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    Storie di calabresi lontani da casa – Teo Teocoli: ''Reggio, la città che più ho amato''

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    di Damiano Praticò – Quando, nel mezzo della serata di presentazione della Reggina, nell’agosto del 1996 allo stadio Comunale di Reggio, Teo Teocoli, improvvisamente, iniziò a parlare in perfetto dialetto reggino,

    indicando col braccio la esatta direzione per la spiaggia di Calamizzi e per il quartiere ”Sbarre”, a più di qualcuno sembrò strano…ma qualcun altro lo sapeva bene…  “Mi chiamo Antonio Teocoli, d’accordo. Da bambino mi chiamavano Nino, poi mi hanno sempre chiamato Teo. […] Nei primi anni di cabaret, quelli del Derby (noto club cabarettistico di Milano, ndr), le imitazioni, che forse sono interpretazioni o, meglio ancora, sono trasformazioni, non c’erano. Non so spiegare come siano iniziate, perché io non ne avevo mai fatte. Anzi pensavo di essere refrattario alle imitazioni. Poi sono arrivate da una carriera e da una vita percorse camminando sempre solo. Perché non ho mai avuto l’opportunità di specializzarmi in qualcosa. Non sono mai stato in un ufficio, mai in una fabbrica, mai in campagna, non ho mai lavorato, in pratica non ho fatto un cazzo tutta la vita”.
    Teo Teocoli è nato a Taranto il 25 febbraio 1945 da genitori originari di Reggio Calabria. Suo padre era in marina nella città pugliese; è stato concepito lì, durante la guerra. “Appena nato mi hanno portato a Reggio” si legge nella sua ‘autobiografia comica’ “Io ballo da solo”, Mondadori.
    “Sbarre centrali, rione Marconi. Non era un posto dove circolassero limousine da quelle parti. Era un quartiere poverissimo. C’era anche il rione Marconi di Sopra. Perché più si saliva più aumentava la povertà. Lassù c’era un posto dove andavano a mangiare tutti i ragazzi, che si chiamava  ‘U caddaro. Perché serviva pasti caldi. Io vivevo una vita felice. I miei genitori erano partiti per Milano a cercare lavoro. Mentre io rimasi con mia nonna. Era una vita spensierata, libera. Mi nutrivo di quello che capitava, frutta soprattutto. Per mangiare la frutta dovevo arrampicarmi sugli alberi. C’era l’uva, ‘a racina sul tetto della casa, e mia nonna gridava perennemente: “Scindi, scindi che t’ammazzi, scindi figghiu”.
    Sua nonna Mica – Domenica – era una povera donna, si svegliava alle quattro del mattino, andava in chiesa per la messa e poi subito a lavorare nei campi, alle cinque del mattino. Aveva un solo giorno libero al mese, che passava con i nipotini a pettinarsi i suoi capelli lunghi e liscissimi.
    “Mia nonna era senza denti. Aveva un dente solo, un canino, impressionante, lungo quasi ventitré centimetri, praticamente un trapano, un dente che le arrivava quasi fino a qui, oltre le tette. Nel cortile, c’erano le galline. E allora mentre si pettinava, se passava una gallina…Pam! La prendeva. Trac! Le tirava il collo e l’attaccava al muro. Era la gallina, quella, che si mangiava per il grande pranzo, non della domenica, ma quello del mese. La cosa feroce era che mentre lei continuava a pettinarsi, la gallina attaccata al muro ogni tanto si sbatteva, scuotendosi tutta. Certo però anche le galline quando vedevano che si pettinava potevano stare un po’ più attente”.
    I giorni più belli, ricorda Teocoli, erano quelli estivi, quando si andava al mare attraverso “i stritti”: a Calamizzi.
    “Rione Marconi era una piccola acropoli, perché sotto non c’era nulla, si vedevano piantagioni sconfinate di aranci, di bergamotti, di ulivi, si intravedeva il mare, proprio da lontano. La spedizione al mare comprendeva tutti, una compagnia di dieci: bambini, nonne, zie, parenti, cumpari, cumpareddi. Si facevano i “stritti” e piano piano arrivavamo alla spiaggia di Calamizzi, minchia, prima di arrivare a Calamizzi c’era un tunnel lungo trecento metri, c’era fresco nell’estate torrida, e sotto quel tunnel cantavamo tutti: “Tu si guaglione”, e noi bambini correvamo avanti, c’era una salita con la ferrovia, binari morti, da lì vedevamo il mare e, se era bello, gridavamo felici: “’U mare è una tavolaaaa!”. Allora bastava questo, davvero poco, per essere appagati”. Proprio dalla spiaggia di Calamizzi, Teo fece “il primo viaggio della sua vita”.
