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    Minima immoralia- Parco del soldato Yokoi Shoichi

    vitalelogo

    di Enzo Vitale – Nei primi anni del terzo millennio nel comprensorio di Gambarie si è assistito a un’assurda e ridicola guerra di competenze territoriali e gestionali

    durata alcuni anni che, insieme a svariate comparse tra cui le Comunità montane e alcune Amministrazioni comunali, ha avuto tre attori protagonisti: il Corpo Forestale dello Stato; l’Azienda Forestale Regionale; il Parco Nazionale d’Aspromonte.

    Il Corpo Forestale, la cui operatività si avvicina al secondo centenario risalendo a prima dell’unità d’Italia, custode della memoria storica di luoghi oltre che delle culture e tradizioni montane italiane, da gestore diretto delle montagne calabresi era divenuto il controllore dei nuovi gestori subentratigli con il decentramento amministrativo: va da sé che, al censurare operati o linee di sviluppo non armonizzate con la legge, ne abbia subito l’ostilità.

    L’Afor aveva acquisito la proprietà delle zone montane calabresi ad eccezione dei Parchi, dei boschi da seme e dei beni immobili necessari ai fini istituzionali del Corpo Forestale (in Aspromonte le casermette di Basilicò, Marrappà e Canovai). L’Ente Parco, terzo attore della delirante tenzone, con le sue specifiche competenze si era inserito nel puzzle gestionale aspromontano. 

    Le prime scaramucce nacquero quando il Corpo Forestale, guidato dal defunto colonnello Angelo Ciancia, nemico giurato del presidente del Parco prof. Tonino Perna, stigmatizzò alcune iniziative dell’Ente Parco, tra cui l’uso di materiali e maestranze non locali.
    Ma la guerra vera e propria tra queste Istituzioni scoppiò quando il presidente del Parco convocò per domenica 6 ottobre 2002 una riunione dei sindaci dei Comuni della fascia ionica del Parco in piena foresta demaniale aspromontana, in località Canovai, il cui accesso era consentito solo dietro autorizzazione del Corpo Forestale.

    Nel bel mezzo di questa querelle, il convergere di nuovi interessi fece sì che tra questi Enti si creasse un’inedita alleanza contro un comune nemico, l’Afor. L’Azienda forestale regionale venne accusata, anche con un’interpellanza parlamentare: di ignoranza e di incapacità amministrativa e gestionale; d’aver edificato in spregio alle leggi che regolamentavano il sorgere di nuove costruzioni; d’aver programmato uno zoo esotico in pieno bosco montano con mortificazione del paesaggio e turbativa d’ecosistema.

    Ma fu subito di nuovo guerra tra gli alleati quando ci si dovette dividere le spoglie del nemico momentaneamente sconfitto: a chi spettava il merito di aver fatto porre sotto sequestro le costruzioni abusive dello zoo di Basilicò? Di Tonino Perna, che aveva promosso l’interpellanza parlamentare, o di Angelo Ciancia, che aveva messo i sigilli in ottemperanza a un disposto dell’autorità giudiziaria? 

    Fatto sta che tra i due litiganti l’Afor la spuntò ed ottenne il dissequestro. La sua ritorsione contro il Corpo Forestale fu immediata e feroce, concretizzandosi in un brutale assedio della caserma di Basilicò, ormai minuscola enclave di memoria e cultura montana, portato avanti con: con stormi uccelli tropicali dal diuturno stridulo grido ammassati in voliere a ridosso dei muri; con coorti di serpenti boa e di altra tipologia originari del sud-est asiatico, allocati in gabbioni sotto le finestre; con interi battaglioni struzzi e zebre provenienti dal centro Africa, promananti continue folate di odori di savana. Un vero e proprio zoo tropicale in pieno Aspromonte, paradigma animale del “non-luogo” teorizzato dall’antropologo francese Marc Augé.

    A questa Fantasilandia di Basilicò si accedeva dall’estremità nord del rettifilo di Tre Aie passando sotto un  monumentale portico in legno, piantonato a vista da alcuni giannizzeri dall’improbabile accento catanzarese che imponevano la gabella di un euro per poter procedere. Erano impiegati dell’AFoR trasferiti ad hoc dal centro-Calabria per evitare che le truppe indigene fraternizzassero con i forestali.
    Comunque sia, sarà anche perché i dirigenti Afor non avevano sufficientemente spiegato a quei poveri animali come si diventa “fauna tipica aspromontana”, fatto sta che gli ospiti dello zoo non riuscirono a diventarlo e, ostinandosi a essere animali equatoriali, al primo inverno morirono di freddo e stenti.

