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Memorie – Orrore e speranza nella storia di Lea e Denise

13 Novembre 2014
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 5 minuti
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lea garofalo

di Anna Foti – E’ una storia drammatica ma traboccante di speranza quella scritta, tra la Calabria e la Lombardia, da Lea e Denise; quella che, attraversando l’Italia, dimostra che la violenza è trasversale e non conosce zone franche.
Ha testimoniato contro suo padre Carlo Cosco, assassino di sua madre e di lei ha voluto anche il cognome, Denise Garofalo, oggi poco più che ventenne, residente  in località protetta. Affettivamente e inconsapevolmente legata anche ad un complice dell’omicidio della madre, poi pentitosi,  Carmine Venturino, il suo destino sarebbe stato quello di vivere nell’oppressione mafiosa se la madre Lea non avesse deciso di testimoniare le circostanze di cui era a conoscenza e dunque di ribellarsi alla ndrangheta. Lea ha pagato con la sua vita il coraggio delle sue scelte, la ribellione rispetto ad un destino in cui avrebbe dovuto tacere, subire, essere complice, dimenticare di avere assistito alla faida contro il clan dei Mirabelli, nel comune di origine di Petilia Policastro in provincia di Crotone, in cui avevano perso la vita per mano della ndrangheta il fratello Floreano, i cugini Mario, Francesco e Salvatore. Avrebbe dovuto rinunciare al sogno di un futuro diverso per la sua Denise. Invece il suo amore di madre guidò la sua ribellione e parlò; disse quello che sapeva e per questo andò incontro ad una morte orribile, consumatasi proprio nel milanese dove venne fatta scomparire nel novembre del 2009, perché solo così il suo coraggio di parlare, di scardinare, di “disonorare”, sarebbe stato neutralizzato.
Nel 2002 a Milano Lea decise di rompere il silenzio su verità scomode, ribellandosi coraggiosamente alla ndrangheta. Con la figlia ancora minorenne Denise, entrò in quel programma di protezione che le venne revocato nel 2006 a seguito dell’archiviazione dell’inchiesta seguita alle sue dichiarazioni. Il programma venne poi ripristinato fino alla prima rinuncia nel 2006 e poi ad una seconda, quella definitiva, nel 2009. Forse Lea, madre e dunque testimone di Giustizia, che avrebbe voluto per sé e per la figlia un destino di libertà e legalità distante da quello cui era condannata, si sentì scoraggiata dagli esiti delle sue rivelazioni cui non seguì alcun processo, nonostante il rischio affrontato. Per questo motivo potrebbe aver deciso di rinunciare al programma di protezione, per avere quella libertà di movimento che avrebbe almeno consentito di costruire per Denise una prospettiva di vita diversa altrove. Lea Garofalo aveva, a distanza di sei anni, riferito agli inquirenti dettagli dell’attività criminale di suo marito ed elementi preziosi per far luce sull’omicidio di Antonio Comberiati avvenuto nel 1995 a Milano. Lea raccontò una scomoda verità, poi la confermò e per questo era ‘ricercata’ dal suo ex convivente, che minacciava anche la sorella Marisa, cui veniva chiesto insistentemente dove lei si trovasse, che intendeva a tutti i costi conoscere i contenuti delle rivelazioni della ex convivente e della figlia agli inquirenti. Dunque un contesto che non c’era da stare tranquilli ed invece Lea rimase sola con Denise. Solo qualche mese dopo il tentativo di sequestro fallito a Campobasso, quella partenza per Milano dove, questa volta, il colpo non sarebbe fallito e nel novembre 2009 il rapimento, le torture e poi la atroce morte cui, fino adesso, pareva non fosse sopravvissuto neppure un corpo. Il silenzio è stato ottenuto. Rimane oggi il solo grande imperativo: proteggere Denise, che adesso vive in una località protetta, per onorare, pur se da morta, la vita di Lea.
Nella notte tra il 24 ed il 25 novembre 2009, infatti, Lea scomparve nel milanese, dove era stata attirata con l’inganno, e da quella sera si persero le sue tracce. Non sarebbe tornata più in Calabria. Denunciò la scomparsa la sorella Marisa.
Un caso di lupara bianca esportato a Milano per eliminare fisicamente lei, che aveva raccontato agli inquirenti della cruenta faida del suo paese esportata anche nel milanese.
Nell’ottobre 2010 fu avanzata l’ipotesi del drammatico destino secondo il quale il suo corpo sarebbe stato sciolto nell’acido; nel novembre 2012 il ritrovamento di resti umani invece carbonizzati, in Monza Brianza, che fu accertato fossero i suoi. Solo qualche settimana prima di questo ritrovamento e di questa nuova verità – il suo corpo bruciato e non sciolto nell’acido-  la morte di sua madre, Santina Miletta vedova e sopravvissuta al marito ed ai figli di una terra maledetta che paga il sangue con il sangue e che forse quella scelta di ‘tradire’ la ndrangheta compiuta dalla figlia non l’ha mai veramente compresa.