    All’età di tre anni. “Un’estate mi venne voglia di scappare e m’incamminai da solo lungo il muretto a secco e attraversai tutta Reggio. Quel giorno ebbi una brutta avventura. Per poco non feci morire mia madre di crepacuore. Scappai, attraversai il tunnel della ferrovia, e percorsi tutta Reggio. Ma da solo. Sostai davanti al solito barcone che era fermo, marcio, a toccarlo come facevo con gli altri bimbi, tutti i giorni. […] Lungo quella strada dritta che da ponte San Pietro va verso l’aeroporto c’era un piccolo muretto, mi fermai a riposare, e arrivarono subito due donne, tutte vestite di nero, con il pagnuelo, il fazzoletto nero sulla testa: “Signurì ma chi è stu picciriddu? Dov’è tu matre?”. Io ero piccolo, non rispondevo. “Vieni acca, vieni acca, picciriddu”. Invece io non mi sono fidato e ho continuato la mia strada verso casa. Vidi allora “la scalitta”, la scaletta dove pisciavano tutti, un luogo topico e ricco di aromi, era come se ci fosse scritto BAGNI PUBBLICI, ti scappava tre chilometri prima, aspettavi: “Compare, dai pisciamo alla scalitta”. La guerra era appena finita. C’era tanta gente scombussolata. Sopra la scalitta c’erano due vecchi. Io dicevo loro: “Buongiorno”. Loro: “Vaffanculo!”. […] Tutti mi stavano cercando sulla spiaggia, in mare. […] Dopo un po’ arrivò mia madre assieme ad altre diecimila persone. Allora quando succedeva qualcosa si radunavano folle oceaniche. E gridavano tutti. Ahhhhhh. U picciriddu. Quando mi vide, la mamma svenne. Capii d’averla fatta grossa. Mia nonna che era una contadina, di quelle diecimila persone ne fece rimanere lì una quindicina, e fece loro riempire tutte le bottiglie di pomodoro e gli fece fare la passata. Addirittura i pomodori secchi. E’ stato il primo viaggio della mia vita”. Teocoli rimase a Reggio fino all’età di cinque anni, con la nonna. “Un giorno mia nonna mi diede tre gambi di un qualche ortaggio e mi disse: “Piantali nel campo Teo che poi mangerai i cipuddi”. “I cipuddi?” “Sì, i cipuddi”. Li piantai, ma dopo qualche giorno arrivò la lettera da Milano con questa ingiunzione: “Portare su il bambino”. Piansi per due giorni. Non volevo partire, avevo piantato i miei cipuddi e ora non avrei potuto mangiarli. “I miei cipuddi, se li mangiano artri, io mi voglio mangiare i miei cipuddi” e strillavo a più non posso. Non sapevo neanche dove sarei finito. Ci fu una specie di riunione di tutto il quartiere e non per studiare l’itinerario per Milano, ma quello per la stazione. Quella di Reggio. Chi si muoveva allora? Il quartiere era quello, la vita era quella. Mia nonna, povera donna, alla fine mi accompagnò a Milano e i primi giorni, quando i miei genitori rientravano a casa, trovavano tutto, la vasca, il lavandino, il water, il bidè, tutto riempito d’acqua. Nonna Mica riempiva tutto. Perché diceva, come un mantra: “Oggi pomeriggio levano l’acqua”. “Nonna, a Reggio”. “Pecchè ca c’è l’acqua tutto il journo?”. Mia nonna fu riaccompagnata in Calabria, perché non ce la faceva più a vivere a Milano. Mentre io fino ai diciott’anni sono sempre ritornato là, durante l’estate, per tre mesi. Ma ero diventato più grande, mi avventuravo, non stavo più nel quartiere, andavo al Lido”.
