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    Giustizia, un corto circuito forse salutare

     

                            C’è un solo soggetto, che senza alcuna vergogna, ha buttato le mani avanti dinanzi all’incredibile vicenda che, protagoniste due Procure della Repubblica, ha fatto emergere senza alcun velo i virus che covavano dentro la Magistratura italiana. Si tratta dell’ANM che, incurante del ridicolo, si è preoccupato di chiedere di ‘evitare una dannosa strumentalizzazione’, dinanzi allo sconcerto delle forze politiche, e soprattutto nell’opinione pubblica, per quanto avvenuto.

     

                            Come dire: ‘non approfittate del marasma emerso tra Salerno e Catanzaro’ e della palese nudità del re, per introdurre correttivi che possano riportare l’ordine giudiziario nei recinti voluti dai nostri padri costituenti. Ma la misura è ormai colma e non vi è più tempo da perdere, anche perché: ‘dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur’. Il ‘mostro’ allevato, coccolato e utilizzato, fornito di grande potenza nell’ambito di vie giudiziarie al potere, è così fortemente cresciuto che non risponde più ad alcun controllo e vive di autoesaltazione e smisurata onnipotenza.

     

                            E’ la conseguenza logica di anni di sostegno di tutti i magistrati; di periodi di grande visibilità e protagonismo mediatico di cui essi godevano; di difesa acritica di ogni loro iniziativa, e della indiscussa irresponsabilità dei propri atti, anche di quelli che sono stati causa di tragedie umane. A loro difesa non solo l’ANM, e ogni altro strumento corporativo, che in questi anni è stato raffinato ed egemonizzato scientificamente, ma anche il solito schieramento politico (capeggiato da chi oggi sta sotto le bandiere del PD), ch’è sempre stato pronto a sputar sentenze facendo quadrato attorno al singolo a all’intera corporazione.

     

                            Questo schieramento ha vinto, di volta in volta, le battaglie che coraggiosi Ministri della Giustizia avrebbero voluto portare a termine. Uno schieramento, però, teso a guardare il dito e non la luna che veniva indicata, sperando, tatticamente, di cogliere la ricaduta politica contro il proprio nemico dichiarato Silvio Berlusconi, ma, incapace di capire, strategicamente, il vicolo cieco dentro cui ci si immetteva. All’ombra di queste incapacità, oggi, la cosiddetta sinistra, guidata da Veltroni e D’Alema, dovrebbe recitare il ‘mea culpa’, anche per aver partorito e fornito all’ordine giudiziario un portavoce come Antonio Di Pietro.

     

                            Per fortuna la guerra non è ancora persa. Bisogna però andare avanti, senza preoccupazione di sorta e puntando alla terziarità del Giudice, che si ottiene, onorevole Ministro Angelino Alfano, non con la separazione delle carriere (che giunto il problema a questo punto sarà anche accolto dai signori sinistri), ma con la fuoruscita del PM dagli organici della Magistratura  e la contemporanea creazione dell’avvocato dell’accusa. Solo così ci sarà un giudice terzo rispetto ai due avvocati che sosterranno, uno l’accusa e l’altro la difesa dell’ipotetico reo.

     

                            Oggi ci sono le condizioni per imboccare questa strada. Sarebbe un errore strategico non farlo magari sull’altare della ricerca di convergenze che il popolo italiano ha creduto opportuno evitare con l’incredibile successo del PdL di sette mesi fa. Basti, tra l’altro, vedere come della vicenda ‘Why not’, che ha originato il caso De Magistris, non se ne parla per nulla, e l’attenzione dell’opinione pubblica è piegata sulla spedizione campana, sostenuta da un centinaio di carabinieri, contro la procura di Catanzaro, e il ‘fallo di reazione’ di quella Procura verso i rei dell’intrusione.

     

                            Corto circuito? Forse. Comunque, alla fine, se porterà a varare la riforma di quell’ordine che ha spadroneggiato per ben 15 anni nel nostro Paese, con tutti i guasti che si sono determinati  per la distruzione della Prima Repubblica e il mancato varo della Seconda, sarà stato un corto circuito salutare.

                                                                           Giovanni ALVARO

    Reggio Calabria, 8.12.2008