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    Reggio “città a rischio”: un acceso scambio di battute tra punti di vista differenti


    Riceviamo e pubblichiamo: Cari Direttori,
    scrivo a voi e alla redazione un mio personale contributo in merito al nubifragio delle ore scorse, per quello che può valere, non come testimonianza dell’evento (ho letto ciò che è stato pubblicato tra questa notte e questa mattina, e ci fa notare quanto la situazione si sia fatta molto seria in tutto il reggino), bensì come spunto per una riflessione.

    Parto da qualche punto fermo: le allerte meteo che sono state divulgate da giorni, il nubifragio che si è effettivamente abbattuto sullo stretto e dintorni, le opinioni alquanto azzardate di chi ha pubblicato il resoconto dell’evento sulla vostra testata.
    Questi sono punti fermi in quanto sono dati inconfutabili, fatti che esistono, e che, dopo i primi momenti di attesa e di osservazione sull’evolversi della situazione (momenti un po’ di stupore, un po’ di paura), soffermandocisi a ragionare fanno salire sconforto e rabbia.
    Reggio Calabria è a rischio idrogeologico, è a rischio alluvioni, a rischio frane, a rischio sismico (ed è ovviamente a rischio, per usare un eufemismo, ‘ndrangheta, rischio affatto fuori luogo rispetto agli altri citati): lo sappiamo tutti, e stanotte ne abbiamo avuto la conferma, basterebbe un niente e Reggio potrebbe ritrovarsi sommersa letteralmente dal fango, da una frana o rasa al suolo da un terremoto. Fa parte della sua storia, non c’è da meravigliarsi.

    E allora, mi domando, perchè continuiamo imperterriti a ostruire i torrenti, a coprirli, a costruirci dentro o ai bordi, a non fare indagini geologiche serie sul terreno su cui ci costruiamo la casa, e neanche a interessarci se è in una zona a rischio frana o alluvionabile (tutti dati pubblicamente messi a disposizione dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), e a fare aggiunte su aggiunte e sopraelevazioni a case che non possono superare i 10-12 metri di altezza totale?
    Perché continuiamo a giustificare, a coprire, a condonare l’abusivismo edilizio, e a votare chi non ha mai fatto controlli in merito e, anzi, si è reso personalmente responsabile di abusivismi palesi e già sequestrati a pochi passi dal mare, non investe soldi in sicurezza e manutenzione per sperperarli in futili giostre?
    In queste ore ho letto vari commenti, testimonianze, opinioni sulla tragedia sfiorata, sull'”alluvione-lampo” (chiamasi “nubifragio”), sulla violenza dei fenomeni naturali al giorno d’oggi, a meravigliarsi di cose ormai risapute e alla portata di tutti, studiate anche nelle scuole (finchè lo permetteranno) e tema di approfondimento persino in tv (il grande oracolo che praticamente tutti seguono). Perchè ci meravigliamo? Siamo così sicuri che siano i fenomeni naturali ad essersi fatti più violenti? O forse siamo noi ad aver superato ogni limite di violenza nei confronti della natura? Ci sentiamo così potenti da continuare questa sfida, destinati alla continua sconfitta? O vogliamo finalmente prendere atto ed essere lungimiranti nell’agire con equilibrio, progettando e pianificando (che sia urbanistica, ingegneristica o protezione civile), punendo chi non rispetta le norme di sicurezza (perchè in fondo di questo si tratta) e impegnandoci noi cittadini in primis a rispettarle e pretendere i controlli dalle nostre amministrazioni?

