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Storie di calabresi lontani da casa – Irma Rizzuti

30 Gennaio 2012
in Calabresi lontani da casa
Tempo di lettura: 5 minuti
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rizzutirma
In un piccolo paesello della Calabria chiamato Serra Pedace nasce Irma Rizzuti, oggi Presidente della Lega Donne Calabresi – Consigliere COM.I.TES di Buenos Aires.

In questo luogo incantevole trascorre i primi 7 anni d’infanzia. Come tanti paeselli d’Italia, le strada sono strette e vi si può camminare solo a semicerchio, perché alle spalle di Serra Pedace c’è solo la montagna. La neve circondava sempre i giochi della piccola Irma, ed il focolare era il luogo dove lei e i suoi fratelli litigavamo per ottenere il posto migliore per riscaldare i piedi e le mani.
“A cena, intorno al tavolo, le discussioni politiche erano appassionanti – ricorda Irma – Era tempo di guerra. La neve, le castagne raccolte in autunno, l’odore dei funghi, dei pini, i colori delle mimose e delle ginestre sono per me un ricordo vivo, come racchiuso in un dipinto perfetto.
Il rumore del fiume che scorre tra le pietre, mia madre che lava i panni battendoli sulle pietre. Le mani congelate di mamma mentre lavava e le sue braccia fortissime mentre portava i suoi quattro figli al rifugio durante i bombardamenti. Tutto per me si riconduceva a colori, odori e musica. Musica che sentivo nei canti della mia mamma. Papà faceva il commerciante e veniva ogni dieci giorni. Mamma, invece, era sempre lì: lavava, cucinava, portava funghi e castagne dopo giorni di camminate in montagna insieme ad altre donne. Io la sentivo arrivare perché sentivo la sua voce che da lontano cantava. Proprio da mia madre imparai che nella vita bisogna cantare sempre!”. I ricordi di quella fanciullezza spensierata sono ancora vivi nella mente e nel cuore di Irma ma lo è ancor di più quello della partenza che non riesce a dimenticare. 
“Arrivò il giorno in cui dovemmo lasciare la magia di quel paesello che non era poi tanto magico. La mancanza di lavoro e la fame furono le conseguenze inevitabili che ci costrinsero a partire. Non c’era spazio per il romanticismo. America, Argentina, Buenos Aires erano luoghi lontani, dall’altra parte del mare, dove si poteva lavorare e progredire. Erano il contrario dell’Italia: poca gente e tanta terra. C’era tutto da fare!
In quel periodo, io sentivo dire che in Argentina c’era una donna con i capelli lunghi e biondi che difendeva i poveri, i bambini e le donne. Si chiamava Evita”.Una partenza dolorosa per la piccola Irma che ricorda il pianto di tutti i suoi familiari ma non quello della sua mamma. “Camminava in fretta, come se volesse lasciare rapidamente quel posto – dice Irma – Papà, invece, povero papà, aveva gli occhi rossi; lui c’era già stato in Argentina e non gli era piaciuto, ma questa volta sapeva che la partenza era definitiva e che forse non avrebbe mai più rivisto la sua mamma”. Giunti a Buenos Aires, ad aspettare Irma c’era la nonna materna e alcuni zii che si erano sistemati in un quartiere della città. Come un flash back tra i ricordi di Irma spicca una porta che si apre e da dentro quella casa si poteva vedere il cielo. “Mio fratello disse alla mamma che la casa era rotta come quelle case rotte dalle bombe! In realtà, la maggior parte delle case era fatta così perché a Buenos Aires non c’è mai la neve.
Cosa strana la città di Buenos Aires. Lì si poteva camminare diritto per un bel pezzo di strada e si poteva camminare anche facendo un giro intero e ritornare al posto di partenza. E si vedeva anche il cielo all’orizzonte. Ma io e i mie fratelli cercavamo le montagne all’orizzonte, ma si vedeva sempre il cielo, il cielo e niente più”. Per Irma e la sua famiglia inizia, appena sbarcati a Buenos Aires, una nuova vita. Ogni singolo membro della famiglia scriveva  la propria storia, con i suoi dolori, con i suoi esiti e con un nuovo nome: “emigrante”. Comune era invece una canzone che faceva: “TERRA STRANIERA, QUANTA MALINCONIA, VIVER LONTAN DA TE ITALIA MIA…” ma anche il dolore di aver lasciato la terra natia e le persone care. Superato i primi momenti di assestamento, Irma inizia ad andare a scuola e la maestra della prima classe s’impegna ad insegnarle le parole spagnole. “Finestra si diceva ventana e buongiorno buenos dias – racconta Irma – Non era facile, ma i bambini imparano presto a