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    Storie di calabresi lontani da casa – Frank Ferrante

    ferrantefrank
    C’è una Calabria che non va via.
    C’è una Calabria che ti resta dentro; meglio, che ti resta nel sangue. Quel sangue che, in senso

    figurato e non, ci portiamo appresso col nostro patrimonio genetico e che, volenti o nolenti, riemerge prepotente, furioso, quando meno te lo aspetti, quando le radici paiono lontane, nel tempo e nello spazio, ad un passo dall’oblio.

    La storia di Francesco Ferrante junior, per l’anagrafe statunitense Frank Ferrante, avvocato di successo con studio nel cuore di Manhattan, va raccontata.

    Va raccontata perché racchiude un mondo, un modo di essere prima ancora che di pensare, di agire; in sè assomma l’unità di una famiglia, tenuta assieme da valori condivisi e che, nel tempo, ben lungi dall’annacquarsi, rivivono animati da una linfa nuova che riporta in bocca sapori antichi, mai completamente dimenticati, né messi da parte.

    Sul finire degli anni ’50 a Reggio Calabria Francesco Ferrante (senjor, anche se in quel periodo non aveva omonimi, e nemmeno una famiglia sua, se non quella di provenienza)  è un commerciante, potremmo dire un piccolo imprenditore nel settore della piccola ristorazione. Ha il bar, al quale poi si aggiunge anche il distributore di carburante, sulla strada che collega Reggio a Gambarie d’Aspromonte. E’ giovane, ha solo 22 anni, non ha particolari problemi economici, ma il pallino degli affari non lo lascia mai. Allora scommette tutto su un numero, quello di sé stesso, e prova a fare il salto. Va in America a cercare il “bisiniss”, quello vero, quello grande.

    Da Reggio Calabria sbarca in Ohio e sviluppa i suoi affari creando nuove attività commerciali, tutte nel settore della ristorazione che ben presto generano una serie di investimenti nel settore immobiliare.

    Lì conosce Caterina Codispoti, da S.Andrea del Jonio, un centro sulla costa jonica, a pochi chilometri dal punto dove la provincia di Catanzaro cede spazio a quella di Reggio.

    La storia di Caterina e della sua famiglia è un po’ diversa da quella di Francesco; loro sono emigrati per necessità unitamente, addirittura, a buona parte del paese. Si sposa giovane e poco dopo la metà degli anni sessanta, al ritmo di un figlio all’anno, la famiglia Ferrante si arricchisce di 4 eredi, tutti maschi: Antonio (che l’anagrafe americana trasforma in Anthony), Francesco junior (diventato Frank), Bruno (sul quale nulla può il sistema a stelle e strisce) e Domenico (divenuto Dominique).

    In casa Ferrante si parla rigorosamente l’italiano puro e ciò, ancora in modo inconsapevole, rappresenta una carta in più che Frank si giocherà più avanti, nella vita: “Si, in famiglia parlavamo tutti l’italiano” – conferma Frank – “e questo non è un caso comune, perché molte famiglie di emigrati si sentivano comunque in obbligo di abbandonare, in qualche modo, le proprie origini. E oggi, per me, questo è anche un  modo per onorare una sorta di eredità dei miei genitori”.

    Frank cresce e, per uno strano mix di coincidenze e sensibilità caratteriale, è il più legato a quella terra, la Calabria con la quale, in definitiva, lui non ha rapporti diretti: “Da sempre” – racconta Ferrante jr – “ho avvertito fortissimo questo legame; ogni opportunità era buona per andare lì; un transfert che per me, quasi inspiegabilmente, non è mai stato un ‘andare’, quanto, piuttosto, un ‘tornare’. Volevo addirittura studiare lì…”

    E questo strano “elastico” che lo lega all’Italia si manifesta anche nel percorso di studi universitari.