    Per non parlare poi delle opinioni alquanto bizzarre espresse da un vostro giornalista nelle scorse ore: ritengo che una persona, per quanto appassionata, se non è strettamente ed effettivamente competente in una materia dovrebbe stare ben attenta a quello che dice pubblicamente in merito. Vedere che un appassionato di meteorologia come Peppe Caridi commette la gaffe di giudicare questi violenti fenomeni (già annunciati da tempo, con la conseguente figuraccia anche delle istituzioni competenti che non hanno provveduto ad organizzare la città come i piani di protezione civile prevedono) come se andassero in contrasto contro le “catastrofiche prospettive di desertificazione e siccità nel Mediterraneo”, mi lascia alquanto perplessa: dovrebbe sapere bene che la desertificazione e la siccità in atto dalle nostre parti (conseguenza anche di oltre 12 anni di continui roghi che hanno devastato tutte le colline nei dintorni, amplificando anche i fenomeni quali smottamenti ecc.) hanno una conferma nel mancato equilibrio tra una parte dell’anno di totale siccità e l’altra metà devastata da violente piogge, concentrate in pochi giorni, che agiscono su un terreno che non ha più nutrimento, non ha più una vegetazione rigogliosa che la possa arginare, con conseguente rapida erosione del suolo che comporta dilavamenti e aumenta il rischio di frane e smottamenti. A tutto ciò si aggiungono i letti dei torrenti totalmente ostruiti da costruzioni (come non pensare a quella che dovrebbe essere la futura casa dello studente nel torrente Annunziata, poco lontano da casa mia).
    Questa pioggia, al contrario di quanto sostiene lui a conclusione del suo articolo, non ha risvolti positivi: li avrebbe se fosse cadenzata con più equilibrio durante buona parte dell’anno e con livelli di acqua più sostenibili dalle (ahimè!) trascurate strutture idriche reggine.

    Concludo provando a dare anche una risposta alle sue domande (“bisogna essere sempre pronti ad affrontare fenomeni di questo tipo. Reggio lo è? La Calabria lo è? Messina, la Sicilia, tutte le Regioni del Sud e d’Italia lo sono?Quanto si investe nella prevenzione ambientale e nella salvaguardia del territorio? Cosa s’è fatto per intervenire contro il dissesto idrogeologico che, ogni anno di più, negli ultimi inverni sta davvero massacrando le Regioni del Sud?”), e facendo una riflessione finale. Gli episodi degli ultimi anni ci hanno ampiamente dimostrato che nessuna delle zone da lui nominate è pronta ad affrontare fenomeni di questo tipo: fin quando continueremo a maltrattare la nostra terra con l’abusivismo, con costruzioni megagalattiche laddove non potrebbero sorgere (mi è rimasto impresso un enorme complesso alberghiero sul fianco di una montagna quando andai a spalare fango a Vibo Valentia qualche giorno dopo l’alluvione), finchè costruiremo nei letti del torrenti o vi getteremo rifiuti, finchè penseremo che noi abbiamo fatto bene a costruire un intero quartiere nel delta di uno dei più grossi torrenti della città (vedi San Gregorio e il delta del Valanidi), e che è l’acqua che è impazzita, che ci uccide, ci distrugge le case e le auto, e che la soluzione è ancora costruire argini più alti o muri che tengano le montagne. Beh, finchè continueremo a ragionare in questo modo saremo sulla strada sbagliata. Come è sulla strada sbagliata chi immagina che il Ponte sullo Stretto venga quasi calato dall’alto sulle due sponde senza conseguenze per il territorio, non sapendo (evidentemente), che per la sua costruzione (oltre a tutte le altre note ripercussioni negative della struttura) si rendono necessarie cave, scavate nelle nostre montagne, nelle nostre colline, in una terra, e l’abbiamo visto tutti, dal delicatissimo equilibrio idrogeologico.

    Vi ringrazio se riterrete opportuno pubblicare questo mio, mi rendo conto, ingombrante (in termini di spazio) contributo, scusandomi per la lunghezza del testo, ma spero mi perdoniate, data la complessità dell’argomento, un’altrettanto mia difficoltà nell’esposizione. Vi auguro buon lavoro.

    Alessia Stelitano

     

    di Peppe Caridi – Ho letto con estremo interesse, e devo dire anche con piacere, la nota di Alessia Stelitano, perchè si tratta di un punto di vista certamente sì critico, ma anche rispettoso, educato, pacato, ed equilibrato: date le premesse, considero questa lettera come spunto di riflessione per – non solo rispondere alla nostra lettrice – ma anche e soprattutto approfondire i temi trattati. Su alcuni, concordo pienamente con lei. Su altri un pò meno mentre su altri ancora mi trovo in totale disaccordo.
    Ma andiamo con ordine.

