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    Minima immoralia – Sogas, il sabba dei ferloch

    vitalelogo

    di Enzo Vitale – Al Tito Minniti si sono sperperati 50 milioni di euro in dieci anni con una gestione spoliativa della Sogas “immorale” “invereconda” “perversa” “repellente” “scellerata”.

    Lucio Dattola, presidente della Camera di Commercio, ha usato queste espressioni per definire l’inglorioso percorso amministrativo che, con doppie prebende dirigenziali e assunzioni ingiustificate unitamente all’esternalizzazione di servizi essenziali, stava portando al fallimento il nostro aeroscalo (giovedì 30 agosto 2012, Palazzo della Provincia).

    Eppure le premesse non erano delle peggiori. L’aeroporto reggino venne creato nel 1939 per scopi squisitamente bellici (il secondo conflitto mondiale iniziò in Europa a settembre del 1939 con l’invasione della Polonia) in previsione dell’entrata in guerra dell’Italia affianco alla Germania (cosa che avvenne il 10 giugno del 1940). Allora vi erano due piste erbose larghe 50 metri, dotate di illuminazione per i voli notturni: la prima lunga 1475 metri; la seconda 1300. Dopo la fine del conflitto (l’armistizio venne siglato l’8 settembre del 1943, la guerra si concluse in Europa l’8 maggio del 1945) l’amministrazione anglo-americana d’occupazione autorizzò l’uso civile dell’aeroporto reggino con l’istituzione di cinque collegamenti aerei su di un totale di 40 previsti per tutto il territorio nazionale. La data topica è il 10 aprile 1947 con l’atterraggio sulla pista maggiore del primo aereo civile: un DC 3, bimotore americano ad elica, della società Teseo con 21 posti. Altre date storiche sono il 1967, anno in cui viene effettata la pavimentazione della pista 15/33, e il 1976, quando il nostro aeroscalo cessa di appartenere al demanio dell’aeronautica militare. L’abbrivio dell’aeroporto reggino come scalo civile, quindi, era stato più che ottimale: ben un ottavo di tutti i voli nazionali partiva e atterrava nella nostra città.

    Passando dalla storia alla “quasi” cronaca facciamo una citazione, un po’ lunga ma illuminante. “L’aeroporto dello Stretto è inserito nella vasta rete delle comunicazioni aeree nazionali e in tutti questi anni ha registrato un costante incremento di transito passeggeri e merci. (…) Il ruolo dell’aeroporto nel sistema dei trasporti dell’Area dello Stretto è di importanza fondamentale, non soltanto perché esso costituisce il mezzo di collegamento rapido tra l’Area e il resto del paese, ma anche perché, in vista dello sviluppo turistico delle zone comprese in questa Area, potrà consentire un programma di voli charter su tratte internazionali. Se si guardano infatti le distanze che intercorrono tra l’aeroporto di Reggio e gli altri scali europei o del Medio Oriente, ci si rende conto della fattibilità di questi programmi: meno di 500 Km per Tunisi, 650 fino a Tripoli, 750 da Atene. E il discorso non è meno attuale in riferimento anche al flusso turistico del Nord Europa e dell’Oltre Oceano, che si delinea promettente dopo la riscoperta del patrimonio culturale e archeologico della Magna Graecia di cui Reggio e la sua Provincia sono largamente dotate e che nei due Bronzi di Riace ha ritrovato occasione di maggiore divulgazione. (…) Alla luce di queste considerazioni il potenziamento dell’Aeroporto dello Stretto costituisce un obiettivo fondamentale, da realizzare a breve scadenza.”

    A quale dei relatori di giovedì 30 agosto 2012 al Palazzo della Provincia è da attribuire lo stralcio riportato? Al presidente Raffa o all’on Fedele? Al citato Lucio Dattola o all’ad Carlo Porcino? A nessuno di loro: il testo citato è stato scritto nel 1980 dall’on. Nello Vincelli. Più di 30 anni, un lasso di tempo più che generazionale, un’enormità nella nostra epoca caratterizzata dall’accelerazione esponenziale di tutte le mutazioni: più di sei lustri per continuare a dirci sempre le stesse cose.

    Non vi è chi non creda che oggi si ha il pieno diritto di essere un tantino stanchi e nauseati: di pontili andati in malora, di metromare evanescenti, di voli che prendono il volo, di “consulte” scatole vuote, di compagnie farlocche (usiamo il termine nel significato attuale derivante dal romanesco pasoliniano ma in quello sorgivo di “ferloch”, dialettale piemontese del XIX secolo: chiacchierone o ciarlone, che parla molto e senza fondamento). L’elenco potrebbe continuare, con una sfila infinita di “ferloch” che ci hanno letteralmente presi per il culo (non è necessario spiegare l’etimo dell’espressione) riempendosi le tasche con i nostri soldi. Lucio Dattola ha l’elenco completo e aggiornato di questi nostri concittadini, ladroni e cialtroni, che hanno mandato in malora il nostro Tito MInniti. Ma ce l’ha anche Carlo Porcino, cui si deve obiettivamente riconoscere un’inversione di tendenza gradita quanto ormai inaspettata.  

    Probabilmente l’aeroporto Tito Minniti non verrà declassato: i dati in possesso del Ministero non sono aggiornati, la concessione da annuale a ventennale sembra dietro l’angolo, i passeggeri sono in aumento (si pensi solo che se si confronta il solo traffico nazionale, la nostra movimentazione è sovrapponibile numericamente a quella del lametino, che i suoi numeri li fa con l’internazionale), per gli spazi pubblicitari è stato finalmente richiesto il pagamento, le costose esternalizzazioni non sono state rinnovate e, con un risparmio dell’80%, sono state affidate a un unico global service, e via dicendo.

    Insomma, il Tito Minniti non farà la fine dell’aeroporto di Brescia che, desolatamente vuoto, a pochi chilometri da quello di Verona, perde 20.000 euro al giorno movimentando solo un paio di cargo: non si può non riconoscergli, anche prescindendo dalla produttività, il ruolo strategico che svolge per l’area dello Stretto di riferimento.
    Tutti tranquilli, quindi? Si, a patto che non ritornino i signori “ferloch” alla Sogas.

    enzovitale@diarioreggino.it