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    Storie di calabresi lontani da casa – Leon Panetta

    panettaobama

    Da Gerace, alla Casa Bianca al Pentagono. Dalla “città delle cento chiese” abbandonata dai genitori agli inizi del Novecento ai centri decisionali della politica statunitense, fino

    alla cattura  del latitante più pericoloso della storia del mondo, Bin Laden; è questo il percorso di Leon Edward Panetta, nato a Monterey il 28 giugno del 1938 e attuale Segretario della difesa americana.
    Sono gli anni Venti del ‘900 quando il padre Carmelo lascia la contrada Trunchi di Gerace per inseguire il sogno del nuovo continente e decide di abbandonare la vita umile e la cittadina “piena di palazzi bellamente situati, posta su uno stretto margine di roccia” come l’ha descritta Edward Lear alla fine dell’Ottocento nel suo “Diario di viaggio a piedi”. La bellezza di Gerace, tuttavia, nasconde le povere condizioni delle campagne circostanti e Carmelo è uno dei tanti contadini calabresi che lasciano la terra d’origine con amarezza e rimpianto ma con la forte volontà di costruire un futuro più prospero. Negli Stati uniti, con la moglie sidernese Melina, lavora senza sosta e supera con orgoglio le difficoltà del nuovo mondo. La famiglia cresce con i tre figli, tra cui Leon, che si temprano lavorando nelle piantagioni di arachidi in California e apprendono tenacia e forza dai genitori calabresi. Carmelo torna spesso a Gerace e a Siderno, dove per i parenti è “lo zio ricco d’America”, affinchè la sua famiglia non tagli il cordone ombelicale con la terra d’origine. Leon assorbe l’amore per la Calabria, dove trascorre tante estati, apprendendo il dialetto che tuttora è la sua lingua in famiglia. Il dialetto, non l’italiano. Un ottimo inglese per la carriera statunitense, un caldo dialetto per i momenti familiari ed i contatti con i parenti e gli amici della sua Calabria. Il dialetto racchiude un’intera cultura, tanto che Leon dichiara in più di un’intervista: «I miei genitori hanno attraversato l’oceano per dare ai figli un futuro migliore. Da loro ho imparato a credere nella famiglia, nella fede, nel lavoro, nell’onestà. Sono valori che ho cercato di trasmettere ai miei tre figli». Forse il bambino che trascorreva le vacanze in spiaggia a Siderno, non immaginava che quei valori che andava assimilando, insieme alla formazione culturale e professionale che riceveva in America, lo avrebbero condotto ai più alti vertici della politica statunitense. Mentre la famiglia Panetta migliora il proprio status sociale con un’attività di ristorazione a Monterey, Leon matura esperienze e conoscenze. Già alla Monterey High School inizia la sua attività politica diventando “President of the Student Body”. La laurea cum laude in Scienze Politiche alla Santa Clara University apre a Leon le porte dell’attività forense, che conduce in modo brillante. La svolta verso una carriera politica di alto livello avviene nel 1966, quando viene nominato  assistente legale di Thomas Kuchel, senatore repubblicano della California. Nel 1969 è assistente di Robert H. Finch, capo del Dipartimento di salute, educazione e Stato sociale nell’Amministrazione Nixon. A questo periodo risale la battaglia personale, che porterà avanti per molti anni, a favore dei diritti civili. Le esperienze maturate come assistente lo preparano ad una carriera politica autonoma già negli anni Settanta, in seno al Partito Democratico. Nel 1976 è pronto a candidarsi e a ricevere la fiducia degli americani, infatti è eletto al Congresso degli Stati Uniti come rappresentante del California’s 16th Congressional District (oggi 17 ° ) dal 1977 al 1993. Durante i suoi ultimi quattro anni al Congresso diventa presidente della Commissione Bilancio. Dal luglio 1994 al gennaio 1997, presta servizio come Capo di gabinetto del presidente Bill Clinton. Il prestigio acquisito attraverso l’attività politica al Congresso e gli alti incarichi ricoperti fa sì che Leon Panetta possa gestire con polso l’imbarazzante caso Lewinsky. Si espone al fuoco di fila delle domande incalzanti poste alla CNN da Larry King e risponde con fermezza e decisione:  «La diffusione del rapporto Starr, con tutti quei dettagli osceni, non mi era sembrata necessaria (…) diffondere quella roba non è corretto né dal punto di vista legale né da quello morale (…). È stato un colpo scoprire che il presidente andava facendo queste cose, prendendo questi rischi, mentre eravamo tutti impegnatissimi in questioni fondamentali. Stavamo trattando l’accordo coi repubblicani sul bilancio, preparando la campagna elettorale. E intanto succedeva tutto questo(…) Bill è rimasto solo ma non si arrederà». Leon Panetta riesce così ad esprimere la delusione per i comportamenti superficiali ed inappropriati di Clinton e nello stesso tempo a ribadire la fedeltà al progetto politico rappresentato dal Presidente. Conclusa l’esperienza clintoniana, lascia Washington per fondare e dirigere con la moglie Sylvia il “Leon & Sylvia Panetta Institute for public