
di Damiano Praticò – Nato a Gerace Superiore (RC) il 5 giugno 1927 e trasferitosi a Roma con i suoi genitori all’età di 10 anni, Giuseppe Albano fu – dopo l’8 settembre 1943 – tra i protagonisti della resistenza romana ai nazisti.
Quando i suoi genitori si trasferirono a Roma, erano alla ricerca di un lavoro. Finirono per sistemarsi nella borgata proletaria del Quarticciolo; Giuseppe, affetto da una malformazione alla schiena a seguito di una caduta, venne soprannominato ”il gobbo del Quarticciolo”, nomignolo con il quale sarà consegnato alla storia.
Dopo l’8 settembre 1943, data di comunicazione dell’armistizio – firmato due giorni prima – tra il governo italiano di Badoglio e gli Alleati, Giuseppe si mise a capo di una piccola banda di giovani proletari della borgata che si batterono strenuamente contro i tedeschi ed i fascisti collaborazionisti durante l’occupazione della capitale, avvenuta subito dopo l’8 settembre (il 10 avvenne l’eroica, ma inutile, battaglia tra italiani e tedeschi presso Porta San Paolo). Il campo di azione della ‘banda del gobbo’ fu proprio la zona Ostiense. Il gruppo di Giuseppe Albano, simbolo dello spontaneismo popolare che caratterizzò parte della Resistenza romana, faceva riferimento al Movimento Bandiera Rossa, presente nelle periferie e nelle campagne del Lazio, anche a Tarquinia e Viterbo. Il movimento era capeggiato dai socialisti di Franco Napoli, anch’egli di origini calabresi.
I colpi messi a segno dalla ‘banda del gobbo’ – disarmi, sabotaggi, ‘espropri proletari’, eliminazioni fisiche di soldati tedeschi – intaccarono pesantemente l’operatività delle truppe naziste nella zona di Porta San Paolo e, successivamente, anche di Piazza Vittorio. Ad un certo punto, il Comando germanico a Roma, non conoscendo l’identità di Albano, ordinò l’arresto per tutte le persone affette da malformazione alla schiena individuabili nella Capitale. Il 17 aprile 1944, Albano finì in una retata nazista nel quartiere Quadraro dopo l’uccisione di tre soldati tedeschi da parte della banda. Portato in via Tasso (luogo di reclusione e di tortura delle SS nei confronti degli antifascisti della capitale, oggi sede del Museo storico della Liberazione), il partigiano calabrese non fu riconosciuto dai nazisti e venne clamorosamente rilasciato.
Il 4 giugno 1944, Roma fu liberata grazie all’intervento degli Alleati. Albano, in prima battuta, collaborò con la Questura per l’identificazione dei torturatori di via Tasso. Successivamente, insofferente anche alla disciplina degli anglo-americani, ricominciò ad effettuare con la sua banda ‘espropri proletari’ contro i venditori del ‘mercato nero’ presenti nel Quarticciolo. Per alcuni, era una sorta di Robin Hood moderno, dato che spesso distribuiva derrate alimentari alla gente del quartiere; per altri, la banda cercava solo di marcare il territorio con ruberie varie. Durante una di queste azioni, però, fu ucciso un soldato inglese.
A seguito di questo assassinio, gli anglo-americani scatenarono un’imponente caccia all’uomo, rastrellando l’intero Quarticciolo. Giuseppe Albano, secondo la versione ufficiale, fu colpito a morte da un gruppo di carabinieri in uno scontro a fuoco in via Fornovo 12. Era il 16 gennaio 1945.
L’ipotesi di inchiesta, condotta da Silverio Corvisieri nel suo libro ”Il re, Togliatti e il gobbo. 1944: la prima trama eversiva”, ritiene che Giuseppe Albano non sia stato ucciso dai carabinieri in un conflitto a fuoco, bensì giustiziato con un colpo alla nuca per mano di una scheggia impazzita della resistenza romana, un’organizzazione eversiva di sinistra chiamata ‘Unione proletaria’.
Nel 1960, il regista Carlo Lizzani ha dedicato alla figura di Giuseppe Albano la pellicola ”Il gobbo”, interpretato da Alvaro Cosenza e con la partecipazione straordinaria di Pier Paolo Pasolini.