Originaria di Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro nella provincia calabrese di Crotone, Lea, testimone di giustizia, orfana di padre a soli nove mesi di vita per un regolamento di conti e compagna dall’età di 14 anni di Carlo Cosco, tre anni più grande di lei, si era trasferita giovanissima, all’inizio degli anni Novanta, a Milano, dove la sua vita, drammaticamente, fece capolinea. In quell’incontro fissato con l’inganno, naufragò il sogno di ricominciare una nuova vita con la figlia Denise, magari trasferendosi in Australia.
Si era pensato l’avessero sciolta nell’acido perché le sue parole non potessero più rendere verità. ‘Giustiziata’ a 35 anni. Tradita e non solo dal suo ex compagno. Evidentemente a Petilia Policastro, nel crotonese, non era stato tollerato l’affronto di Lea Garofalo, testimone di giustizia che, dissentendo dall’omertà dilagante, aveva creduto nella legge dello Stato più che nella cieca sopraffazione del crimine, pagando con la vita e il distacco dalla sua Denise avuta all’età di 17 anni.
Il 30 marzo 2012, intanto, arrivano sei condanne all’ergastolo nel processo di primo grado in cui la sorella Marisa si era costituita parte civile. La prima Corte d’Assise del Tribunale di Milano, presieduta da Anna Introini, aveva condannato infatti i tre fratelli Carlo, Vito e Giuseppe Cosco, Carmine Venturino, Massimo Sabatino e Rosario Curcio per avere sequestrato, seviziato, interrogato, ucciso con un colpo di pistola alla nuca Lea Garofalo, dopo averlo trasportato in un terreno a San Fruttuoso, in cinquanta litri di acido. Carlo Cosco aveva pianificato l’uccisione della madre di sua figlia, Denise, Lea Garofalo eseguito a Monza il 24 novembre 2009. Nel 2013 la Corte di Appello d’Assise conferma che nessun raptus, ma un orribile piano di morte e violenza, vi era stato alla base del delitto. “Doveva essere cancellata ”dalla faccia della terra” anche ”disperdendone ogni traccia materiale”. Questo era il suo piano e lo ha realizzato con l’aiuto di tre complici, anche loro condannati in primo grado. Un piano compiuto finanche nel dettaglio dei resti atteso che furono ritrovati tre anni dopo.
Solo allora, dopo ipotesi e dubbi, fu confermata l’appartenenza a Lea Garofalo dei resti ossei ritrovati nel tombino a San Fruttuoso di Monza, nel milanese, dopo la combustione del corpo durata due giorni, su ciò che avvenne prima, non vi sarebbero riscontri per quanto dichiarato al pm Marcello Tatangelo, dal più giovane degli imputati, Carmine Venturino, che nel 2012 aveva rivelato la sua verità: Lea non era stata sciolta nell’acido ma strangolata ed il suo corpo brutalmente colpito e poi bruciato.
Dichiarazioni, tuttavia non ritenute pienamente attendibili. Sulle modalità precise dell’omicidio restano, infatti, sconosciute. Anche questo si legge nelle motivazioni appena depositate della sentenza della Corte di Assise e di Appello di Milano (presidente Anna Conforti, a latere Fabio Tucci) che ha confermato a carico di Carlo Cosco, ex compagno di Lea Garofalo, trentaseienne testimone di giustizia di Petilia Policastro, in provincia di Crotone, la sentenza di ergastolo.
Dei sei ergastoli inflitti in primo grado, confermati quattro con una assoluzione ed uno sconto di pena. Confermato il carcere a vita per Carlo Cosco, per uno dei due fratelli di Carlo Cosco, Vito, e per gli altri due complici Massimo Sabatino e Rosario Curcio, mentre ridotta a 25 anni di reclusione la pena per l’ex fidanzato di Denise, Carmine Venturino, che pentitosi aveva rivelato dove ritrovare i resti ossei di Lea. Assolto l’altro fratello Cosco, Giuseppe.
Quella di Lea è una storia che tiene aperta una ferita ed apre un dibattito sulla disciplina dei programmi di protezione, sulla loro efficacia, sulla loro gestione.
La giustizia mafiosa, quella macabra ma che meno fallisce e poco sbaglia, ha fatto centro ed è arrivata prima. Ad essere stata condannata è non solo una persona che ha tradito l’omertà mafiosa ma anche una donna che non ha ubbidito, una moglie che ha sottratto la figlia al padre. Un femminicidio aggravato dalla cappa mafiosa. Una vita in cerca di un legittimo riscatto è stata spezzata; una voce evidentemente veritiera è stata zittita.
Adesso resiste ostinata la speranza di una nuova vita per Denise, ma intanto resistono le domande che risuonano nella storia anche di tante altre donne: quante volte si sia ribellata alla ndrangheta, quante volte sia stata uccisa, Lea Garofalo, prima di morire e perché tutto ciò sia accaduto.

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