
di Francesco Creazzo – “Come fa una che è nata a Oppido Mamertina ad arrivare a Seul, quarta capitale mondiale, 14 milioni di abitanti, sede dell’impero economico più importante
dell’Asia, dopo le ‘’balene’’ Cina e Giappone?’’
Questa è la storia di Irene Tortorella, 26 anni, reggina, coreanista in formazione. Una delle pochissime persone che in Italia (se si eccettuano gli immigrati originari di quel paese) ha deciso di interessarsi alla storia, alla lingua e alla cultura di una nazione (anzi di due) che si definisce ‘’un gamberetto tra le balene’’, ove le balene sono Cina e Giappone. Il ruolo storico di cuscinetto tra blocchi contrapposti, le mille contraddizioni di una terra estremamente complessa saltano fuori dagli anni di studio di Irene, e dall’esperienza di un intero anno nella fredda Seul.
Già durante le scuole medie Irene inizia a sentire il richiamo dell’oriente, appassionandosi ai fumetti e alla letteratura giapponese, passione che coltiva durante gli anni del liceo classico nelle aule del ‘’Tommaso Campanella’’ di Reggio Calabria.
‘’Dopo il liceo, l’unica scelta sensata mi è parsa quella di continuare a studiare queste culture, così mi sono iscritta a Lingue Orientali, a Napoli’’. Un’esperienza, quella partenopea, che la rende sempre meno calabrese e sempre più cittadina del mondo, oltre a farle scoprire aspetti più o meno nascosti del suo (ex) amato Giappone.
‘’Quando ho saputo delle atrocità commesse dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale e durante la guerra di Corea ho deciso, idealmente, i tagliare i ponti con il sol levante’’.
Le Comfort Women, le donne coreane che a migliaia venivano utilizzate dall’esercito giapponese come ‘’vettovaglie da guerra’’ e mandate in dotazione ai soldati nipponici di stanza nei vari contingenti mondiali per saziarne gli istinti più bassi, attirano l’attenzione e la pietà di Irene.
La decisione è presa: si inizia a capire una terra maltrattata, conquistata, divisa in due per rispecchiare gli appetiti ideologici del pianeta, costretta a ingaggiare un’infinita guerra di posizione tra fratelli.
‘’E’ un popolo che è stato dimenticato dal mondo e dai libri di storia. E’ il gamberetto che ci va di mezzo, quando le balene litigano. L’ho scelto per questo, perché sono gli ultimi’’.
E’ un amore che cresce fin quando nel 2010 Irene non decide di andare a vedere di persona il mondo che ha studiato, con il quale ha simpatizzato e si è schierata negli ultimi anni: un anno di ricerca la aspetta alla Sogang University di Seul, con tanto di borsa di studio della Korea Foundation.
All’arrivo, lo shock culturale è enorme: ‘’Stiamo parlando di un paese – spiega – che pur essendo sullo stesso parallelo di Reggio, ha un clima monsonico d’estate e tocca i -25 gradi d’inverno. Forse è anche per questo che è la nazione col più alto tasso di suicidi al mondo.
La Corea del Sud la accoglie, quindi, con il suo abbraccio freddo, un ossimoro che può descrivere l’avventura di un europeo in quella penisola.
‘’La gente è un po’ diffidente, molto gerarchica. E’ difficile avvicinarsi ai coreani, anche se parli la lingua. Poi quando scoprono che conosci la loro cultura, ti darebbero il cuore. E’ gente con un passato tragico, che vive da sessant’anni a un centimetro da un confine demilitarizzato, sotto la costante minaccia della guerra. E’ un po’ come il Vesuvio’’.
La Corea del Nord. Uno spettro per chi vive a Seul, una situazione da decifrare, un’ansia costante che va ignorata, non se ne deve mai parlare.
‘’La Corea del Sud è come se fosse un’isola, non c’è un treno che ti porta in Manciuria. Il confine pesa: è impossibile parlarne con i sudcoreani, ci ho provato più volte ma si limitano a far finta che non esista, e poi c’è una concezione del potere che a noi occidentali sembra assurda. Ti rispondono che il loro presidente saprà cosa è meglio per loro’’.
Sembra strano, in un paese in cui la leva militare obbligatoria dura due anni, un paese completamente isolato per via di terra da una striscia larga tre chilometri che lo divide da un posto assurdo: un regime crudele (quello guidato dal recentemente defunto Kim Jong Il) che assoggetta i loro fratelli. Fratelli rinnegati.
All’università, però, Irene scopre un mondo: un’istruzione che funziona, un senso del dovere spesso portato all’estremo le fanno vivere intensamente un anno che, si stupisce, ‘’mi ha fatto diventare parzialmente coreana’’.
Adesso Irene è tornata alla base, a Reggio Calabria. Ma non ci resterà a lungo: ‘’Le opportunità per chi parla coreano, in Italia, sono molto inferiori rispetto a quelle di chi parla, ad esempio, giapponese. E sicuramente nessuna di queste è a Reggio’’.
E’ tempo di rifare la valigia per la calabrese d’oriente, tempo di sfogliare l’atlante per il Marco Polo del 2010: alla ricerca dei misteri (non troppo misteriosi) della penisola lontana. Anche se nel cuore c’è sempre la penisola vicina.