    Alessia parla di Reggio come “città a rischio idrogeologico, a rischio alluvioni, a rischio sismico, a rischio frane, a rischio ‘ndrangheta”. Insomma, a rischio tutto. Effettivamente Reggio è una Città a rischio di tante catastrofi naturali: i terremoti e i maremoti in primis, e poi anche a rischio frane e alluvioni ma non con riferimento alla totalità del territorio cittadino: solo alcune aree di Reggio sono a rischio, altre no. Proverò a specificarlo più avanti. Certo che Reggio è una città anche a “più che rischio” ‘ndrangheta, proprio nel senso eufemistico che ce n’è talmente tanta che il rischio non si corre proprio …
    Vorrei capire però che c’entra la ‘ndrangheta con i fenomeni meteo estremi e le catastrofi naturali. Perchè di questo stiamo parlando. Episodi che si verificano in ogni luogo del mondo, anche laddove (beati loro..!) non esiste alcun tipo di criminalità organizzata. Come al solito, la ‘ndrangheta viene tirata in mezzo come un alibi per “giustificare” approcci che si discostano dalla realtà delle cose. I boss dei clan calabresi si sono arricchiti, che io sappia, con il traffico della cocaina, non con quello di fulmini, saette e temporali. Ma potrei essere non aggiornato in merito, quindi è meglio che torniamo sull’argomento principale e cioè sull’alluvione-lampo di Reggio.
    E lo ribadisco: “alluvione-lampo”. Alessia parla di nubifragio, dicendo che di questo s’è trattato, virgolettando il termine “alluvione lampo” in modo ironico.
    In realtà, un nubifragio non causa tutto ciò che è successo a Reggio nelle scorse ore. Il termine “alluvione-lampo” si utilizza, in gergo meteorologico, da poco più di dieci anni per indicare quei fenomeni alluvionali che però si verificano, sempre più spesso a causa dell’estremizzazione del clima comprovata dai dati scientifici più prestigiosi e credibili della comunità scientifica internazionale, in brevi lassi di tempo. Le Universita Statunitensi per prime “inventarono” questa nuova tipologia di precipitazione, chiamando “flash floods” quegli eventi che provocano effetti alluvionali a causa di pioggia violentissima su lassi di tempo tipici però dei nubifragi.
    Classicamente, infatti, esistevano solo due categorie per definire quelli che comunemente chiamiamo “diluvi” o “acquazzoni”: nubifragi o alluvioni. I nubifragi erano quelli più rapidi, che duravano di meno e che provocavano al massimo qualche allagamento. Le alluvioni erano quelle più lunghe e durature che, persistendo per giorni e giorni, provocavano anche frane, smottamenti, esondazioni, straripamenti e conseguenti inondazioni. Negli ultimi anni, però, fenomeni del genere si verificano anche a causa di episodi piovosi relatvamente brevi (tra 2 e 4 ore, e in alcuni casi addirittura anche meno…) e così anche in Italia si parla di “flash floods”, appunto di “alluvioni-lampo”, un termine utilizzato dall’aeronautica militare e dalla protezione civile da ormai lunghi anni.

    Tornando a Reggio Calabria e ai suoi “rischi”, leggo nell’email di Alessia che “basterebbe un niente e Reggio potrebbe ritrovarsi sommersa letteralmente dal fango, da una frana o rasa al suolo da un terremoto. Fa parte della sua storia, non c’è da meravigliarsi”. Mamma mia che prospettiva cupa: menomale che la realtà non è assolutamente così.
    Grazie a Dio non basta così poco per distruggere completamente Reggio e tutti i Reggini.
    Innanzitutto, qualora un violento terremoto dovesse colpire oggi il territorio di Reggio e dello Stretto (potrebbe verificarsi da un momento all’altro, oggi/domani o tra mille anni, non possiamo saperlo!) non è affatto scontato che la nostra città venga rasa al suolo. Dopo il terremoto del 1908, infatti, la Città si impose regole molto rigide nel settore dell’edilizia. Regole che, almeno fino agli anni ’80, sono state rispettate in modo assolutamente minuzioso, tant’è che tra la seconda metà degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80 ben due episodi sismici di discreta intensità, con scosse superiori al quinto grado della scala richter (più o meno della stessa intensità del terremoto di L’Aquila, per intenderci), colpirono Reggio scatenando il panico nella popolazione.
    Non crollò un solo palazzo.

