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    Moti del ’70

    Riceviamo e pubblichiamo
    Ma come potrò mai dimenticare i meravigliosi, quanto crudi racconti sui moti di Reggio che mio padre amava condividere con me. Vedevo in quel viso e nel tono della sua voce, l’emblèma in carne ed ossa di un “boia chi molla” orgoglioso di esserlo stato, ma nello stesso tempo angustiato per l’assurda sconfitta finale. Mio padre, vorrei dire a chi ha definito i moti come rivolta guidata dai politici, è stato, come tutti sanno, lontano da sempre da ogni schieramento politico. Con questo voglio dire che quelle migliaia di reggini di ogni ceto culturale ed economico, di ogni ideale politico e sociale, hanno combattuto solo ed esclusivamente perché venivano defraudati di un loro diritto, che sapevano li avrebbe penalizzati (e non si sbagliavano) in modo grave, e non perché un chissà chi ordinava di farlo. Come si fa a non capire che tra quei concittadini combattenti c’erano anche persone che non sapevano neanche cosa fosse la DC, il PSI e il PCI, perché quella battaglia apparteneva a tutti, e tutti buoni e cattivi si sono sentiti chiamati alle armi solo ed esclusivamente da quel patriottismo incastonato nel profondo dell’anima, che forse neanche loro stessi conoscevano. Quei moti hanno lasciato un segno, e oggi più che mai hanno un senso. Oggi la nostra città, grazie al compianto Falcomatà prima e all’attuale Scopelliti ora, ha cambiato aspetto e soprattutto mentalità. Reggio non ha rivali in Calabria, turismo, spettacolo, sport e storia non sono cosette da poco essendo secondo me, anche un po’ figlie dell’antica rivolta.

    Oggi più che mai, lo slogan di “boia chi molla” non va urlato, ma va rammentato per non dimenticare, per ricordare a chi non conosce la storia e la città, ma si permette di parlare troppo, che il reggino si è un po’ strano, ha i suoi difetti senza dubbio, ma in compenso (e lo dimostrano i morti dell’antica battaglia) ha tanto coraggio e non è scappato neanche d’avanti ai carrarmati per difendere i diritti della propria città. Concludo, augurandomi di non dover mai vedere o partecipare ad una rivolta violenta come quella “antica”, nella speranza di assistere ad una “rivolta culturale” (come amava definirla mio padre) per ottenere non il Capoluogo, che come abbiamo visto lo si da a chiunque, ma bensì, se saremo”tutti” bravi, la Capitale della civiltà, della storia e della cultura.

    David Crucitti