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    Non c’è più tempo

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    di Enrico Costa* –
    Non c’è imprevedibilità. Non c’è casualità. Non c’è destino cinico e baro nelle nostre disgrazie. Non c’è ineluttabilità…

    Le alluvioni, in Calabria, non sono che catastrofi annunciate.

    Anche la frana di Rogliano, l’ultima di una serie interminabile, è stata una tragedia certamente annunciata, sicuramente evitabile. Come quei due morti, come i cinque feriti (uno è molto grave) che con loro viaggiavano in autostrada.

    Una tragedia evitabile in un solo modo: non parlare solo di programmazione e pianificazione del territorio, ma farla ed attuarla. Non parlare solo di scienze del territorio come la geologia e tutte le altre, ma studiare il territorio ed attuare scrupolosamente quanto le scienze e le tecniche prescrivono per la sua tutela.

    Smetterla con la devastazione.

    Come? Coniugando pianificazione territoriale ed urbanistica, geologia e scienze territoriali. Non temere l’impopolarità, se le politiche impopolari ti salvano la vita, ti impediscono di morire.

    Ce ne ricorderemo? Ne sapremo trarre la lezione? Temo di no, visto che non è la prima tragedia calabrese, e non bisogna essere Profeti, o Cassandre che dir si voglia, per prevedere non solo le periodiche catastrofi, ma anche l’inevitabile oblio.

    Ma perché un oblio inevitabile?

    Neanche la tragedia di Soverato ha scosso realmente le coscienze.

    È passato quasi un secolo da quando un grande italiano, un grande meridionalista, che era anche scrittore, poeta, e non ultimo un politico, ha aperto gli occhi a chi voleva vedere (ma anche capire e, di conseguenza, prevedere ed agire) la nostra Calabria come, dal punto di vista idro-geologico, uno “sfasciume pendulo sul mare”. Un giusto, come diceva il suo nome, ma dal pensiero sfortunato, a dispetto del cognome.

    Quasi un secolo è passato da Giustino Fortunato, senza che nulla cambiasse… se non in peggio. Quasi un secolo di errori vuol dire una lontananza enorme dalla società meridionale di allora, ancora alle prese con gli strascichi del fenomeno postunitario del brigantaggio, e vuol dire una pari lontananza da una gioventù allora più vicina all’arretratezza culturale delle classi subalterne e delle plebi meridionali che non alla postmodernità di una gioventù oggi plurilaureata presso i nostri ottimi corsi di laurea calabresi, con ricerche presso gli specifici dipartimenti delle nostre Università. Ma anche non utilizzata o male e sottoutilizzata.

    Perché? Non se ne capisce la ragione…

    Ed i morti e feriti di Rogliano avevano fino a poche ore fa più dimestichezza e con lo sport che ti fa crescere in modo più sano e con gli strumenti dell’informatica che, oggi maggiormente di ieri, ti fanno sentire cittadino del mondo più attraverso la rete immateriale di internet che attraverso strade che, quando ci sono, ti fanno anche morire.

    Morti. E non perché tornavano da una nottata di sballo, ma da una sana gara sportiva. E neanche vittime di faide lontane da noi (e da loro).

    Non torneranno a casa, la Calabria non potrà più contare su di loro.

    Ma forse, se si smetterà di parlare a vuoto, se in materia di assetto territoriale smetteremo di essere tanto superficiali quanto arroganti (fra le tante cose ci è stato detto, lasciandoci stupefatti, che “quella frase di Giustino Fortunato – che definì lo “sfasciume pendulo” –, è una frase antiscientifica, pronunciata da un ignorante”!) se non addirittura “negazioniste” (ho anche letto in anni molto recenti che “la Calabria non è a rischio”!).

    Parole superficiali tanto a destra che a sinistra. Ma possiamo continuare a perdere tempo con le parole che fanno perdere senso sia ad una destra che ad una sinistra che producono più parole che fatti?

    E non i fatti che servono, ma parole inutili e, purtroppo, anche vite spezzate.

    Eppure sono bastati vento e pioggia a dicembre, e poi in questa coda di gennaio, per far tornare in auge le parole di Giustino Fortunato.

    Ma saranno, queste parole, un semplice slogan? O un impegno che ci farà cambiare registro, parole veritiere che ci faranno ricorrere alle idee di un sistema di pensiero positivo, parole che preludono all’azione concreta e risolutiva?

    Quel manager sportivo e quel giovane non potranno più tornare a casa, non potranno più lavorare con noi per costruire una Calabria diversa, migliore, sicura.

    Ed allora reagiamo alla crudeltà di quelle morti, alla loro crudele irrimediabilità, investiamo meglio le nostre risorse e facciamo tornare a casa i giovani migliori che cercano altrove di costruirsi un futuro (non un utopistico futuro migliore, ma semplicemente un futuro, che da noi sembra essere utopico di per sé), impegniamo il loro sapere (perché nelle nostre Università si studiano le cose che servono) su fatti concreti e condivisi (ma, per carità, non tratteniamoli ancora sui banchi di scuola dopo cinque anni di laurea, tre anni di dottorato, quattro anni nei vari post-dottorati, in altri improbabili corsi di “alta” formazione che piuttosto che avvicinarli al reale li confinano in una dimensione irreale nella quale rischiano persino di vedere svanire il proprio sapere, dissolversi il loro impegno, non ritrovare il senso delle necessarie motivazioni).

    Mettiamo alla prova i nostri giovani, smettiamo di assisterli, altrimenti ci accorgeremo che per loro, e per il territorio, non ci sarà più tempo.

    E non rimarrà nulla da assistere. Finirà così l’assistenzialismo?

     

    *Ordinario di Urbanistica presso la “Mediterranea”

    Presidente del Corso di Laurea in PTU&A