    Sappiamo bene, purtroppo, che però negli anni successvi, specie negli anni ’80 e negli anni ’90 (in modo particolare nella prima metà, poi il fenomeno ha inizito ad arrestarsi), la città è stata vittima di un’assurda e vergognosa speculazione edilizia che, molto probabilmente (ma non abbiamo le prove che lo dimostrino al 100%) ha provocato la costruzione di molti plessi condominiali irrispettosi delle normative antisismiche.
    Ma allora, cosa potrebbe accadere a Reggio in caso di terremoto? E’ un’incognita. Non lo sa nessuno. Dipende ovviamente anche dall’entità, intenstà e tipo di sisma. Ma certamente le rigide normative antisismiche sono state rispettate totalmente fino all’inizio degli anni ’80, e certamente in alcune costruzioni anche dopo (ci mancherebbe…). La storia ci dimostra già (terremoti degli anni ’70 e ’80) che la stragrande maggioranza delle costruzioni resterebbe saldamente al suo posto.

    Stesso discorso possiamo farlo per le frane e le alluvioni.
    La stragrande maggioranza del territorio reggino non è a rischio frane. Affinchè si verifichi una frana, dev’esserci una sorgente della frana stessa. Una collina o una montagna da cui la frana parta, invadendo aree urbanizzate.
    Fatta eccezione per le aree collinari di Vito, Gallina, Sprito Santo, Valanidi, Oliveto, Gallico superiore e qualche altro centro pedemontano, la stragrande maggioranza del territorio cittadino e le zone più urbanizzate sorgono lontano da fonti franose, basti pensare alle aree popolosissime e pianegganti di Reggio sud, tra Sbarre e Ravagnese, o al centro storico.
    I problemi, qui, sono altri e non sono legati alle frane, ma agli allagamenti: l’acqua ristagna nelle zone di pianura se non riesce a defluire a valle, verso mare (è il caso di Sbarre o Ravagnese), mentre si precipita furiosamente verso il mare dove il territorio è scosceso e pendente (è il caso di Reggio centro). Le zone a rischio allagamento, infatti, sono sempre le stesse: Reggio-Sud, tra Sbarre e Ravagnese, e il Lungomare di Reggio centro, tra piazza Garibaldi e l’ingresso sud del Porto, perchè quaggiù arriva l’acqua che in modo furioso scende da monte.
    Tutto ciò si verifica, eccezion fatta per episodi eccezionali come quello di ieri, anche con piogge molto meno intense, quando non dovrebbe accadere: dipende dal fatto che la rete idrica e la rete fognaria della Città sono vecchissime e poco curate, e dal fatto che viene praticata pochissima manutenzione (vedi il caso dei tombini).

    Ma da qui a dire che Reggio è una città a rischio frane e alluvioni talmente tanto che “basterebbe un niente per ritrovarsi letteralmente sommersa dal fango o da una frana perchè fa parte della sua storia” (a Reggio? Frane o alluvioni devastanti? ma quando mai ??? ..!!) c’è un abisso.

    Quando Alessia parla, ancora, delle costruzioni abusive, degli studi preventivi rispetto ai terreni dove si va a costruire, e dell’esigenza di prevenzione contro il dissesto idrogeologico mi trova d’accordissimo.

