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    Storie di calabresi lontani da casa – Lucia Grillo

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    di Grazia Candido *-
    Nasce a New York ma le sue origini sono rigorosamente calabresi. E’ un’attrice, regista, produttrice di lavori cinematografici e televisivi, docente

    di recitazione e cinema e con le sue sole forze e quel pizzico di fortuna che non guasta, è riuscita a farsi spazio tra le fila del mondo cinematografico. Lucia Grillo è figlia di calabresi (la mamma e il padre sono di Francavilla Angitola, Vibo Valentia) e pur avendo girato il mondo e scelto di tornare a vivere nella Grande Mela, porta sempre con sé il calore e le tradizioni del suo Meridione. Fa continue ricerche e studia approfondendo le origini di quella Calabria, sempre presente nei suoi film, che ha dato i natali ai suoi genitori.
    Come era da bambina e quale era il suo sogno che voleva assolutamente realizzare?
    “Da bambina ero timidissima, dolce, socievole ma preferivo immergermi in un libro o scoprire la natura. Per esempio, amavo studiare le formiche per ore e ore. Già da piccola ero cosciente della condizione umana, notavo la differenza di come venivano trattate le persone di diverse etnie. In quinta elementare, sono stata inserita in un programma studio dove leggevamo libri tipo “La fattoria degli animali” di George Orwell e iniziai a pensare criticamente, a “leggere” criticamente il mondo, la società. Un modo di pensare che ancora ora oggi, cerco di approfondire. A dodici anni sono diventata vegetariana (ora vegetaliana) e tutta la mia famiglia ha imparato a cucinare i piatti tipici calabresi senza alcuni derivati animali. Sognavo sempre di fare qualcosa di “grande”, di cambiare il mondo sia con mio lavoro creativo che personalmente”.
    Quando ha scoperto la passione per il cinema e perché ha scelto di ritornare a New York?
    “Ho cominciato a fare teatro da bambina e il mio primo spettacolo fu “Cappuccetto rosso” in italiano. A quindici anni mi sono iscritta alla Lee Strasberg Theatre Institute dove hanno studiato attori come Marilyn Monroe, James Dean, Al Pacino, Robert De, Jane Fonda, Anne Bancroft, Estelle Parsons e Shelley Winters. Poi, quando mi sono iscritta alla “Tisch School of the Arts” della New York University (dove ha studiato anche Martin Scorsese) per la laurea in Teatro, mi è stato offerto un ruolo in un film, e da lì è sbocciato l’amore per il cinema. Ma non ho mai rinunciato al teatro infatti, sono tornata a New York perché mi mancavano le miei radici teatrali newyorkesi”.
    luciagrilloIl fuoco per il teatro e il cinema l’ha travolta.  La ricordiamo come attrice nel film diretto da Spike Lee, “Summer of Sam”. Come è stato lavorare con il regista?
    “È stata un’esperienza bellissima quel film. Tutti sono stati gentilissimi da John Leguizamo con il quale ho scherzato durante delle scene un po’ più stressanti da girare; alla Mira Sorvino che è stata proprio graziosa. Spike Lee si fida dei suoi attori e così rende il lavoro divertente e facile. È stato generosissimo nel darmi il ruolo principale in una pubblicità controversa per la Finlandia: una donna si “confessa” ad un prete che, a sua volta, confessa il suo amore per la vodka. Lo spot è stato mandato in onda in Europa”.
    Mi parli sinteticamente dei suoi lavori “A pena do pana” e “Ad Ipponion”. Come mai ha voluto ambientare il suo primo lungometraggio tra la Calabria e New York?
    “Il primo “A pena do pana” è basato su un evento successo a mia madre quando aveva nove anni e ho riflettuto sulla povertà, sul capitalismo e sulla religione. Il corto ha avuto un grande successo, è stato premiato al RIFF, trasmesso su “La 7” ed oggi è studiato nelle università americane. Il terzo corto (secondo della serie “calabrese”) “Ad Ipponion” è un’ode ironica e triste alla Calabria, parla della marginalizzazione della gioventù calabrese contemporanea e della corruzione che uccide sia le persone che lo spirito umano. Il titolo è preso dalla poesia eponima di Enrico Pasquale Murmura. Questo corto fece parte del Cannes Film Festival Short Film Corner ed è disponibile un DVD su www.amazon.com (con spedizione internazionale dagli Usa). Il lungometraggio attualmente in fase di sviluppo “’Na calma tigrata” mi ha riportato in Italia per fare ricerca. Volevo raccontare la mia esperienza per scoprire la Calabria. Fortunatamente, ho conosciuto persone che mi hanno mostrato la Calabria come dovrebbe essere sempre: produttiva, creativa, riflessiva, espressiva. La protagonista di “’Na calma tigrata” – che lavora con i giovani emarginati – cerca di mostrare ad un ragazzo che lavora per la ‘ndrangheta, delle altre vie,  lontane dalla malavita, e quindi cambiare qualcosa per la prossima generazione”.

