
di Anna Foti – Tra le nuvole e i sassi, come hanno cantato gli artisti per l’Abruzzo, nella città de L’Aquila, i cui centro e provincia sono stati devastati dal terremoto di magnitudo 6 della scala Richter ad aprile, nei giorni scorsi la Scuola Sottufficiali della Guardia di
Finanza ha ospitato il G8. Tutto intorno ancora migliaia di persone che piangono cari che non ci sono più e persone che vivono in tenda. Circa trecento vittime, molti giovani e bambini, un migliaio di feriti. Interi paesi devastati, patrimonio storico, artistico culturale annientato, migliaia di edifici distrutti, decine di migliaia di sfollati. La presenza dello Stato nella vita delle persone colpite da questo drammatico evento, simbolicamente attestata dalla scelta di svolgere lì il vertice di rilevanza internazionale più atteso, in cui i governi dei grandi della terra, i capi di Stato degli otto paesi più industrializzati del mondo, si sono incontrati per affrontare temi caldi, quali il clima, la crisi economica, la sicurezza alimentare, l’accesso all’acqua. Ma forse i simboli non bastano! Dopo otto anni il forum degli otto Governi più ricchi, torna ad essere ospitato in Italia con Berlusconi presidente dell’assemblea nel 2009. I rappresentanti dei governi di Stati Uniti, Canada, Giappone, Francia, Russia, Germania e Regno Unito di nuovo in Italia, otto anni dopo il G8 di Genova, una della pagine più oscure e terribili della storia del nostro paese, in cui la democrazia venne sospesa e ogni abuso legittimato.
Cinquecento milioni di euro spesi per l’organizzazione e la sicurezza di Presidenti e First ladies nel capoluogo abruzzese ancora non libero dal pericolo di scosse, a fronte dei poco più di 21 milioni di euro stanziati per l’anno dallo stesso governo italiano per contrastare la povertà e la fame nel mondo. Le polemiche non mancano, dato che uno dei temi del vertice è stato proprio quella della sicurezza alimentare.
Ma visto che i simboli non bastano, veniamo alle somme stanziate per restituire la casa e un futuro agli abruzzesi. Disponibili per il biennio 2009/2010 meno di due miliardi (1 miliardo e settecento milioni di euro) degli otto miliardi stanziati con decreto lo scorso aprile per l’Abruzzo, di cui un miliardo e 152 milioni di euro, che diventano 5,8 spalmati in venti anni, per la sola emergenza e 6,5 miliardi per la ricostruzione di edifici e case (cd. Piano Casa). Poi altre misure come il recupero del credito di imposta per le aziende e agevolazioni fiscali varie. Tutto ciò per i comuni più danneggiati. E per gli altri? Alla fine di giugno la notizia dello stanziamento di 4 miliardi di euro licenziati dal CIPE e di 226 milioni di euro solo per l’edilizia scolastica. Ovviamente, anche in questo caso, le polemiche non mancano. Gli stessi cittadini abruzzesi sanno che il loro destino è appeso alla serietà del nostro governo che, parate a parte, ha promesso che “presto” la loro quotidianità tornerà ad svolgersi nelle case e non più nelle tende. Per quanto simbolico il vertice a L’Aquila, quanti soldi avrebbero potuto essere risparmiati per essere investiti per la ricostruzione invece e che per la sicurezza dei potenti del mondo nel capoluogo abruzzese solo tre mesi dopo un sisma infernale?