parlare altre lingue. Io posso dire che ho imparato lo spagnolo cantando. In quella casa rotta della nonna, c’era un zio musicista che suonava il flauto e aveva un banda che, nel pomeriggio, veniva a far pratica. Suonavano una musica strana e, allo stesso tempo, affascinante: il Tango”. Irma li ascolta, li osserva e resta incantata da uno strumento chiamato bandoneón che assomiglia alla fisarmonica. Inizia a cantare alcuni brani sino a quando lo zio, un giorno, le insegnò a cantare un tango chiamato “Nostalgia” e da quel momento in poi, la piccola dolce calabrese fu soprannominata Nostalgita. L’autore di questo tango si chiamava Ernico Cadicamo anche lui di origine calabrese. Un segno del destino? Forse. Ma quel tango fu una parte importante della vita di Irma. Il tempo passa e Nostalgita comincia ad interessarsi alla politica argentina, attratta dalla figura di quella donna chiamata Eva Perón che conosce soltanto quando muore.
“La politica ed il tango furono le due colonne che mi aiutarono nella formazione di questa mia nuova identità. Furono le nuove radici.
L’Argentina è un paese giovane e forse per questo difficile politicamente. A causa della mia attività politica, all’epoca della dittatura, io e mio marito perdemmo il lavoro. E’ stato un periodo difficilissimo. Il canto e sopratutto il tango sono state la nostra salvezza. Professionalmente mi dedico, così, a cantare e a guadagnare il pane per vivere. Nostalgia era il tango con cui finiva la mia esibizione artistica”.
Al ritorno della democrazia, Irma riprende l’attività politica occupando importanti cariche: come deputata della città di Buenos Aires, è autrice della legge che stabilisce la data in cui celebrare la “Settimana della cultura italiana” che coincide con il giorno in cui si festeggia l’anniversario della Repubblica Italiana. E’ anche coautrice della legge per lo studio dell’italiano nelle scuole della città di Buenos Aires.
“Tra i tanti eventi dolorosi vissuti all’epoca della dittatura, non posso dimenticare la perdita della cittadinanza italiana: fui costretta a prendere quella argentina. E’ un dolore che non ho ancora sanato, ancora non ho ripreso la mia cittadinanza italiana. Il cuore dell’emigrante va da una parte all’altra. Fu per questo che in un momento di grande crisi dell’Argentina, i miei genitori, i miei fratelli e nipoti, decisero di ritornare in Italia e si sistemarono a Milano, dove vivono attualmente. Io rimango sola in Argentina con mio marito e mia figlia, ma in un breve tempo, Dio li porta via tutti e due”. Una tragedia che segna profondamente Irma che da allora cerca un posto per sè. “Cerco la mia storia o, per meglio dire, cerco di continuare con la mia storia. Per stare vicino alla mia Patria d’origine, inizio a frequentare la collettività italiana di cui oggi sono un’importante dirigente. Mi occupo, in particolare, delle problematiche relative alla donna emigrata italiana. Il mio impegno nella politica argentina e nella collettività italiana, creano per me un mondo ideale nel quale posso dimostrare e sviluppare l’intreccio delle due culture di cui sono depositaria.
Il mio lavoro con le donne è basato soprattutto nel far sì che l’Italia e le nuove generazioni conoscano l’importanza della presenza femminile nella diaspora italiana. Che sappiano dell’importanza del ruolo di queste donne che hanno esportato e mantenuto la nostra cultura millenaria nel mondo.
Emigrare è sempre un atto involontario e per questo amaro, che modifica in alcuni casi la personalità dell’emigrato perché lo fa sentire che non appartiene a nessun luogo. Ancor di più, la donna emigrante italiana, e specialmente quella del sud d’Italia, ha vissuto la partenza con maggior difficoltà, timore, insicurezza. Per loro è stato ancora più traumatico affrontare tutte le incognite di un mondo nuovo, sconosciuto, qual era il paese d’emigrazione. Sono così rimaste chiuse nelle loro case, crescendo i figli, occupandosi della famiglia, ma sempre in un ambiente rist
retto.
La casa è diventata per loro il luogo dove ricostruire il piccolo paese e la famiglia lasciata alla partenza che spesso non hanno più rivisto.
Per tutte, la loro vera casa è quella Calabria lontana che non sono nemmeno riuscite a conoscere, ma che hanno sempre amato, tanto d’aver avuto la capacità di trasmettere questo loro amore alle nuove generazioni”.

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