    Poi ci fu lo scandalo (sembra che qualcuno avesse avuto eccessivi guadagni nell’organizzare l’importazione degli animali esotici) e lo zoo, anche per assenza di ospiti, venne chiuso.

    ***
    Oggi, terminate da tempo le ostilità, l’accesso è libero: subito a sinistra, una volta passati sotto al portico, è ancora visibile il posto di guardia e il bunker di legno usato delle truppe dell’AFoR durante la belligeranza; sulla destra del lungo rettifilo in discesa non sono ancora ricresciuti gli alberi tagliati per dare ospitalità agli struzzi, la cui premorienza ha alimentato innumerevoli grigliate dei corpi scelti dell’AFoR.

    Il 16 agosto 2012 ci spingiamo oltre: per visitare i luoghi della guerra e anche perché incuriositi dall’aver notato una nuova scritta “Centro Equestre – Parco Nazionale d’Aspromonte”. 

    Dopo il paio di tornanti che chiudono a valle il rettifilo, si entra … ma dove? Una volta, quando la gestione montana era compito del Corpo Forestale, si accedeva alla corte esterna della caserma: brulicante di uomini e attività, di mezzi e animali, era ciò che avrebbe dovuto essere quel posto ovvero un avamposto dell’uomo rispettoso della natura. Poi, invece, durante la gestione AFoR, si accedeva allo zoo che circondava l’ormai minuscolo presidio del Corpo Forestale.

    Oggi, o almeno nel giorno della visita, non c’è più nessuno: solo vecchie insegne con i nomi degli animali che erano ospitati, una voliera abbandonata, recinti divelti, un piccolo stagno imputridito, una serie di villette abbandonate (quelle abusive costruite dall’AFoR).

    Notiamo un’unica presenza umana, un uomo ormai avanti negli anni: non risponde ai miei saluti e, guardatomi di sottecchi, con aria e portamento indecifrabile, timorosamente si allontana voltandosi di tanto in tanto e scompare dietro alti cespugli. Mi ricorda la figura di Yokoi Shōichi, militare giapponese ritrovato nel 1972 sull’isola di Guam, su cui era rimasto nascosto per 28 anni pensando che la guerra nippo-americana non fosse ancora finita.

    Ma c’è una novità: un nuovo grande arco su cui v’è scritto “Centro Equestre – Parco Nazionale d’Aspromonte”. Ci siamo, ecco i cavalleggeri del Parco che risollevano le sorti di Basilicò.

    Andiamo avanti, ma non si vede anima viva. I cavalli e i loro custodi saranno dentro, ma dentro dove? Andiamo ancora avanti e, sulla sinistra, notiamo i resti di un carretto cui hanno sottratto tre delle quattro ruote, riciclate da vecchie auto: sul lato è ancora visibile la scritta “Visita al Parco d’Aspromonte” (ricordo vagamente di averlo notato lo scorso anno, tristemente tirato da uno spelacchiato ciuchino, arrancare con disagio sulla nazionale con sopra un paio di bambini immugugnati). Da dietro si affaccia una capra pezzata, dal lungo pizzetto alla Cavour; ne spunta un’altra, più piccola e nera, che spavalda mi si avvicina. Mi inoltro e, sulla destra, mi si apre finalmente la Piazza d’Armi del Centro Ippico: desolatamente vuota e assolata, tranne che per un brocco che continua mangiar biada indifferente alla mia presenza, sorvegliato a vista da un bastardino nero che a tutto pensa tranne che a intimorirmi.

    Siamo nel giorno successivo al Ferragosto del 2012, in un luogo che avrebbe dovuto brulicare di attività turistiche e di visitatori: ma l’unica presenza umana riscontrata è quella del vecchietto un po’ svampito che timoroso si allontana dalla mia vista con andatura incerta, quasi una rivisitazione in salsa calabrese del soldato Yokoi Shōichi. Dobbiamo rimpiangere lo zoo, il “non-luogo” che almeno qualche incauto turista riusciva ad attirare?

    enzovitale@diarioreggino.it