
di Sandro Maria Velardi* – Al di là di aneddoti di contesto, era pur vero che la gran parte dei ragazzi e dei giovani degli anni 70-80 vivevano con impegno (forse eccessivo) ma sincero e sentito
ogni aspetto della quotidianità. C’era consapevolezza sociale, voglia di studiare, anche testi difficili, di organizzare o partecipare ai circoli del cinema, ai collettivi femministi, ai movimenti studenteschi. Forse eravamo un po’ velleitari ma molto, molto motivati: in classe, in famiglia, nel sociale eravamo consapevolmente dialettici, informati e anche, ma non solo, arrogantemente propositivi. Poi grazie al mio impegno politico ho avuto la ventura di incontrare personaggi che, allora, mi sembravano banali o in mala fede ma che, negli anni, hanno avuto una brillante carriera, smentendo con i fatti, la mia miopia congenita.
Io, nella mia già precoce cecità, credevo che la sua fosse mancanza di fantasia congenita. Da sciocco (quale ero prima di diventare fesso patentato) dimenticavo che già allora Marco aveva una ricca frequentazione con il Segretario Nazionale della Fgci (che nel 1975 era D’Alema) scelto per manifeste intrinseche capacità intellettuali e meritocratiche: “Figlio di Dirigente Nazionale del PCI.”. Minniti che aveva assorbito le brillanti doti di stratega di Massimo (ricordiamo tutti come con astuzia sottile D’Alema fregò il Cav. B. con la sua famosa “Commissione Bicamerale” qualche anno fa) e le sperimentava nei nostri pokerini da periferia dell’Impero. Non fare capire agli altri cos’aveva in testa, non far capire cos’aveva in mano: ecco il suo segreto !
Devo dire che dopo trent’anni devo dare atto all’On. Minniti che ha affinato benissimo la sua tecnica. Sfido qualunque notista politico nazionale come un qualunque semplice elettore a dire o scrivere cosa abbia in testa o in mano l’On. Minniti di oggi. E non oso pensare alla stesso D’Alema… comprendere questo intellettuale, nonostante la mia attuale veneranda età, non è assolutamente cosa mia !!
Poi nella Federazione del PCI ho visto compagni come Peppe Bova che, negli anni, hanno dato prova del loro impegno e del contatto continuo con le masse, sempre “a testa alta” ancora oggi.
A proposito, mentre scrivo, mi viene da pensare che Marco, Peppe e Massimo hanno una caratteristica in comune: nessuno di loro ha mai svolto (né neppure tentato di svolgere) una qualsivoglia attività lavorativa. Ciascuno ha cominciato facendo la Scuola di Partito, poi diventando “funzionato di partito” ovvero un tizio che era pagato dai fondi (allora cospicui) del PCI per “fare politica a tempo pieno”. Tradotto in dialetto, questi compagni si alzavano al mattino, compravano la “mazzetta” dei quotidiani, andavano in Federazione a prendere istruzioni da Roma, scendevano a Piazza Camagna oppure al già citato Bar Bolignano a tenere il contatto con le “masse popolari”. Il pomeriggio giravano fra le Sezioni del PCI sul territorio per “evangelizzare” i compagni meno acculturati. Tutto questo per la modesta paga di un metalmeccanico dell’epoca. Poi, ovviamente, erano inseriti non nei listini del “porcellum” che non c’era, ma votati da compagni disciplinati con le preferenze bloccate per Sezioni territoriali del PCI che garantivano il posto nei vari gradini delle istituzioni: tant’è che ancora oggi non si sono mossi dalla poltrona sicura, con annesso vitalizio garantito.
Devo dire che il metodo mi pare sia stato ben assimilato anche da chi allora non era nato. Mi viene infatti un’associazione di idee con il tempo quotidiano, che mi scatta leggendo la recente dichiarazione dell’On. Nino De Gaetano il quale, qualche giorno fa, nel commentare il suo passaggio armi e bagagli al Partito Democratico (erede, mi pare, del peggiore Pci) ha enunciato che “le ideologie sono morte”.
Ecco mi pare di capire che le ideologie saranno pur morte tutte, ma lui, che è nato post 1975, ne ha conservata una: non serve trovare o inventarsi un lavoro; basta decidere di fare la professione del politico. Tanto 11.000 € al mese da consigliere regionale, e non so quanto percepiva da Assessore nella passata legislatura, non li avrebbe certo raccattati con un concorso pubblico oppure con un contratto a progetto. Quindi, è morta l’ideologia, viva l’ideologia!!
Non parliamo poi di quella “zona grigia” della società reggina che appartiene all’imprenditoria, alle lobby, che pragmaticamente frequenta (e cerca affari e benefit) in maniera ecumenica fra gli esponenti politici sia della parte democrat che della squadra governativa, regionale, provinciale e comunale e da questi è accolta e ricambiata in un abbraccio che diventa soffocante per uno sviluppo sano dell’economia vera di una città. Giorni addietro, nel (purtroppo, vorrei non fosse così) lucidissimo editoriale del Direttore di Strill.it Giusva Branca “Ecco, la musica è finita…”, si ribadisce quanto sia drogata l’economia reggina e quanta parte di questa droga viene da questa melma maleodorante di denaro lavato oppure da rubinetti pubblici aperti solo a consorterie e clientele. Così non se ne esce. Anzi, il naufragio appare quasi inevitabile !
Allora mi viene da dire che è vero che ho cominciato a fare politica perché ero grasso, ma oggi che certo magro non sono, continuo a fare politica non per professione ma per passione. Spero che l’etica che mi guida contribuisca, sia pure in maniera infinitesimale, a farmi dare un contributo che sia almeno sano e sincero alla vita pubblica alla quale partecipo da cittadino, semplice, ma militante.
*Primo Dirigente Procura Generale di Reggio Calabria
(2 – fine)




