
di Giusva Branca e Raffaele Mortelliti – Ci riceve nel suo ufficio, in pieno centro a Sao Paulo, in Brasile. La sua città, la città che lo adora, la megalopoli per eccellenza del pianeta,
con i suoi 23 milioni di abitanti. Abitanti che, in massa, lo hanno votato scegliendolo come Prefetto, una sorta di supersindaco, di questa città che, nei fatti, è la piú grande città italiana, con i suoi sei milioni di cittadini di origine tricolore: “A Sao Paulo si parla un portoghese con fortissima inflessione italiana, una lingua che non si trova in nessun altro posto del Brasile”. A parlare è Jose Serra, 69 anni, per due volte candidato sconfitto alla Presidenza del Brasile.
Le timide scuse rispetto alla richiesta di non effettuare l’intervista in italiano si infrangono alla prima curva dell’emotività, quando il ricordo di luoghi e storie “made in Calabria” prende il sopravvento e porta con sè un italiano godibilissimo: “Le origini sono sempre le origini” -spiega Serra- “e la Calabria, nella quale torno spesso, rappresenta le mie”.
Corigliano calabro è il punto di partenza della storia di ordinaria emigrazione della famiglia Serra e il Brasile, Sao Paulo, fanno in fretta a costituire il terreno sul quale, ai massimi livelli, si confronterà Serra: “Ho sempre fatto politica, fin da ragazzino, e ho sempre voluto occuparmi di politica” – specifica Serra -“che per me è sempre stata una cosa naturale, istintiva”.
Nel 1963 diventa presidente dell’Unione Nazionale degli Studenti, con l’appoggio del Partito Comunista Brasiliano, e inizia ad avere i primi rapporti con i governatori statali e con l’allora presidente, Joao Goulart, mettendosi subito in mostra per le sue capacità oratorie e per il suo coraggio nel denunciare le ingiustizie sociali. Con il golpe del 1964 Goulart viene desposto e Serra si rifugia all’ambasciata della Bolivia per tre mesi. Chiede di poter lasciare il Brasile, ma i militari sono contrari al suo espatrio. Durante le trattative l’allora ministro della Guerra disse: “Questo non lo lasciamo andare via. È troppo pericoloso”. Serra tuttavia riesce a fuggire prima in Bolivia, e poi in Francia, dove era presente una grande comunità di esuli politici brasiliani.
A causa dell’esilio deve interrompere gli studi. Torna clandestinamente in Brasile nel 1965, dove cerca di riorganizzare gruppi politici studenteschi d’opposizione al regime militare.
La polizia politica lo scopre e è costretto a lasciare il paese e fuggire in Cile, dove prende viva parte ad azioni dimostrative di esuli brasiliani che denunciano la repressione in atto in Brasile. Rimane nel Paese andino per otto anni, studiando e laureandosi in economia e lavorando insieme a un altro esule, Fernando Henrique Cardoso. Nel Cile di Salvador Allende completa gli studi e conosce la sua futura moglie Sylvia Monica Allende. Da Sylvia, psicologa e ballerina ha due figli, Veronica e Luciano.
Inizia ad insegnare all’università del Cile, lavora per la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), organismo dell’Onu, e diventa consulente del governo Allende.
Dopo il colpo di stato del generale Pinochet nel settembre 1973, Serra aiuta a trasportare molti perseguitati all’interno dell’Ambasciata di Panamà, ma viene scoperto e arrestato mentre cerca di lasciare il paese. Un maggiore dell’esercito cilena gli evita le torture abitualmente inflitte nel famigerato Stadio Nazionale, mettendolo nel portabagagli della sua auto.
A causa di questo gesto l’ufficiale cileno verrà fucilato poco tempo dopo. Serra si rifugia nell’Ambasciata italiana come rifugiato politico per otto mesi. Riesce ad espatriare e a recarsi negli Stati Uniti, dove ottiene il dottorato di ricerca in Economia alla Cornell University e sempre negli USA consegue un master in Economia. In quel periodo ha un incarico da visiting professor presso l’Istituto per gli Studi Avanzati dell’Università di Princeton.
