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    Religione ed eutanasia: un appello del laboratorio politico “Città Libera”

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    di Enzo Vitale* – Juan Masiá è un gesuita che, dopo essere stato espulso nel 2006 dall’Università Pontificia di Comillas in Spagna per le sue dichiarazioni a favore dell’uso del preservativo, oggi insegna Etica presso l’Università gesuitica “Sophia” a Tokio.

     

    Come recentemente riportato su “El País”, il prof. Masiá, nel corso di un incontro presso l’Università Internazionale Menéndez y Pelayo di Santander (in cui, tra l’altro, si svolge il corso “Eutanasia e suicidio assistito. Un diritto del secolo XXI” diretto dal dott. Luis Montes), facendo riferimento al dibattito sull’aborto e l’eutanasia, ha detto di considerare incomprensibile la contrapposizione ideologica tra gruppi “pro-vita” e “anti-vita”, così com’è impostata nel dibattito politico.

    Come accaduto per il tema della liceità dell’uso del preservativo, per non ricorrere all’aborto per le gravidanze non desiderate oltre che per prevenire le malattie trasmesse sessualmente, Masiá è tornato sul tema della libertà personale e di pensiero stigmatizzando l’influenza delle “ideologie  politiche e religiose” nel dibattito pubblico.

    Inoltre, ed è questa la vera notizia, afferma che “la difesa dell’autonomia e il rispetto della dignità dell’individuo  in una prospettiva religiosa è compatibile con la depenalizzazione dell’eutanasia”.

     

    È la prima volta che si ha notizia che una persona appartenente a un ordine religioso cattolico sposa pubblicamente e in maniera in equivoca le tesi sostenute ormai da diversi anni dalla Chiesa Valdese, che ritiene un dovere dell’accompagnamento pastorale accondiscendere alla richieste di intende por fine anticipatamente alle sofferenze di un male incurabile e in fase terminale.

     

    Le parole del prof.  Masiá, raggio di luce civile e razionale, rompendo il cimmerico oscurantismo del fondamentalismo cattolico, quello curiale e dimentico del vero messaggio di Cristo, offrono un esempio di libertà di pensiero che dovrebbe essere colto dalle comunità religiose. Essere religiosi non significa tout court adagiarsi sul comodo letto delle verità imposte o rivelate ma, invece, accogliere l’insegnamento di Erasmo da Rotterdam quando afferma che Cristo non ci ha detto altro che di amarci: la vera religiosità non può essere disgiunta dalla libertà di pensiero e da quell’amore verso il prossimo sofferente che ci porta ad accogliere la sua richiesta di passare a miglior vita.

     

    È lecito chiedere alle comunità religiose reggine di aprirsi a un dibattito non ideologizzato sul tema del diritto dell’uomo a uscire dalla vita quando questa non venga più ritenuta degna di essere vissuta? È questa la domanda che si pone Il laboratorio politico Città Libera, che usa il lemma Libertà senza abusarne (come routinariamente, sia a destra che e a sinistra, tra credenti e non credenti).

     

    *Presidente Fondazione Mediterranea