    luciagrillo1La Calabria è una terra che sforna tanti talenti, veri professionisti, ma poi per mancanza di opportunità queste risorse sono costrette ad andar via? E’ stato così anche per Lei?
    “Ci sono tanti talenti che sono rimasti. Io non sono nata in Calabria, quindi non sono andata via. Tante persone sono state costrette ad emigrare non per mancanza di opportunità ma per presenza di criminalità nata dall’avidità capitalistica. Non sarei riuscita a vivere in Calabria perché manca la voglia di cambiare da parte di chi sta al potere. Ho parlato tante volte con chi avrebbe potuto fare, costruire e non ha voluto. Spero che le cose siano cambiate al livello più “alto”: ora che Wim Wenders ed altri hanno aperto la strada, c’è più attenzione per noi filmmakers indipendenti che possiamo diffondere la cultura oltre la Calabria”.
    Come ha vissuto l’emigrazione dei suoi genitori? Ha sofferto la lontananza dai suoi parenti?
    “Non ero ancora nata all’epoca della loro emigrazione ma i miei genitori mi hanno cresciuta parlando il dialetto, mi hanno trasmesso l’essere calabrese. Ho sofferto molto la lontananza e la sento ancora. Il mio legame più forte era mia nonna Maria Stella Caruso scomparsa pochi mesi fa. Non ho avuto la forza di andare a Francavilla per i suoi funerali perché l’Italia senza di lei ora non è più la stessa. Nel mio ruolo in “A pena do pana” interpreto lei, quella donna forte e moderna lasciata sola ad accudire i figli perché il marito fu costretto ad andare in guerra. La sofferenza e la mia gioia le esprimo nel mio documentario “Terra sogna terra”  dedicato a mio nonno Francesco Antonio Grillo scomparso all’età di 95 anni. Nel film, canta un brano in dialetto che fece in una romantica serenata a mia nonna Maria Teresa Simonetti”.

    luciagrillo2Lei parla della vita degli emigrati, delle difficoltà che hanno dovuto affrontare e di quello stato di sopravvivenza al quale si devono adattare. Un’opera filmica, secondo Lei, può essere di aiuto per superare la “condizione” di emigrato all’estero?
    “Secondo me un film può solo informare. La cosa che conta è quello che noi decidiamo di fare o non fare con queste informazioni. Se non facciamo sentire le nostre voci, siamo complici”.
    Stati Uniti e Italia sono due nazioni che l’hanno accolta, “cullata”, amata e ancora oggi, la contendono. Se avesse una macchina del tempo cosa toglierebbe da questa vita italo-americana?
    “Toglierei l’assurda presenza dei confini dei paesi. Ma andando ancora più a ritroso nel tempo, eliminerei l’esistenza della proprietà di beni così l’umanità non vivrebbe la condizione di emigrazioni involontarie”.
    Nei suoi lavori filmici sono presenti location calabresi, tradizioni, la lingua del Sud. Un cordone ombelicale che Lei non vuole assolutamente tagliare.
    “Penso sempre alla Calabria e mi fa male stare lontano per troppo tempo. Voglio conservare la lingua e le location antiche che stanno crollando. Per questo ho scritto la sceneggiatura di “‘Na calma tigrata” con la protagonista italoamer
    icana che torna in Calabria determinata a cambiare le cose e creare un futuro diverso per le nuove generazioni”.

    *Si ringrazia per la gentile concessione delle foto: “Summer of “Sam” ©Touchstone Pictures, Paolo Callipari, Ted Gorodetzky