    La scelta cade sul filone umanistico, su giurisprudenza e, addirittura, in ossequio alla sua testardaggine che lo riporta sempre più spesso a crogiolarsi sul pensiero di quella che lui considera casa, la Calabria, il primo anno di ateneo lo vede iscritto alla facoltà di giurisprudenza di Messina. I restanti anni universitari, però, Frank Ferrante li vive all’Università di Washington e, poi, per la specializzazione, torna in Ohio: il primo anno lì, poi varca a ritroso – ancora – l’Oceano fino a raggiungere Milano per il secondo anno e, infine, torna in Ohio per il terzo.

    “Appena terminato il ciclo di studi” – ricorda Frank – “andai immediatamente a New York, il mio futuro sarebbe stato là, anche se con il cuore che ancora batteva per la Calabria. Volevo lavorare nel settore delle intermediazioni, che avessero a che fare principalmente con l’Italia; una sorta di via di mezzo tra Usa e Italia”.

    E’ il 1994 e Frank ha soli 26 anni. La sorte e la coincidenza di caratteristiche lo aiutano, al pari della sua intraprendenza e del suo brillante curriculum. Frank lo presenta, lo spedisce, telefona. Insomma, si spende.

    La chiamata giusta non tarda ad arrivare e così entra in un grosso studio legale che opera tra Italia e Usa, prevalentemente nel campo dei diritti degli artisti e dello spettacolo, in genere.

    Diritto societario, diritti dell’immigrazione fanno in fretta a diventare il suo pane quotidiano, al pari di una certa confidenza con clienti del calibro di Tornatore, Mike Bongiorno, Paciotti, Cavalli, Rai.

    Dopo qualche anno il titolare dello studio lascia tutto nelle sue mani ed oggi nel cuore di Manhattan l’avvocato Frank Ferrante ha il suo studio legale: “Oggi siamo sei avvocati e quattro collaboratori” – spiega Ferrante – “a gestire uno studio che amo definire una boutique, uno studio piccolo che offre servizi di alto livello grazie alle specializzazioni più diverse e complementari di chi ci lavora. La cosa, però, che più di altre mi piace sottolineare” – rimarca Ferrante – “è che noi siamo parte delle aziende per le quali lavoriamo. Noi siamo parte del loro team”.

    La sua formazione è tutta statunitense, nonostante il “sentire” che si porta dentro, nell’anima, quello che gli sussurra nell’orecchio parole in calabrese. “Io mi sento molto più calabrese che americano “ – specifica Frank – “ma non rinnego nulla della mia formazione a stelle e strisce. Qui sono cresciuto, mi sono formato e, soprattutto, adoro il modo di lavorare di New York, veloce e pratico. In Italia” – dice scuotendo la testa – “i tempi della burocrazia rallentano ogni cosa e questo è fatale. Certo” – rimarca ancora cambiando umore in un batter di ciglia – “il carattere, i gusti, la cultura sono tutti calabresi. Quando sono in Calabria” – aggiunge Frank regalandoci un’immagine straordinaria – “e vedo qualcuno che mi somiglia nei tratti, nei colori…beh, ne sono fiero!”.

    L’avvocato Frank non si ferma al diritto, pèrò; da qualche anno è il distributore esclusivo per il Sudamerica di una notissima marca di cucine, la Valcucine. “Anche questa parte della mia attività” – spiega Ferrante – “è nata per caso; alcuni miei clienti, 8 anni fa, mi proposero questa cosa ed oggi le cose vanno benissimo pure su quel fronte, abbiamo anche aperto uno show room a San Paulo.

    “Tra le altre cose” – rimarca Frank – “gli interessi italiani in Brasile sono sempre più robusti ed il mio futuro vorrei che mi consentisse di curare sempre di più questo business in Sud America, che, per me, in qualche modo, è la sintesi perfetta delle mie caratteristiche che hanno unito e mescolato la testa dura del calabrese alla voglia di scoprire il mondo del newyorchese. L’ultima parte della mia vita” – conclude Frank – “la immagino a rilassarmi, a godermi i panorami, gli odori, i colori della natura. In Calabria, naturalmente…”