Dopo quattordici anni di esilio, decide di rientrare in Brasile ancora sotto governo militare e nel 1977 e ricomincia la sua carriera politica collaborando alla campagna elettorale dei candidati d’opposizione al regime e contemporaneamente inizia ad insegnare economia all’Università di Campinas. Nel 1982 è nominato assessore statale allo Sviluppo dal Governatore dello Stato di San Paolo. All’epoca, lo Stato verteva in condizioni finanziarie pessime, con un debito elevatissimo. Serra inizia una campagna di taglio alla spesa e riduzione del debito, riuscendo tuttavia a costruire importanti opere pubbliche. Quest’esperienza fa sì che venga scelto come componente della squadra di economisti di Tancredo Neves, primo candidato alla Presidenza della Repubblica dopo la fine della dittatura.
L’incarico porta Serra a collaborare con personaggi del calibro di Celso Furtado e Helio Beltrao. Nel 1986 viene eletto membro dell’Assemblea Costituente. Durante i lavori per la redazione della nuova costituzione si scontra più volte con la linea del suo partito, il Partito del Movimento Democratico Brasiliano – PMDB. Contrariamente alle indicazioni del PMDB, Serra vota a favore di misure come l’esproprio di proprietà rurali improduttive e propone la creazione di un fondo di assicurazione pubblica per i lavoratori. Nel 1988 è uno dei fondatori del Partito della Social Democrazia Brasiliana – PSDB, ed è rieletto deputato federale nel 1990, con il più alto numero di preferenze della sto ria dello Stato di San Paolo, oltre 340mila. Nel 1994 è senatore con oltre 6,5 milioni di voti. Nel 1995 è nominato ministro dello Sviluppo del governo Fernando Henrique Cardoso.
Nel 1998 ricopre la carica i Ministro della Sanità.Nella sua nuova veste elabora un programma di lotta all’AIDS che diviene presto un modello per tutto il mondo, copiato in altri Paesi e premiato dalle Nazioni Unite. Da Ministro della Sanità, conduce una dura battaglia contro i colossi farmaceutici e gli aumenti dei prezzi dei medicinali per la cura dell’AIDS. Serra riesce ad averla vinta sulle esose richieste economiche della casa farmaceutica Roche, costringendola a ridurre del 40% il prezzo del Nelfinavir, uno dei carissimi farmaci anti AIDS distribuiti gratuitamente a più di centomila malati nel grande paese latino-americano. Serra ottiene lo “sconto” con un’uscita ad effetto.
Il 22 agosto annuncia che, a partire dal gennaio 2002, il Brasile avrebbe ignorato il brevetto del Nelfinavir (commercializzato col nome di Viracept), che sarebbe stato quindi prodotto da un’industria farmaceutica pubblica, con un risparmio del 50% per le casse del governo. “Era una questione di prezzo” è il suo secco commento alla stampa. Candidato alla Presidenza della Repubblica nel 2002, è sconfitto dall’allora candidato Lula al secondo turno. Determinato, cocciuto e con tanta voglia di arrivare in alto, Josè diventa anche primo cittadino di San Paolo nel 2004. Chi come lui è cresciuto in strada, in un quartiere popolare di immigrati conosce le esigenze del suo popolo e si adopera al meglio per gestire e guidare una città difficile e multietnica com’è San Paolo. Una nuova sfida politica lo attende dopo due anni: le elezioni per il nuovo governatore dello Stato di San Paolo. Sfida vinta dal politico di origine calabrese, che diventa g overnatore del più popoloso stato del Brasile. Si trasferisce al Morumbi, sede del governo e nella sua prima dichiarazione dopo il successo elettorale afferma che il suo sarà “un governo popolare, rivolto soprattutto a coloro i quali si trovano in situazioni critiche, un governo per i più vulnerabili”. Emozionato per la vittoria già certa dopo la mezzanotte si reca a “Pinheiros”, la zona est della capitale e si rivolge ai suoi concittadini con parole di ringraziamento “è mia intenzione ringraziare i miei concittadini, i quali hanno capito il mio allontanamento come sindaco a metà mandato, ma soprattutto perchè mi hanno portato ad una grande vittoria nella più grande città del Brasile”. L’esperienza politica di Serra unitamente alle sue doti personali di uomo ancorato a antichi valori come quello della famiglia ne fanno il candidato ideale del partito Social Democratico brasiliano per le presidenziali del 2010. Serra rappresenta la borghesia e la classe media brasiliana. Lo sviluppo della borghesia