• Home / RUBRICHE / Memorie / Memorie – Demetrio Quattrone e Nicola Soverino, la memoria che resiste all’oblio

    Memorie – Demetrio Quattrone e Nicola Soverino, la memoria che resiste all’oblio

    di Anna Foti – Professionisti che riconoscano nell’etica dell’esercizio la stella polare da seguire, imprese che producano sviluppo e non solo profitto, affari che non si limitino al guadagno ma investano nella crescita di un territorio, il lavoro come contributo democratico e prezioso del cittadino al progresso della società e non come ricatto e dimensione di sfruttamento, un sistema al servizio della collettività e non asservito a logiche di potere:  un contesto ideale, ma non per questo meno giusto, per il quale tante persone hanno speso ogni loro energia, hanno sacrificato la loro vita. Tra questi c’è anche l’ingegnere, funzionario dell’Ispettorato del lavoro impegnato per conto della Procura di Palmi su perizie legate a reati mafiosi nella Piana di Gioia Tauro, Demetrio Quattrone. Fu lui a lasciare in eredità a tutti noi una lucida e compiuta analisi sulla situazione della Reggio degli anni Ottanta. Egli fotografò coraggiosamente un contesto di economia drogata dal cemento gestito dal partito dei palazzinari e da un processo produttivo soffocato se non allineato alla speculazione edilizia, allo sfruttamento del lavoro, delle risorse economiche e del territorio, all’illegalità diffusa.
    Lui aveva capito e non si era girato dall’altra parte; faceva il suo dovere e, nel farlo, era incorruttibile e pertanto scomodo per un sistema che già si nutriva di ampie zone grigie per alimentare il potere. Per questo è stato ucciso, all’età di 42 anni, con l’amico Nicola Soverino che aveva visto troppo. Era le sera del 28 settembre 1991 quando questo avveniva e quel delitto non ha ancora volti e nomi assicurati alla giustizia. Il ricordo e l’appello alla verità e alla giustizia è affidato ai figli, Rosa, Antonino e Maria Giovanna e, al loro fianco, al coordinamento territoriale di Libera.
    Quasi due mesi dopo l’assassinio del giudice Antonino Scopelliti a Campo Calabro (RC),  un altro commando mafioso insanguinava ancora le strade di Calabria e poneva in essere un’altra esecuzione, questa volta nella frazione reggina di Villa San Giuseppe. Le vittime del fuoco di pistola e lupara furono, appunto, l’ingegnere Demetrio Quattrone e l’amico trentenne medico omeopata che si trovava con lui, Nicola Soverino. Siamo sul finire della prima sanguinosa guerra di ndrangheta che dal 1985, con l’attentato in ottobre al boss di Fiumara di Muro Nino Imerti e la risposta dopo due giorni –  che però non fallì –  con l’omicidio del boss di Archi Paolo De Stefano, aveva mietuto oltre settecento morti ammazzati. Quella guerra aveva rotto gli ‘equilibri’ poi ricostituiti con il sigillo del sangue del giudice Scopelliti nell’agosto del 1991.
    Gli scritti di Demetrio Quattrone, osservatore e precursore di quello che sarebbe stato,  erano allora illuminanti, se solo qualcuno avesse voluto vedere, capire e intervenire, e ancora oggi sono drammaticamente attuali. Ne diede lettura la figlia Rosa, oggi referente di Libera Memoria a Reggio, in occasione della tappa di quest’anno della Carovana promossa da Libera, Arci e Avviso pubblico, durante l’incontro “Le mani sulla città. Impronte di cittadinanza negata”, dedicato alla memoria di Demetrio Quattrone e Giuseppe Macheda, agente della polizia municipale assegnato alla squadra speciale contro l’abusivismo edilizio, ucciso nel febbraio del 1985 sotto casa. Il giovane Giuseppe lasciò la moglie Domenica incinta. In tanti hanno pagato.
    Nel segno del diritto alla verità e del dovere della memoria, Libera prosegue nella sua missione di portare alla luce e rendere patrimonio collettivo storie di autentico coraggio e impegno civile, che l’irresponsabilità di tanti ha trasformato in sacrificio, invocando interventi tutti i livelli. “Troppo fragile ancora lo sforzo delle pubbliche istituzioni, delle rappresentanze del mondo economico e della società reggina tutta per ricordare e onorare degnamente chi ha pagato col sangue la propria fedeltà ai valori del vivere civile. Il coordinamento territoriale reggino di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie continua a credere che solo da un esercizio cosciente e responsabile della memoria delle vittime innocenti di ‘ndrangheta possa sgorgare l’impegno necessario per liberare, una volta per tutte, la nostra terra da questa insopportabile peste. Per questo sentiamo di dover ribadire, ancor più nel giorno del sacrificio di Quattrone e Soverino, della cui limpidezza umana e professionale riceviamo di continuo preziose testimonianze, la nostra ferma determinazione nello stare al fianco dei familiari delle vittime di ieri e di quelle che oggi disperatamente combattono per liberare le loro esistenze e la nostra terra dalla violenza disumana delle cosche”.
    Lucido il diritto rivendicato, già ventitre anni fa, ad un’etica pubblica nella pianificazione territoriale, negli appalti, nell’edilizia, dunque nella gestione della cosa pubblica nella libertà di gestirla nell’interesse comune. L’assenza di questa etica ha generato una piaga oggi dilagante. All’impegno dell’uomo che è stato Demetrio Quattrone si risponde con azioni concrete, piccole o grandi ma costanti e quotidiane, per un cambiamento in cui oggi molte più persone, almeno dicono, di credere e che dichiarano di volere.
    Una storia che non deve essere dimenticata, non soltanto perché racconta di un uomo e un padre che non c’è più o perché sui responsabili vi sia ancora mistero, ma perché in questa scomparsa è racchiuso il senso di  malessere di un’intera epoca, ancora non conclusasi, e di un’intera comunità incapace di proteggere chi si batta quotidianamente, quindi in primo luogo nell’attività professionale che svolge, per l’affermazione della regole, la difesa di valori e principi. Una storia che ha reso orfani tre figli a cui noi tutti dobbiamo essere grati per l’esempio prezioso che, responsabilmente, ci è stato lasciato affinchè non perdessimo la speranza.