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    Storie di calabresi lontani da casa – Raffaella Bertucci

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    Raffaella Bertucci nasce nel 1963. La famiglia è di Reggio Calabria, il papà è ufficiale dei Carabinieri. Gli “scambi” della vita la portano in Veneto,

    sino a quando la magia degli Usa non la “rapisce” e decide di trasferirsi per realizzare i suoi sogni in quella terra tanto bella quanto lontana. Dopo la laurea nel 1990 all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, inizia a lavorare come ricercatrice freelance per una ricerca a livello nazionale sullo stato dei piani regionali per la tutela del paesaggio e dei beni storici. Sin da bambina però, la sua passione è la ricerca. La affascina tutto ciò che disconosce l’uomo, quell’infinita universo della natura in cui si vive senza conoscerlo mai abbastanza. I libri diventano i suoi compagni di vita e sono propri gli accurati studi a spingerla a preparare la tesi sull’elaborazione di un sistema obiettivo di misurazione dei panorami, così da poterne proteggere le caratteristiche, come l’angolo di profondità, l’angolo di apertura, ecc.

     

    L’idea è interessante, tant’è che un paio di riviste universitarie in Europa decidono di pubblicarne un estratto ed un articolo viene anche pubblicato in un libro. Fra il 1990 ed il 1994 Raffaella partecipa all’organizzazione di un congresso internazionale sull’ambiente, un rilievo dei beni storici in Sicilia e uno scambio studentesco fra le Università di Architettura di Venezia e una in San Francisco.
    Continua a studiare per superare, nel 1992, gli Esami di Stato  per Architetto ed iscriversi all’ Albo degli Architetti.
    Un primo passo per la realizzazione della sua più grande aspirazione è stato fatto, ma la strada da percorrere è ancora molto lunga e ripida.
    Raffaella continua ad aggiornarsi, ad approfondire i suoi studi ma nonostante le varie ricerche e pubblicazioni, non riesce mai a vincere un concorso per Dottorato di Ricerca.
    Durante la visita al College di San Francisco decide di rispondere ad alcuni annunci sui giornali per posizioni di architetto.
    Le aziende cercano persone a tempo pieno, ma Raffaella manda il suo curriculum vitae dicendo che era interessata ad un lavoro temporaneo e come internship (non remunerata). Una compagnia la chiama e, dopo il colloquio, le chiedono di andare per un paio di settimane. La compagnia è grande: lavorano in un grande palazzo circa 80 persone distribuite su 2 piani.
    “La cosa che mi colpì di più – dice Raffaella – fu l’enorme cucina. Qualche tempo dopo capii il motivo: la maggior parte degli impiegati si portava il pranzo da casa e lo riscaldava lì, però si poteva utilizzare l’angolo cottura anche per pranzi o cene di ufficio. Ogni occasione era buona per fare comunella ed innalzare il morale della truppa: questo però, lo avrei imparato dopo. Un’altra cosa che mi colpì furono le foto della gita di ufficio sulla spiaggia dove gli impiegati facevano solitamente il concorso del castello di sabbia più bello. Nelle foto c’erano gli architetti dell’ufficio, giovani e anziani accompagnati dalle mogli, fidanzate, bambini. In Italia tutto questo è fantascienza”.
    I soldi scarseggiano, il lavoro non è una certezza per Raffaella e le preoccupazioni aumentano. Un giorno un architetto di origine cinese offre alla giovane ospitalità per rimanere ancora lì e lei non si lascia scappare l’opportunità di restare un altro po’ di tempo in quella magnifica città.
    Raffaella spera ancora in un’assunzione a tempo indeterminato. Ma alla fine delle due settimane lavorative, l’azienda le comunica che non possono assumerla perchè il progetto al quale stava lavorando non era andato in porto.
    “Effettivamente a quei tempi potevo offrire poco – dice Raffaella – Non sapevo disegnare al computer, non conoscevo i termini tecnici e disconoscevo le tecniche di costruzione statunitensi: completamente differenti da quelle italiane. Decisi di ritornare in Italia e con tanta delusione e un po’ di rabbia, salii sull’aereo per rientrare a casa e l’unica cosa che seppi fare, era piangere. Ormai l’aquila (americana) mi aveva rapita. Era come se finalmente avessi avuto la possibilità di respirare e dover ritornare sott’acqua: mi sentivo soffocare. I mesi seguenti caddi in depressione”.
    Per Raffaella sembra tutto davvero finito: i suoi sogni spezzati, la sua vita al bivio. Ma alcuni mesi dopo, la giovane inizia a lavorare all’università e qui incontra un architetto di origine italiana, laureato negli USA e che, per pura passione, voleva laurearsi in Italia.
    “Non mi sembrava vero. Aveva bisogno di aiuto per un progetto e si offrì di ospitarmi a New York City dove viveva con la sua famiglia. Durante il soggiorno newyorkese – ricorda Raffaella – ho spedito il mio resumè a tutti gli studi di architettura che mettevano gli annunci sul NY Times della domenica, fino a quando, attraverso un contatto, sono stata chiamata da un’importante studio tecnico”.
    Da allora, era il 1994, e sino al 1998, Raffaella lavora in vari uffici di Manhattan e tra un impegno e l’altro, studia per fare l’esame ed entrare nell’albo degli architetti (Licensed and Registered Architect) nello Stato di New York.
    Con dedizione riesce nel suo intento nel 1998.
    Per Raffaella era iniziata una nuova vita, gran parte dei suoi sogni li stava realizzando ma ne manca ancora uno davvero importante. Il matrimonio.
    Si innamora di un ragazzo e con lui decide di intraprendere una nuova vita affettiva e lavorativa mettendosi in proprio. Oggi Raffaella ha uno studio in Glen Cove, NY, e si occupa di lavori pubblici. E’ felice di aver lottato e pianto per quella sua vita tanto desiderata, per i suoi sogni che sin da bambina l’hanno cullata, per quella città che oggi è diventata la sua terra, la sua casa, il suo amore.