata? Dobbiamo risalire ad alcune motivazioni di tipo
    culturale e ad alcune considerazioni di carattere più generale.
    Scopriamo che ciò di cui mancano maggiormente gli uomini è di giustizia certamente, di amore sicuramente, ma più

    ancora di significazione.
    Il problema della significazione del mondo e della storia ci riporta a quella che per Ricoeur è la via lunga
    dell’ermeneutica: la consapevolezza dello stretto rapporto esistente in ogni espressione tra quello che si intende
    comunicare, che proviene dall’intimo di ogni persona, dal suo vissuto, e le formule linguistiche utilizzate per
    farlo, che sono invece da ricondurre ai modelli culturali che appartengono all’ambiente della nostra esistenza.
    Si tratta di rileggere in questa chiave, nel paesaggio, il concetto di “appartenenza” e di “alterità”: l’uomo
    scopre di essere giunto in un mondo già dato, già detto e già agito prima di lui, la cui fondazione da lui non
    dipende, ma al cui interno egli si apre alla Verità e molti modi del suo dirsi. A sua volta il dare, il dire e
    l’agire dell’uomo avviene a partire da altri, con altri e per altri: l’identità narrativa si costituisce strutturalmente a partire

    dalle differenze dell’altro.
    Di qui il nostro bisogno di relazione e di confronto, in cui “l’inclusione dell’altro” ne deve salvaguardare le
    diversità, senza né livellare astrattamente, né confiscare totalitariamente.
    Abbiamo paura delle egemonie. Nemmeno rutilanti fantasmagorie, una gioia per gli occhi, ci hanno fatto accantonare
    la paura nascosta anche in egemonie colorate di tenui luci pastello.
    Ne abbiamo discusso a lungo negli “otia” post-universitari quasi a confermare la “incantata” possibilità degli
    “otia”, un incanto che si va smarrendo nelle vorticose andature della loro polisemia.
    Cerchiamo di riassumere, con la felicità che è del dialogare, del trasferirsi l’anima: ad una ragione indifferente
     e scettica, incapace di guadagnare l’ulteriorità delle grandi domande di senso, anche per la città, anche nella

    città, si affianca il vertiginoso sviluppo della tecnica, spinto anche dalla settorializzazione delle scienze.
    Quello che è stato uno degli elementi fondanti il panorama culturale dell’Occidente – l’emancipazione metodologica
     della scienza dalla sua matrice filosofica e la conseguente autonomia del profano – corre il serio rischio di
    degenerare nell’assolutizzazione dell’umano o, al contrario, alla seduzione del nulla. Ricouer ha anche parlato
    di “cogito infranto”, riferendosi alla contestazione di autori come Nietzsche, Freud e Marx alla certezza del
    cogito cartesiano come fondamento di verità. Accanto a questo si deve porre la critica della ragione totalizzante
    hegeliana in nome dei diritti della singolarità irriducibile dell’individuo e delle sue geografie.
    La crescente assenza di scopi in una società che aumenta i propri mezzi è certamente la scaturigine profonda del
    nostro scontento.
    Nel momento in cui proliferano l’utensile e il disponibile, a misura che vengono soddisfatti i bisogni elementari
    di nutrimento, di alloggio, di svago, noi entriamo in un mondo che di buon grado chiamerei il mondo del gesto
    qualunque. Anche nella geografia dell’urbano. E del non-urbano.

    *il Prof. Giuseppe Campione, Ordinario di Geografia a Messina, e docente presso il Corso di Laurea in Urbanistica” di Reggio Calabria, è stato Presidente della Regione Siciliana