e la diminuzione della disuguaglianza di classe caratterizzano il cambiamento sociale ed economico del Brasile dell’ultimo decennio. In questo scenario di un paese rinnovato e destinato a diventare protagonista di una ancora più concreta crescita economica, tra le più notevoli a livello globale, Josè Serra si propone come alternativa credibile al lulismo. Serra rappresenta l’alternativa di centrodestra alla continuità del governo di sinistra del “Partido dos Trabalhadores” pur essendo un uomo con forte convinzioni di sinistra. Questa sua nuova posizione politica è dovuta sia alla scelta del PSDB di spostarsi sempre più a destra per fare opposizione al governo Lula, sia perchè il partito alleato nell’elezione è il Dem liberale di destra. Inoltre la coalizione di governo monopolizza tutti i partiti della s inistra. Stavolta le elezioni decreteranno il successore di Luis Inácio “Lula” da Silva, che dopo due mandati consecutivi non può più ripresentarsi, nel rispetto dei dettami della costituzione. Il voto in Brasile è senz’ombra di dubbio l’evento politico più importante del 2010 per il Sudamerica. Serra è il candidato di centrodestra del partito Social Democratico ed, escludendo i candidati minori, la sua rivale è Dilma Rousseff della coalizione di centro-sinistra, sostenuta dal “Partito dei lavoratori”. La campagna elettorale si svolge senza esclusione di colpi e Serra attacca più volte la Rousseff. Secondo l’esponente socialdemocratico, infatti, il governo attuale si sarebbe servito delle istituzioni per creare un sistema di potere a vantaggio esclusivo del “Partito dei lavoratori”, mentre il PSDB si muoverebbe in ottica dell’interesse generale della nazione. Il suo motto per le presidenziali e’ “Il Brasile puo’ fare di piu'” e in campagna elettorale promette di ampliare le politiche sociali portate avanti da Lula, di migliorare l’istruzione pubblica e di dare impulso alla produzione industriale. Tutte promesse che, stando ai sondaggi della vigilia, non gli sarebbero bastate a evitargli la sconfitta. La sfida elettorale finisce al ballottaggio non essendo riusciti, Rousseff e Serra, ad arrivare al 50% dei consensi. La candidata Rousseff, appoggiata dal presidente uscente Lula viene eletta nuovo presidente del Brasile.
Parla a voce bassa, riflette sempre, prendendosi della pause ben dissimulate dalla finta ricerca dei vocaboli in italiano, quest’uomo che in Brasile è passato alla storia, quando ricoprí il ruolo di Ministro della Salute, per avere imposto con grande autorevolezza e non senza resistenze una delle leggi “antifumo” piú rigorose dell’America latina: “Si, fu un grande successo” – annuisce Serra – “non è stato facile, ma si trattava di una grande battaglia di civiltà”.
Della genía calabrese si riconosce “il sangue caldo e la testa dura, caratteristiche che ho anche trasmesso ai miei figli”.
Quella Calabria che lui, anche attraverso strill.it, segue nelle sue giornate sempre piú difficili, ma per la quale offre anche una chiave di lettura nuova: “Beh” -scuote la testa Serra – “io negli ultimi anni ci sono andato spesso, capisco che ci siano molti problemi, ma dobbiamo intenderci sul livello al quale ci confrontiamo. Intendo dire” – prosegue Serra – “che nella comunicazione mondiale si è esagerato nel presentare il territorio in un certo modo, qui qualcuno la aveva paragonata addirittura al nostro nordest, ma io ho trovato sempre una regione sviluppata, certo con molti problemi ma ben sviluppata. Io sono al 75% calabrese” – continua – e posso affermare che l’essere testadura dei Calabresi nasce dalla necessità di affrontare avversità di ogni genere, credo che si sia verificata una sorta di selezione genetica.
In Brasile è appena cominciato l’anno dedicato ai rapporti con l’Italia e saranno numerose anche le iniziative che riguarderanno la Calabria.
Una Calabria alla quale Serra guarda sempre “con la massima attenzione, perchè in essa in qualche modo rivedo la storia del Brasile stesso, entrambe hanno margini di crescita pressocchè infiniti”.
Ci accompagna alla porta con grande cordialità e ci da appuntamento a prossime occasioni e “in una di queste saró Presidente”.
No, non ha deposto le armi, ci pensa ancora, altrimenti che Calabrese sarebbe…?
Ci segue con lo sguardo fino a quando il traffico infernale di Sao Paulo non ci inghiotte.




