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    Storie di calabresi lontani da casa – Oscar Luigi Scalfaro, il presidente calabrese “dell’Io non ci sto!”

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    di Damiano Praticò – Gli Scalfaro, una delle più nobili famiglie calabresi. Il padre di Oscar Luigi, Presidente della Repubblica dal 1992 al 1999, era un ferroviere di Catanzaro.

    Un suo antenato, Raffaele Aloisio Scalfaro, comandante della Legione provinciale di Calabria Ultra, venne investito del titolo di barone da Gioacchino Murat il 7 settembre 1814. L’anno dopo, tuttavia, fu lo stesso comandante Scalfaro a presiedere il Consiglio di Guerra che avrebbe condannato a morte Murat.

    Oscar Luigi Scalfaro nacque a Novara il 9 settembre 1918. Nel 1941 si laureò in Giurisprudenza a Milano. Perse la moglie – sposata a Novara il 26 dicembre 1943 – in piena guerra, ad appena vent’anni di età, a seguito del parto della loro unica figlia, Marianna. Sua moglie, Mariannuzza Inzitari, era nata ad Arena, piccolo paese della provincia di Vibo Valentia, nel 1924. Durante una visita a Vibo da Presidente della Repubblica – era il 18 giugno 1996 – l’allora Sindaco di Stefanaconi, Elisabetta Carullo, presentò a Scalfaro alcune copie di documenti originali ed inediti ritrovati presso l’archivio dell’anagrafe comunale. Attestavano la presenza di un vecchio zio di Mariannuzza a Stefanaconi, dove svolgeva il lavoro di segretario. La ragazza andava a trovare spesso lo zio partendosene da Arena, il paese natale di entrambi. Mariannuzza morì a Novara nel 1944, dopo aver dato alla luce l’unica figlia avuta con suo marito: Marianna, nata il 27 novembre.

    Scalfaro, prima della nomina al Quirinale, fu ininterrottamente deputato per l’intera storia repubblicana, fin dall’Assemblea Costituente del 1946. Molte volte Ministro, non è mai stato, però, Presidente del Consiglio. Nel 1987, dopo le dimissioni di Craxi, il presidente della Repubblica Cossiga gli conferì l’incarico di formare un nuovo governo ma, constatata l’impossibilità di avere i socialisti dalla sua parte, si dichiarò indisponibile a creare un governo monocolore. Come Sandro Pertini ed Enrico De Nicola, ricoprì, nella sua carriera politica, anche la seconda e la terza carica dello Stato: fu, infatti, Presidente del Senato -all’inizio della XV legislatura – e Presidente della Camera, dal 24 aprile 1992 al 25 maggio dello stesso anno, quando venne eletto Presidente della Repubblica. A riguardo, una nota curiosa: fu lui stesso – in quanto Presidente della Camera – a leggere ad alta voce lo spoglio delle schede della votazione delle Camere in seduta comune che portò alla sua elezione in Quirinale.

    QUANDO DISSE: “NON CI STO!”

    La sua presidenza della Repubblica fu una delle più delicate della storia italiana. Eletto due giorni dopo la strage di Capaci, Scalfaro dovette gestire il doloroso trapasso dalla prima alla seconda Repubblica, transizione che fece crollare l’intero vecchio sistema partitico italiano. La sera del 3 novembre 1993, a reti unificate, si difese in tv dall’accusa di aver gestito fondi neri ad uso personale nel periodo in cui era stato Ministro dell’Interno. Fu in questa occasione che espresse la celebre frase “non ci sto!”. Egli parlò di “gioco al massacro” nei confronti della sua persona e si scagliò contro la vecchia classe politica, rea, a suo parere, di tentare di infangare la Presidenza della Repubblica dopo le inchieste di Mani Pulite che l’avevano dimezzata.

    IL RAPPORTO CON LA CALABRIA DA CAPO DELLO STATO

    Scalfaro dovette occuparsi della Calabria già pochi mesi dopo il suo insediamento al Quirinale. L’1 ottobre 1992, infatti, firmò il decreto di scioglimento del Consiglio Comunale di Reggio Calabria, guidato dall’ex Sindaco Dc Agatino Licandro. Il vento di Tangentopoli soffiava anche sulla politica calabrese. Su 50 consiglieri comunali, 25 avevano procedimenti o condanne a carico. “Il permanere in carica del Consiglio è di discredito alle istituzioni democratiche” si leggeva nel decreto di scioglimento. Inoltre, Scalfaro venne in Calabria nel 1996 per la nascita delle due nuove province di Crotone e Vibo.

    Di lui, l’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al momento della sua morte, ha detto: “È stato un protagonista della vita politica e democratica nei decenni dell’Italia repubblicana, esempio di coerenza ideale e di integrità morale. Si è identificato con il Parlamento, cui ha dedicato con passione la più gran parte del suo impegno. Da uomo di governo, ha lasciato l’impronta più forte nella funzione da lui sentitissima di Ministro dell’Interno. Da Presidente della Repubblica, ha fronteggiato con fermezza e linearità periodi tra i più difficili della nostra storia. Da uomo di fede, da antifascista e da costruttore dello Stato democratico, ha espresso al livello più alto la tradizione dell’impegno politico dei cattolici italiani”.