policy” presso la California State University a Monterey Bay. Con questa iniziativa, Leon ritorna alla sua antica sensibilità verso i diritti civili, che aveva fatto da leit motif alla sua passione politica giovanile. L’Istituto infatti, apartitico e senza fini di lucro, cerca di instillare nei giovani le virtù e i valori del servizio pubblico. Ancora un successo per il “duro” Leon, politico raffinato, abile mediatore e congressman tra i più apprezzati che con orgoglio ha sempre affermato: “essere italiano non ha mai ostacolato la mia carriera soprattutto perchè ho agito con grande competenza”. Le sue radici calabresi sono profonde e sembrano non aver mai abbandonato la terra di Calabria. I valori, le tradizioni, il rispetto per il lavoro e la gente hanno sempre contraddistinto la vita personale e professionale di Panetta che anche ai suoi figli ha voluto trasmettere il modo di “essere calabrese”: “i miei genitori hanno attraversato l’oceano per dare ai figli un futuro migliore. Da loro ho imparato a credere nella famiglia, nella fede, nel lavoro, nell’onestà. Sono valori che ho cercato di trasmettere ai miei tre figli. Loro sono perfettamente inseriti nelle società USA ma nel profondo del cuore sono orgogliosi di essere italiani”. La guerra in Iraq travolge le coscienze negli Stati uniti e nel 2006 Leon Panetta è chiamato a far parte della Commissione di studio istituita dal Congresso per condurre una valutazione indipendente della guerra irachena.
    Nella frenetica vita di Leon, il pensiero alla Calabria è costante. La mente va spesso a Siderno e a Gerace e sulla sua scrivania non mancano mai lettere di amici e parenti calabresi che testimoniano il legame affettivo che Leon ha continuato a intrattenere con i suoi concittadini nel corso degli anni. Dalla terra del padre,” che si affaccia sullo Ionio, Leon non si è mai “allontanato” e forte è anche il suo attaccamento alla chiesa, un luogo intimo e tranquillo che ricerca pure in America. “Non c’è niente di meglio di una chiesa per riflettere e concentrarsi”dice agli uomini del suo staff ed è in una chiesa che si fa portare quando deve prendere una decisione importante o dopo una missione delicata e forse anche stavolta il suo ricordo va alla Gerace delle cento chiese. Se Panetta riesce a tornare in Calabria solo quando i suoi impegni professionali glielo consentono, gli capita spesso di ricevere le visite di sidernesi o geracesi in America o di parenti. Il cugino Mimmo Panetta, ricorda con commozione e fierezza il suo incontro con Leon alla Casa Bianca: “Appena incontratici, Leon ha incominciato a parlare in stretto dialetto calabrese; mi ha chiesto del nostro mare, della campagna, della montagna, del clima e di qualche piatto tipico; è ciò che veramente gli manca della ‘sua’ Calabria”. Il ricordo del cugino va indietro nel tempo, all’infanzia e alle estati sidernesi in compagnia di Leon: “siamo cugini di secondo grado. Mio nonno Domenico e il padre di Leon, Carmelo, erano fratelli. Partirono insieme per l’America. Mio nonno ritorno’ poco dopo perche’ aveva nostalgia della moglie; il papa’ di Leon, invece, riusci’ tra mille difficolta’ a resistere (…) L’ ultima volta l’ ho rivisto quattro anni fa a Siderno. Confesso che mi ha stupito. É rimasto lo stesso nel tempo, nonostante i suoi importanti incarichi governativi (…)ho potuto constatare che è rimasto un uomo molto alla mano e tra l’altro si considera di fatto un vero calabrese ed è impregnato della nostra cultura con principi sani e con la filosofia del saper vivere..Da ragazzi Leon e io abbiamo trascorso insieme alcune estati. Lui ritornava dalla California per trascorrere brevi vacanze nella terra di origine. Era sempre piu’ dispettoso, ma allo stesso tempo aveva gia’ a quell’ epoca un estro da fare invidia”. E con la Calabria nel cuore, Leon Panetta ha raggiunto un altro inimmaginabile obiettivo: la nomina a capo della CIA (Central Intelligence Agency) avvenuta il 13 febbraio 2009. «Panetta porta una vasta esperienza di governo al posto di capo della CIA», ha commentato l’ex collega Lee Hamilton, che ha guidato la commissione intelligence della Camera e ha fatto parte del’Iraq Study Group. É Panetta a pianificare la formazione di squadre con licenza di uccidere ovunque nel mondo, in funzione antiterrorismo, anche con pratiche piuttosto decise e violente. Sempre come Capo della CIA, il settantenne Leon, lo “zio Leon” come lo chiamano per il suo viso segnato da rughe di espressione, dirige con successo le operazioni che porteranno all’uccisione di Osama Bin Laden.”L’imprendibile è stato preso e ucciso” comunica Panetta riferendosi al terrorista Bin Laden “ma non ci fermeremo qui fino a quando non avremo preso l’ultimo responsabile dell’11 settembre”. La direzione della CIA non è tuttavia un punto di arrivo poichè il Presidente Barak Obama lo nomina Capo del Pentagono.
    Una grande responsabilità per quel ragazzino americano che giocava nelle campagne geracesi e che si è portato nel cuore e soprattutto nella volontà la brulla terra di Calabria.