    Non sono per nulla d’accordo, però, quando Alessia si avventura nel campo della climatologia, lasciandosi andare ad inesattezze davvero lapalissiane.
    Pur essendo un semplice “appassionato” di meteorologia, lo sono talmente tanto che da più di dieci anni a questa parte (nonostante la giovanissima età), studio praticamente tutta la “letteratura” scientifica italiana e straniera sull’argomento, che è appunto la passione principale della mia vita.
    So bene come si verificano processi di desertificazione, e so bene che in Calabria, in Sicilia, al Sud Italia e nel Mediterraneo non è in atto alcun tipo di fenomeno del genere, ma neanche in modo lontanamente immaginabile.
    Innanzitutto poco c’entrano gli incendi. La piaga degli incendi, prevalentemente di natura naturale, è legata all’andamento delle temperature stagionali della stagione estiva. Quest’anno, ad esempio, gli incendi sono calati del 60% (dati Corpo Forestale dello Stato e Protezione Civile) rispetto all’anno scorso, quando erano già diminuiti di oltre il 30% rispetto alla stagione precedente.
    Basta osservare quanto accaduto in Russia per capire che gli incendi sono strettamente connessi a ondate calde più intense. E nelle nostre colline ci sono stati incendi negli anni ’50, ’60, ’70, ’80 ecc. ecc., non certo solo negli ultimi 12 anni.

    Inoltre gli equilibri della natura sono quelli che decide la natura stessa, non noi uomini. In molte zone del pianeta, il fatto che per 6 mesi l’anno non cada una goccia d’acqua e che, invece, negli altri 6 mesi piova forte in continuazione, è il più naturale degli equilibri climatici.

    Il clima Mediterraneo si caratterizza, da sempre, proprio per estati miti e secche (periodi senza piogge molto lunghi, anche di 3-4 mesi sulle coste) e poi autunni-inverni freschi e piovosi. E’ così da sempre, e il Mediterraneo non è mai stato un deserto, ma sempre un angolo di pregevole verde lussureggiante.

    Negli ultimi 10 anni, sull’Italia meridionale e in particolare in Calabria e Sicilia, non è solo aumentata l’intensità pluviometrica. Non solo piove più forte. Ma sono aumentati anche i giorni di pioggia: dati alla mano, piove anche più spesso. Le piogge non sono concentrate in pochi giorni, e non sono solo violente. Basti pensare che per 29 giorni di seguito, nello scorso gennaio, in molte zone della Calabria ha piovuto ogni giorno, battendo ogni precedente record assoluto di giorni di pioggia mensili, sconvolgendo i precedenti annali di meteorologia.
    E le nostre montagne sono sempre più verdi, con vegetazione rigogliosa tanto che gli incendi continuano a diminuire proprio perchè c’è sempre eno erba secca.

    Cosa c’entrano, poi, i letti dei torrenti totalmente ostruiti da costruzioni con i processi di desertificazione è tutto da scoprire.

    Il deserto lasciamolo al Sahara, e stiamo tranquilli: le realtà e le prosepettive climatiche del Mediterraneo e di Calabria e Sicilia sono tutt’altro che desertiche e siccitose.

    Infine nella missiva di Alessia non poteva mancare un riferimento al Ponte sullo Stretto. Già quasi mi sentivo male rispetto al fatto che non se ne parlasse.
    Sia chiaro: così come per la ‘ndrangheta, viene difficile capire la connessione con i fenomeni meteo estremi, le alluvioni e le catastrofi naturali.

    Ma sì, dài, tanto alla fine ogni scusa è buona.
    “Piove? Governo ladro!” recita un antico proverbio. E quale motivo migliore per dire no al Ponte, se non l’ennesimo forte episodio meteorologico estremo?
    Certo che se sono queste le motivazioni valide per dire “no” al Ponte, significa davvero che siamo a un livello di dialogo e confronto talmente tanto basso culturalmente da diventare ridicolo agli occhi di chi, in molti altri Paesi più sviluppati dell’Italia, decide di crescere, di innovarsi, di investire sullo sviluppo, sul lavoro e sulle infrastrutture nonostante la pioggia d’autunno e il caldo d’estate.
    Beati loro.
    Contenti noi …
    Questo benedetto Ponte di cui si parla tanto da decenni ma senza che se ne veda davvero traccia concreta, è quotidianamente additato come colpevole d tutto ciò che non va. Eh sì, cari lettori, anche stavolta è colpa sua: l’alluvione-lampo di Reggio s’è verificata a causa del Ponte sullo Stretto!
    Ah, e anche un pò per colpa della ‘ndrangheta (non guasta mai)…
    Prendiamo atto e andiamo avanti.

