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    Minima immoralia – Lavori in corso a Gambarie

    vitalelogo
    di Enzo Vitale – Una decina di anni or sono, più o meno a cavallo del 2000, mi soffermai a osservare alcuni lavori stradali in Gambarie d’Aspromonte. Si era nei primi giorni di agosto e il

    mio interesse era dovuto non tanto al fatto che detti lavori venivano effettuati nei pressi della villa in cui soggiornavo quanto ad alcuni particolari tecnici della loro esecuzione. Nello specifico mi era sembrato quantomeno anomalo l’angolo con cui, al di sotto del livello del manto stradale, si stava facendo innestare un canale di scolo in un collettore che correva lungo la strada principale: era di 90 gradi mentre, a mio avviso e a lume di logica, gli assi longitudinali dei due collettori non avrebbero dovuto essere perpendicolari tra di loro.

    Difficile da spiegare senza l’ausilio di uno schizzo, proverò comunque a rendere l’idea di ciò che racconto. Scendendo da piazza Mangeruca sulla nazionale che porta a Gallico, più o meno dopo trecento metri dalla traversa che porta al Grande Albergo, giusto dove negli anni Sessanta c’era l’ufficio postale, si diparte una stradina che, con andamento rettilineo e molto ripido, porta all’ex tiro al piccione dove oggi sorge l’Hotel Bellavista, e ancora più giù si innesta nella stessa nazionale che aveva lasciato a monte. Questa scorciatoia, che elimina il tornante della Rai e le curve del Buon Pastore e delle vecchie Poste, in caso di pioggia abbondante, per la sua rettilineità ed eccessiva pendenza, accogliendo tutta l’acqua raccolta a monte dalla nazionale, diveniva una pericolosissima condotta torrentizia in cui l’acqua scorreva con una potenza e velocità tale da essere in grado di trascinare a valle qualsiasi cosa trovasse sul suo percorso.

    Con i lavori di cui parlo, sotto il manto stradale di questa scorciatoia si era costruito un canale di scolo destinato a raccogliere l’acqua che vi sarebbe arrivata attraverso delle griglie poste in senso trasversale all’asse stradale: questo collettore era destinato a raccordarsi a valle con quello della nazionale. In caso di pioggia abbondante, pertanto, parte dell’acqua di superficie si sarebbe intubata attraverso le grate diminuendo così la sua forza d’urto.

    A questo punto, anche senza l’ausilio di uno schizzo, dovrebbe risultare abbastanza chiara la mia perplessità nel vedere l’innesto con angolo a 90 gradi, ovvero perpendicolare, tra i due collettori: al primo acquazzone di una certa importanza, la forza d’urto dell’acqua intubata dalle grate avrebbe danneggiato il collettore principale e divelto il manto stradale sovrastante pur di trovare una via d’uscita. Puntualmente durante le stagioni seguenti tutto ciò dev’essere accaduto perché, un anno dopo, ho trovato il cantiere di nuovo aperto, con la stessa ditta e le stesse maestranze, per modificare l’angolo di innesto e far sì che questo non fosse perpendicolare ma avesse un’incidenza obliqua.

    Non è che l’anno precedente fossi stato zitto: mi ero premurato di riferire le mie perplessità a chi di dovere, ma senza altro ottenere che qualche indagativo sguardo sul perché mi volessi occupare di cose che non mi riguardavano. L’anno dopo, tornato alla carica, chiesi se non sarebbe stato più utile ed economico spedire un tecnico comunale in una località del nord, per fargli apprendere sul campo i rudimenti di ingegneria infrastrutturale montana, piuttosto che rifare due volte gli stessi lavori. Anche stavolta venni guardato come un alieno rompiscatole.

    Amichevolmente e in separata sede, in seguito mi venne spiegato che non era da scartare l’ipotesi che il lavoro fosse stato fatto volutamente male per poter poi ottenere un’altra commessa. Pur tentato, non seguii l’insegnamento andreottiano. Però l’ipotesi prospettata tutto sommato non era una bufala e, nel caso la si fosse accettata, sarebbe stata in grado di dare risposta a molti altri perché:

    perché l’asfalto sulle nostre strade di montagna dura “l’espace d’un matin” mentre al nord, a ben altre altezze e temperature, la sua durata si misura in decenni; o perché vicino ad alberi con radici invasive muri e marciapiedi, piuttosto che in legno e terra battuta, vengano fatti in cemento o pietra, sì da essere regolarmente divelti dopo qualche anno dalla fisiologica pressione della natura (un esempio: il parcheggio con affaccio-belvedere inspiegabilmente sorto, a 500 metri dalla piazza, all’incrocio fra la nazionale Melito-Delianova e la Circonvallazione Panoramica); o, ancora, perché si utilizzino per le costruzioni pubbliche materiali non resistenti alle intemperie e più adatti a un clima asciutto e mite (due esempi: il rifugio vicino Monte Scirocco sul tracciato del sentiero verde del Gea, ormai da tempo inagibile; l’inutile casermone vicino al laghetto di Rumia, mai utilizzato e vergognosamente imploso in soli pochi anni).

    enzovitale@diarioreggio.it