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    Come Garibaldi rischiò di morire a Reggio

    garibaldidi Francesco Arillotta 

    Fu nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1860 – ad essere pignoli, potremmo dire verso le due dopo mezzanotte – che Giuseppe Garibaldi entrò nella storia di Reggio Calabria, arrivandovi alla testa di duemila camicie rosse.
    Dopo lo sbarco sulla spiaggia della jonica Melito Porto Salvo, la sua era stata una semplice marcia di avvicinamento verso la nostra Città.
    Giunti a ridosso dell’abitato, i Garibaldini si erano ordinati in due colonne: una, guidata personalmente da Garibaldi, ha per obiettivo i Piani di

    Condera, una seconda, affidata a Bixio, deve penetrare nel centro urbano.
    Com’è noto, la battaglia si scatenò attorno alla monumentale ma angusta Piazza del Duomo, dove si erano attestate le truppe borboniche, comandate dal cinquantacinquenne colonnello Antonio Dusmet, marchese di Beaullieux, il quale vi rimarrà ucciso.
    Perché il titolo di questa breve nota? Perché, mentre lo scontro era ancora vivo, e considerato che tutto il resto del campo d’operazioni era tranquillo, Garibaldi si recò di persona sul posto, a controllare la situazione. Constatato però che la cosa ormai si poteva dire conclusa favorevolmente, specialmente dopo la morte del comandante avversario, egli, con gli ufficiali dello Stato Maggiore, si ritirò verso la retrostante Piazzetta San Filippo.
    Là giunto, essendo la zona vicinissima al campo di battaglia, ma sufficientemente riparata, decide di sostare un poco; anzi, addirittura, esprime il desiderio di bere un caffè – ancora non albeggia e la marcia da Ravagnese è durata tutta la notte -. Desiderio subito raccolto da un certo Antonino Campolo, un negoziante abitante proprio sull’antico Largo, il quale, felice di servire così famoso personaggio, si precipita in casa e torna di lì a poco con una fumante tazzina di aromatico caffè.
    Il Generale ringrazia e si accinge a sorbirlo quand’ecco che, nel buio, un paio di fucilate partono da breve distanza verso il gruppetto. Un ufficiale – forse il trevigiano Ernesto Belloni – si accascia morente, altre palle fischiano intorno alla persona di Garibaldi! Questi non si lascia sopraffare dalla sorpresa e, prima che gli ignoti aggressori possano ricaricare le armi, risalito a cavallo, si allontana con i superstiti, ritornando verso il Duomo.
    L’episodio, risaputo, suscitò un’ondata di esecrazione contro… i vili attentatori, e di entusiasmo per lo scampato pericolo.
    Più tardi, Antonino Plutino, nominato da Garibaldi “Governatore Generale della Provincia con poteri illimitati”, pare che sia riuscito a mettere le mani sugli autori della sparatoria, perché nella lista dei proscritti, mandati in esilio subito dopo il passaggio dell’Eroe, troviamo tre popolani: Vincenzo De Bruno, Luigi Spinelli e il figlio Domenico, che non si erano mai segnalati sotto il precedente regime per particolari comportamenti illiberali. La loro presenza in mezzo ai reazionari, agli sbirri e alle spie, sarebbe da attribuirsi proprio a quella loro bravata, la cui riuscita avrebbe, senza dubbio, modificato profondamente la Storia del Risorgimento Italiano!