    Intanto, così, del dissesto idrogeologico e delle serie misure preventive da utilizzare per fronteggiare l’emergenza, così come dell’esigenza di una rivoluzione culturale nell’approccio a questo tipo di tematiche troppo trascurate in Italia, non ne parla più nessuno …..

    La contro-replica di Alessia Stelitano
    Gent. Redazione,
    credo di aver diritto ad una piccola replica a ciò che di mio è stato pubblicato con annessa risposta.

    Mi dispiace che l’egocentrismo di Peppe Caridi l’abbia portato a non riflettere neanche sulle sue modalità di pubblicazione. Per due motivi.
    Innanzitutto perchè si è sentito in dovere di dare una risposta a tutto il mio contributo, come se la lettera non fosse indirizzata a Strill ma a Peppe Caridi, e non so neanche il perchè. E’ di certo vero che l’ho nominato ed è giusto che replichi (guai se non fosse così), ma perchè non replicare con un articolo a parte solo su ciò per cui era nominato, e invece dare una “risposta” all’intero articolo, liquidando una riflessione attenta, ponderata e molto seria posta a tutti i miei concittadini, che leggono con piacere la vostra testata, come uno “scambio di battute”, come se tale riflessione fosse stata mandata solo per polemica? Forse perchè un testo simile l’ho pubblicato anche sul suo blog personale? Bene, che risponda lì, come ha fatto (il testo pubblicato è la sua risposta sul blog), ma non è neanche giusto arrogarsi il diritto di replica su qualcosa che, in questa sede, non lo interpella per oltre la metà del testo e non era indirizzata a lui.

    Il secondo motivo per cui mi dispiace è che la foga di rispondere lo abbia portato anche ad esternare un mucchio di stupidaggini: come la sua interpretazione delle statistiche (interpretazione sbagliata: eppure un laureato in scienze politiche non può permettersi di non conoscere la statistica. Almeno potrebbe evitare di sparare numeri a casaccio) sugli incendi boschivi o addirittura sulla natura degli incendi! Il Corpo Forestale dello Stato attribuisce agli “incendi naturali” la minima parte del totale, poichè “si verificano molto raramente” a causa di fulmini o eruzioni vulcaniche, mentre sostiene che siano “causati in gran parte da comportamenti dolosi o colposi” (fonte: www3.corpoforestale.it); la sua evidente indifferenza rispetto alle operazioni condotte negli ultimi mesi in merito alla “cappa mafiosa” che copre il reggino (visto che scrive che non ci sono infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici: dato che prova, invano, a fare il giornalista attento potrebbe andare ad intervistare il Dott. Pignatone in merito ed ascoltare cosa gli direbbe).

    Sarebbe troppo lunga la risposta che dovrei dargli, e credo inoltre che ai lettori attenti non sfuggiranno le ennesime gaffes da lui commesse nella replica: insomma, per la smania di rispondere a tutto lui, come se gliel’avesse chiesto qualcuno, ha detto ancora più sciocchezze di quanto non avesse già fatto.
    Perciò la mia replica su Strill (se avrete la bontà di pubblicarla) si ferma qua, onde non invadere la testata con un botta e risposta che esiste già e che, per chi volesse leggerlo con l’aggiunta di contributi anche da parte di altri cittadini, si trova a questo indirizzo
    http://peppecaridi2.wordpress.com/2010/09/04/alluvione-lampo-a-reggio-dintorni-tragedia-sfiorata/ (così gli faccio anche un po’ di pubblicità, che non guasta mai ad un promettente professionista).

    Vi auguro buon lavoro e continuo a seguirvi come sempre.

    Con stima

    Alessia Stelitano

     

    di Peppe Caridi – Vorrei sapere da Alessia dove legge che io scrivo che “non ci sono infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici”… mah, sarà anche tipico di chi ha poche argomentazioni, mettere nella bocca degli altri assurdità mai dette per poter avere ragione, ma è anche un’offesa nei confronti dei lettori. Grazie della pubblicità, gratuita per giunta! Che onore …!