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    Minima Immoralia – Il ritorno dei compari e il mercato degli integratori

    vitalelogo
    di Enzo Vitale –
    Uno degli aspetti peggiori della sanità, non solo italiana, è rappresentato dagli accordi criptici tra le ditte produttrici di farmaci e medici che li prescrivono, sia a livello

    territoriale che ospedaliero. Più o meno gli stessi accordi esistono tra multinazionali del farmaco e istituti di ricerca per pilotare i risultati delle sperimentazioni.

    Limitandoci all’Italia, prima che la revisione del prontuario farmaceutico togliesse di mezzo una moltitudine di farmaci dall’utilità non riconosciuta, questo tipo di accordo con i medici di base era generalmente definito col termine di “comparaggio”: abbastanza diffuso nei centri urbani, era divenuto una vera e propria piaga nelle zone rurali, soprattutto meridionali, in cui il basso livello culturale della popolazione e l’alta percentuale di anziani esentati dal pagamento del ticket facilitava le prescrizioni. Maggiore era il costo del farmaco più alto per il medico era il guadagno, calcolato in percentuale sul prezzo. Si era così creata una vera e propria corsa alla prescrizione di prodotti costosi e inutili.

    Con l’introduzione del nuovo prontuario farmaceutico, che aveva reso non più prescrivibili tutti i prodotti di discutibile vantaggio per il paziente, il “comparaggio” si era notevolmente ridimensionato, riducendosi ad alcune specialità la cui licenza di vendita era stata ceduta dalle grosse aziende a piccole e agili strutture commerciali senza grossi scrupoli. Le ulteriori ultime strette, forse eccessive ma comunque obbligate, avrebbero dovuto teoricamente far scomparire completamente il fenomeno o limitarlo a casi tanto modesti da essere ininfluenti sulla spesa farmaceutica generale. Ma non è stato così anche se, per come ora si manifesta, il comparaggio non incide sulla spesa pubblica ma grava esclusivamente sulle tasche dei cittadini allocchi.

    Oggi, in tempi di vacche magre per compari e accoliti, uno strano tipo di commesso viaggiatore bussa alle porte degli studi medici. Fattosi ricevere e aperta la valigetta, mostra il suo campionario: vitamine, sali minerali, integratori, antianoressici, anabolizzanti, coadiuvanti, rivitalizzanti, dinamizzanti, supervitalizzanti, superdinamizzanti. Un crescendo rossiniano di prodotti in grado di strappare: il bambino dall’inappetenza, l’adolescente dalla pigrizia, il giovane dall’astenia, la signorina dall’isteria, l’uomo dall’impotenza, la donna dalla frigidità, gli anziani dalla stanchezza di vivere. Seguendo le indicazioni fornite dal piazzista, il medico, una volta addottorati i pazienti sulle miracolose proprietà dei prodotti, deve fornir loro un numero di telefono cui fare l’ordine per avere “comodamente a casa propria” quanto richiesto. Al medico entra un buon 20% sull’importo dell’ordine, naturalmente in nero.

    Cambiano i tempi, non le persone: in tempi di crisi tornano, sotto mentite spoglie, i soliti compari. Il tutto avviene anche col sistema di vendita tradizionale che oggi vede affiancate le parafarmacie alle farmacie. Il fenomeno, con un’espansione proporzionale all’impegno delle case farmaceutiche nel settore degli integratori, è determinato dalla spropositata differenza tra il costo di produzione/distribuzione e quello di vendita. I citati costi, che in un sistema corretto dovrebbero costituire la percentuale maggiore, in questo settore rappresentano non più del 10%. Il resto è rappresentato dalle seguenti percentuali:  30% al venditore finale; il 20% all’agente promotore della vendita; il 20% a spese varie di promozione e gadget; il 20% al medico proscrittore.

    Naturalmente sono percentuali approssimative, soggette a variazioni in relazione alle diverse politiche promozionali. C’è per esempio il caso di un integratore a base di fermenti lattici, liquido incolore e insapore confezionato in flaconcini trasparenti, che concede una percentuale del 40% alla farmacia e spende un altro 40% in pubblicità mediatica, saltando il medico e lasciando solo un 10% al promotore; un altro caso emblematico è rappresentato dalla soluzione fisiologica, ovvero acqua e sale alla concentrazione dello 0.9%, dal costo di produzione più o meno equivalente a 0 (zero) e dal prezzo di vendita fra i 12 e i 15 euro per confezione, che ha uno sconto farmacia che può arrivare al 60%.

    Insomma, anche quando non c’è di mezzo il classico comparaggio, pur senza aggravio per la spesa pubblica ma solo per gli allocchi che credono alla pubblicità sanitaria, il mercato degli integratori è comunque un merdaio.

    enzovitale@diarioreggino.it