    Milanese d’adozione, Teocoli, oggi, non rinnega affatto le sue origini. Anzi, le esalta. “La città che ho amato di più è Reggio Calabria. Ci sono tornato tutte le estati fino a sedici anni. A diciotto sono andato a trovare la nonna con una Giulietta spider di terza mano che avevo comprato. Il quartiere era ancora uguale a come lo avevo lasciato, solo qualche casa nuova. […] Quando rientravo a Milano per un po’ parlavo reggino, ero spettinato, sporco, avevo le unghie nere, listate a lutto, e mi chiamvano terùn. Con affetto. Una volta, stavamo partendo per la colonia estiva di Pietra Ligure, eravamo in fila per fare la vaccinazione, c’era davanti a me un bambino rosso, Riva, con tutti i foruncoli. Mi avevano regalato una bella barchetta, con la velina. Gli dissi: “Quando arriviamo là, c’è il mare e giochiamo anche con la mia barchetta”. “La mia mamma mi ha detto di non parlare con te”. L’ho picchiato per tutta l’estate”. Nonostante un rapporto difficile col padre (“Non c’è mai stata tra noi nessuna confidenza”) e momenti dolorosi subiti dalla madre (“Ho avuto un fratello, che poi morì, di cui nessuno mi ha mai parlato. Mia madre tentò anche di avere un altro figlio che morì”), Teo riuscì a non perdersi ed a sfruttare l’occasione milanese nel migliore dei modi. Gli inizi, da cantante, ebbero come palcoscenico il noto locale milanese “Derby”, fucina negli anni di diversi nomi e volti dello spettacolo; calca quel locale – erano gli anni ’60 – insieme a gente come Cochi & Renato, Enzo Jannacci, Diego Abatantuono e Massimo Boldi, cantando inoltre con gruppi quali “I Camaleonti” e “I Quelli”, la futura PFM, Premiata Forneria Marconi. L’approdo in tv, dopo una breve apparizione sul secondo programma Rai nel 1973, avvenne sulla rete lombarda Antenna 3, insieme al collega ed amico Massimo Boldi. Il programma era “Non lo sapessi ma lo so” del 1982. Dopo le partecipazioni al “Drive In” e ad “Una rotonda sul mare”, nel 1989 Teocoli diede vita al personaggio di Peo Pericoli, uno dei suoi più noti ed esilaranti alter ego. Nel 1991, insieme a Gene Gnocchi, partecipò a “Il gioco dei nove” condotto da Gerry Scotti. Antonio Ricci lo chiamò, in quella stagione televisiva, alla conduzione di “Striscia la notizia”. L’anno seguente, inaugurò il famoso e tragicomico programma “Scherzi a parte”. Ancora nel 1992 – a testimonianza del fatto che l’inizio degli anni Novanta fu per lui il periodo più proficuo della sua carriera – lanciò con la Gialappa’s Band “Mai dire gol”, creando ed interpretando personaggi ormai conosciutissimi dal pubblico odierno, come Felice Caccamo. Abbandonato “Mai dire gol” nel 1995, dopo alcune partecipazioni saltuarie a “Quelli che il calcio” di Fabio Fazio, ne divenne ospite fisso dal 1998 al 2000. Nel 1999 fu ospite fisso anche della trasmissione di Adriano Celentano “Francamente me ne infischio”. Nel 2000 affiancò Fazio e Luciano Pavarotti alla conduzione del 50° Festival di Sanremo, tornandovi due anni dopo come ospite d’eccezione. Successivamente, tornò a condurre “Scherzi a parte” con Boldi e Michelle Hunziker, sostituita poi da Manuela Arcuri e Anna Maria Barbera. Nel 2004, Teocoli creò il primo “one-man show” di casa Mediaset: “Il Teo – Sono tornato normale”, in cui mise in scena i suoi personaggi più celebri ed esilaranti. Tra questi spicca un favoloso Ray Charles. Il suo spettacolo teatrale “Sono tornato normale show” registrò il sold out, l’anno seguente, a Milano, Torino, Genova, Bologna, Brescia e Napoli. Trasferitosi in Rai per condurre “Affari tuoi”, venne ritenuto non idoneo al ruolo da parte della Endemol, casa produttrice del programma. Sulla rete televisiva pubblica, comunque, prese parte, tra il 2006 ed il 2010, a Che tempo che fa, ancora con l’amico Fabio Fazio, Rockpolitik e La Domenica Sportiva. Nel 2010 ha pubblicato per Oscar Mondadori “Io ballo da solo”, autobiografia comica divenuta presto un best seller della risata, dalla quale noi, attraverso i suoi ricordi di Reggio Calabria, spesso comici, altrettanto nostalgici e sociologicamente interessanti, abbiamo attinto per rivivere i suoi primi cinque anni di vita a Reggio, tra galline, Calamizzi, cipuddi, stritti e scalitti…