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    Lettera aperta dei docenti precari

    Caro direttore,

     

    Per molto tempo si è discusso delle sorti del sud e della Calabria, dell’arretratezza del meridione d’Italia e del suo ennesimo mancato sviluppo, delle ragioni della “dimenticanza” dello Stato e, di contro, dell’antistato che sopravanzava. Sembrava, cioè, che tutto fosse meravigliosamente teso a un senso di giustizia, a una encomiabile speranza di riscatto, a un dibattere per trovare le ragioni del male e porvi rimedio. Tanta idealità, tuttavia, non ha prodotto – a detta di molti – grandi risultati. Partendo da questo presupposto, noi docenti precari abbiamo ritenuto necessario uscire dal senso di smarrimento che ci ha attanagliati in questi giorni per ripartire dalla concretezza spaventosa dei dati oggettivi e lasciando da parte ogni tensione ideale.

    C’è un senso di solitudine e di inadeguatezza, di isolamento e di demonizzazione di una intera categoria, quella degli insegnanti, che ha visto  prendere corpo in queste ultime settimane quello che in estate era appena ventilato, a volte sottilmente, altre già più ferocemente.

    La valanga dei licenziamenti che per il prossimo anno scolastico mortificheranno migliaia di “precari stabili” è un fatto senza precedenti. Nel sud della precarietà e della pendolarità, nel sud del lavoro onesto e responsabile, nel sud delle competenze e dell’umanità, della socializzazione e dei presidii dello Stato, si compie un “massacro culturale”, uno scempio delle intelligenze, un attacco alla categoria che farà da capro espiatorio, da agnello sacrificale, nella più atroce delle ritualità pagane.

    Alea iacta est. Oggi ci  hanno detto in faccia “Perché avete studiato una vita? Perché avete pensato di poter fare l’insegnante? Perché vi siete  lasciati fregare dalle illusioni?

    Oggi ci  hanno detto in faccia che posto per noi e per i nostri compagni di strada non ce n’è. Oggi ci hanno elegantemente detto di non annaffiarlo più il giardino delle nostre speranze. Tanto ne usciranno fuori fiori marci. Sfioriti prima di nascere.

    Ci hanno detto che noi precari possiamo cominciare a guardarci intorno, impauriti, per trovare un altro lavoro. Come se fosse una caccia al tesoro. Un gioco di dadi. Ci hanno detto che non serviamo più. Fate largo, amici, bisogna tagliare.  Per voi è tempo di cambiare! Eppure le nostre ossa sentono già il peso dei pochi e intensi anni di precariato e pendolarismo. I nostri occhi sentono di continuo il bruciore per aver scorso intere pagine di libri e di web per rendere le lezioni per i nostri alunni palestre di vita, boccate d’ossigeno e non show assordanti per distrarli dalla bruttezza del mondo. Che gara persa in partenza! Nemmeno il tempo di sentire il colpo della pistola dopo il three, two, one, BANG! Ritiro obbligato. Comparse mute rimaste dietro le quinte di uno spettacolo assurdo. Battute dimenticate. Copioni ridotti a brandelli. Costumi stracci stramazzati in strade sterrate. Dialoghi mutati in monologhi disperati e sordi. Cala il sipario. Una tromba grida la fine di uno spettacolo noioso. Le luci calano. La folla si ritira. Addio precario afflitto. Affamato e affannato affoghi i tuoi sfoghi in un afflato sfiatato. Cosa ti resta di quest’anno sfigato? Guardarlo ancora quel grigio mare caldo della tua terra dannata e amata nella folle corsa di treni fantasma diretti verso il vuoto di una speranza vana.

    Abbiamo creduto in quello che stavamo facendo. Al punto che non è bastato laurearsi, abilitarsi, specializzarsi, masterizzarsi a migliaia di euro per volta. No, non è bastato per niente. Perché poi è arrivato il bello: entrare in classe, abituarsi all’idea non marginale che decine di alunni si aspettavano qualcosa da noi, che non bisognava deluderli, occorreva sapere e saper parlare con loro, farsi capire. Ecco cosa. Molti di noi ci hanno perso la vita a rincorrere questo mestiere, come a rincorrere i treni acchiappati all’ultimo momento alle cinque di mattina mentre il mondo  ignaro dormiva e forse non sapeva che cosa fosse insegnare: responsabilità, impegno, cura, affanni, attenzione, preparazione, correzioni personalizzate, pacche sulle spalle e qualche sgridata ogni tanto, discussioni, comprensione, pazienza, studio, letture, burocrazie varie. Ma c’è dell’altro. Al ritorno dal pendolarismo eterno su treni lenti, come solo da noi, in Calabria, sanno esserlo, preparare lezioni, discutere con altri docenti come fare, cosa fare. Leggere con loro della ministra che legge egìda per ègida e trionfanti lasciarsi andare a un mezzo sorriso amaro, soffocato subito dopo dalle mani congiunte a voler dire: vi rendete conto?

    Leggere Philip Roth e Gadda, Ian McEwan e Diego De Silva, la recensione a La classe di Cantet o la prefazione di Umberto Eco a Il mio Dante di Roberto Benigni: a proposito, vivamente consigliato a tutti i docenti di lettere non foss’alltro perché Eco ci aiuta a leggere l’endecasillabo splendidamente. Tutto questo fanno i docenti? No, non solo. Un’altra cosa che fanno? Traducono, cioè prendono parole da un tempo lontano e memorabile e le portano a noi, in un tempo goffo e sciocco come il nostro. Corrono col pensiero, non gravitano a tempo perduto dentro i corridoi dei perditempo, i docenti. Nossignori, i docenti li vedi oberati e contenti del lavoro che fanno. I docenti di Lettere che hanno in mente Leopardi per tutta la vita, quelli lì, dico,  come fanno senza le “sudate carte ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte”. Non ce la fanno. Non restano dentro avvilenti sterotipi da bar, restano casomai trasecolati, che poi che bello che è “trasecolare”, non trovate? I “cocci aguzzi di bottiglia” di Montale bisogna che ce li facciamo scivolare addosso come canta Vinicio Capossela quando canta come solo lui può e sa: “Scivola vai via, non te ne andare”. Bisogna che ci arrendiamo a questa nebbia, ci sembra di restarcene dentro Noia di Ungaretti con la nostra solitudine, “titubante ombra dei fili tranviari”. Ma chi ce lo doveva dire? Noi che siamo rimasti gli ultimi a decrittare, che non ci siamo accontentati di uno studio pedissequo e solitario, e neppure abbiamo ceduto all’ansia da raccomandazione, quando ancora si poteva-si doveva per finire a smerciare fogli su scrivanie di enti regionali. Noi che siamo rimasti dentro aule gonfie di “inquiete tenebre / e lunghe”. Noi con quell’enjembement di Foscolo addosso e con le capriole di fumo ungarettiane, mi sa che ci prende male. Lei ci capisce, Direttore,  visto che sa raccontare e sa come e cosa dire. Ci prende male a essere trattati come il Male: noi che abbiamo finito per aggrapparci a un ossimoro, noi con la speranza di restare almeno precari stabili. E scusate se è poco, visto tutto quello che sappiamo e sappiamo come dire.

     

    Comitato docenti precari di Reggio Calabria