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    Storie di Calabresi lontani da casa – Angela Maria Aieta, la desaparecida

    angelamariaaieta
    “L’agghiacciante cinismo del comunicato con il quale si annuncia la morte di tutti i cittadini argentini e stranieri scomparsi in Argentina nei tragici anni trascorsi

    sotto la dittatura militare, colloca i responsabili fuori dalla umanità civile. Esprimo lo sdegno e la protesta mia e del popolo italiano in nome degli elementari diritti umani, così crudelmente scherniti e calpestati”.
    Parole e musica del Presidente della Repubblica italiana, Sandro Pertini, nel 1983. Tra le decine di migliaia di vittime del “Piano Condor” furono centinaia le vittime italiane, di prima o seconda generazione.
    Tra queste non mancarono i calabresi e l’emblema di tutti loro porta il nome di Angela Maria Ajeta, emigrata da Fuscaldo.
    Nata nel 1921 emigra verso l’Argentina in pieno periodo fascista italiano, qui si sposa con un compaesano, il sarto Umberto Gullo. Lo spartiacque della sua vita arriva con le scelte di vita di Dante, uno dei suoi quattro figli, che diventa attivista della “Gioventù peronista”.
    Il suo arresto è tra i primi subito dopo l’instaurazione del regime militare (1976) e da lì in poi comincia la battaglia della madre che presto si trasforma in incubo, culminato con l’atroce morte di Angela.
    Lei si batte, fa rumore per ottenere la liberazione – o quantomeno notizie – del figlio Dante.
    Dante non è uno qualunque, il suo attivismo nella “Gioventù peronista” gli costerà carissimo; Nei primi anni ’70 – a 25 anni – diventa responsabile della sezione di Buenos Aires e l’anno successivo, nel 1973, all’età di 26 anni il governo progressista del Presidente Campora lo nomina Ministro della Gioventù.

    Nel 1975 viene arrestato e messo a disposizione dell’esecutivo (PEN), rimase detenuto e senza processo in diverse carceri argentine fino all’ottobre del 1983 (8 anni e 8 mesi di prigione). Sua madre diviene allora una delle prime attiviste nella difesa dei prigionieri politici e nella denuncia dei crimini della dittatura.
    Il risultato è che viene sequestrata anche lei il 5 agosto del 1976 e da quel giorno non tornerà più a casa, né si riuscirà a ricostruire con certezza la data della sua morte. Attraverso le testimonianze di altri suoi compagni di sventura, in qualche modo sopravvissuti, viene faticosamente messo assieme dal figlio Dante (nel frattempo rilasciato, per ironia della sorte) in un macabro puzzle dal quale, comunque, si evince inequivocabilmente il carattere di ferro di Angela, sottoposta a indicibili torture presso la Esma e ciononostante sempre pronta a rincuorare i compagni di sventura: “Quando la riportavano nella sala delle torture “ – racconterà Ebe Lorenzo, miracolosamente sopravvissuta – “ la rimettevano per terra accanto a me, legata e bendata. Ma lei, invece di lamentarsi, mi rincuorava; ‘Coraggio, siamo ancora vive’ “.
    Finirà – anche lei come tanti – lanciata nell’Oceano (ancora viva) da un aereo militare
    Un altro figlio di Angela, Jorge, dopo esser fuggito a Fuscaldo, commette l’errore di ritornare in Argentina , dove viene sequestrato nel 1979 e da quel giorno non se ne sa più nulla.
    Ad Angela è intitolata da qualche anno al scuola elementare di Fuscaldo.
    I paradossi e le strane vie incrociate delle vite portano a incrociare la storia di Angela e quella di tutti i desaparecidos alla vita di Ernesto Sabato, lo “scrittore tragico” della letteratura argentina. Visse 99 anni (per l’esattezza 99 anni, 10 mesi e qualche giorno), fino al maggio del 2011. Era figlio di fuscaldesi, anche lui, decimo di undici figli e dedicò la sua vita a metà tra la carriera letteraria e l’impegno politico. Dottore in fisica, studioso di filosofia, dopo una breve parentesi in Francia torna in Argentina, negli anni ’40 insegna all’università argentina e dal 1945 in poi abbandona definitivamente le materie scientifiche e si dedica alla letteratura e alla pittura.
    Appena uscito di scena il regime, nel 1983, fu promotore e presidente della Conadep, la Commissione Nazionale sulla scomparsa delle persone, istituita dal primo Presidente post-dittatura, Alfonsin, incaricata di far luce sulle nefandezze commesse dai militari. Il lavoro della Commissione da lui presieduta portò alla realizzazione del documento “Nunca mas” (Mai più), solennemente consegnato nelle mani del Presidente Alfonsin il 20 settembre del 1984 e che rappresentò la pietra miliare per il processo alla Giunta militare argentina.
    Processo che si è concluso  con la condanna di Alfredo Astiz ed altri 12 coimputati all’ergastolo, oltre numerose altre pene detentive.
    Astiz l’ex ufficiale della Marina Argentina, ribattezzato “l’angelo della morte”, colui il quale ideò le torture e scelse le morti più atroci per i “desaparecidos”, gli oppositori del regime militare guidato da Videla, l’inventore dei voli sull’Oceano con annesso lancio in mare, in pasto agli squali (attirati dal sangue provocato da squarci appositamente provocati nelle carni dei malcapitati) dei deportati , spesso giovanissimi, il comandante della Escuela de Mecanica de la Armada di Buenos Aires (Esma), oggi museo della memoria e dal 1976 al 1983 operativa come prigione clandestina e sala torture del regime, il prossimo 8 novembre compirà 61 anni.