Mentre si susseguono gli incontri e i controlli per lo smaltimento dei rifiuti e le infiltrazioni mafiose nei lavori di ricostruzione, anche durante il vertice, la gente sente più vicini i volontari della Protezione Civile dei Vigili del Fuoco di quanto non senta i Ministri e le Istituzioni. Nonostante il G8. Anzì forse soprattutto per l’impegno profuso in queste settimane per l’accoglienza dei grandi della terra piuttosto che per la ricostruzione. Intanto l’estate avanza e nelle tende l’afa non concede tregua. Eppure il G8 è stato definito un successo (!), mentre L’Aquila porta ancora segni vivi del sisma che l’ha scossa lo scorso aprile. Ancora quei segni sono visibili, come lo sono in Irpinia dove nel novembre del 1980 morirono quasi tremila persone. Si aggira lo spettro delle baracche messinesi ancora presenti da quando il sisma nel 1908 devastò le città dello Stretto (Messina e Reggio Calabria).
Ma il G8 del 2009 ha assunto delle connotazioni particolari anche per i temi principali cui è stato dedicato ossia il clima, il commercio, la sicurezza alimentare e l’accesso all’acqua, la crisi economica che hanno fatto crescere il forum da 8 stati a 14 includendo anche il G5, forum dei cinque paesi la cui economia è in via di sviluppo (Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica) con l’aggiunta dell’Egitto. Presenti anche Australia, Corea del Sud, Indonesia, Danimarca, Paesi Bassi, Spagna, Turchia, Algeria, Angola, Etiopia, Libia, Senegal, Nigeria. Un allargamento dei lavori che ha trascinato con sé dubbi e perplessità e che ha anche pregiudicato qualche risultato. Ad esempio in materia di clima, prima dell’apertura dei lavori del Forum delle Maggiori Economie (MEF= G8+G5), la Cina aveva già annunciato che non si sarebbe sentita vincolata all’accordo per la riduzione dei gas serra del 50% entro il 2050 (con un impegno di riduzione dell’80% per i paesi industrializzati). Sì al contenimento al di sotto dei due gradi di aumento della temperatura del pianeta. No alla riduzione di emissione di CO2. Nessun accordo, invece, sulla riduzione dei gas nocivi. Forse rinviato al G 20 di Pittsburg del prossimo settembre. Avviata poi una partnership globale per l’investimento nel campo della ricerca energetica, dell’energia solare. Non si abbandona il carbone per cui si investirà per lo stoccaggio e la cattura, nonostante la sua portata inquinante. Sugli altri fronti, lo slogan People first! (Le persone prima di tutto) ha permeato le dichiarazioni congiunte che contemplano l’apertura dei mercati mondiali per superare la crisi e la mobilitazione di 20 miliardi di dollari in 3 anni per sostenere lo sviluppo rurale nei paesi poveri.
Presente Gheddafi, come già annunciato a giugno da Berlusconi, in qualità di presidente dell’Unione Africana. Questa volta la tenda del leader libico a L’Aquila è apparsa molto meno bizzarra che nel centro di Roma. L’Aquila, purtroppo, ancora soffre gli effetti del sisma.
OTTO ANNI DOPO GENOVA – Le polemiche che hanno anche preceduto il G 8 a L’Aquila hanno anche riguardato la nuova sospensione dei diritti in nome della sicurezza. Certamente non paragonabile a quella degli scontri di Genova otto anni fa. Congelata la libertà di circolazione in Europa e il trattato di Schengen; sospesi i diritti di numerose decine di persone indagate, magari anche prosciolte, per i fatti Genova. La Corte di Strasburgo è stata già interpellata. Il G8 svoltosi a Genova nel luglio del 2001 ancora brucia per quanti non dimenticano gli abusi subiti in quei giorni di assoluta follia in cui la democrazia è stata calpestata, in cui diritto di manifestare è stato violentemente represso e in cui gli agenti delle forze dell’ordine si sono scontrati sanguinosamente con i gruppi di contestatori. Per quanti non dimenticano la propria città distrutta. Per quanti hanno visto un velo di oblio coprire quei fatti adombrati, sette settimane dopo, dall’11 settembre. I contestatori erano gruppi vicini ai centri sociali italiani, anarchici, gruppi legati ad organizzazioni di destra. Dunque non solo black block. Già prima del vertice esisteva un fascicolo che descriveva la protesta anti – G8 per l’impronta neoliberista che assumeva l’economia dopo quel vertice. Una protesta contro il capitalismo globale. Che il clima sarebbe stato di contestazione era noto, come era noto che la città di Genova non fosse esattamente l’ideale per la gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico. Allora perché tale violenza non è stata prevenuta? Perchè si è registrata una assoluta impreparazione alla gestione di quello che poi si è tramutato in un inferno? Perchè la caserma di Bolzaneto, pronta per i gruppi di contestatori, si è vista inondata da centinaia di fermati solo dal 20 luglio? Perchè la gestione dei disordini ha avuto il sopravvento solo allora, nonostante le segnalazioni? Sui fatti del G8 di Genova non è stata detta tutta la verità! Ma chi poteva volere che a Genova finisse in quel modo e perchè?
La più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale, così è stata definita da Amnesty International che nel 2002 ha chiesto l’istituzione di una commissione di inchiesta ad hoc. La richiesta non è mai stata accolta.
Circa 250 procedimenti avviati a seguito di denunce per abusi commessi da agenti delle forze dell’ordine, di cui una sessantina archiviati per impossibilità di identificare l’aggressore. Pendenti numerosi procedimenti per devastazione e saccheggio a carico di manifestanti e per lesioni e abusi a carico delle forze dell’ordine. Il G8 di Genova ha ancora diverse ferite aperte. Voragini nella vita di molti. La morte del giovane Carlo Giuliani in piazza Alimonda, il proscioglimento del carabiniere Mario Placanica per uso legittimo di armi e il suo congedo assoluto dall’arma per il trauma che avrebbe subito. 24 i manifestanti del cosiddetto blocco nero condannati nel 2007 per devastazione e saccheggio, 13 per danneggiamento, 1 per lesione, con derubricazione della resistenza al pubblico ufficiale in ragione della condotta arbitraria degli stessi pubblici ufficiali. Le vergogne nella scuola “Diaz”, trasformatasi da dormitorio in luogo di terrore dopo l’irruzione della polizia, le 13 condanne per funzionari di minore rilievo delle forze di Polizia e le 16 assoluzioni intervenute nel novembre 2008. I pestaggi ai danni delle persone dei fermati (oltre duecento) presso la caserma Bolzaneto, vittime di violenza fisica e psicologica da parte delle forze dell’ordine e poi rilasciati per insussistenza delle accuse. Nel luglio 2008 il processo di primo grado si è chiuso con 15 condanne tra i cinque mesi e i cinque anni di reclusione, con un risarcimento di 4 milioni di euro alle parti civili, e con trenta assoluzioni. Un processo che non ha soddisfatto la pubblica accusa e non solo per il dato di facile analisi per cui da una richiesta di condanna per 45 imputati è stata accolta solo per 15. I PM hanno avuto modo, drammaticamente in questa occasione, di rilevare che nel codice penale italiano non vi è lo specifico reato di tortura che invece, per i fatti accaduti dentro la caserma Bolzaneto sarebbe stato quello perfettamente configurabile, non appalesandosi pienamente calzante il capo di imputazione dell’abuso di ufficio, lesioni, percosse, maltrattamenti con l’aggravante dei motivi futili e abietti, neanche riconosciuta. Secondo la pubblica accusa sarebbero state utilizzate delle tecniche di interrogatorio che già la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva definito trattamenti disumani e degradanti. Un vuoto normativo che pesa per una giustizia che i fatti di Genova ancora attendono insieme a Giuliano e Haidi Giuliani, in genitori della sola vittima di quell’inferno. Intanto la prescrizione e l’indulto del 2006 incombono sugli altri procedimenti ancora in corso. Nonostante nella sentenza del luglio 2008 si legga di atti di violenza provati ai danni dei manifestanti trattenuti nella caserma Bolzaneto, molti dei quali provenivano dalla scuola “Diaz” – avrebbero subito lunghe attese prima di essere interrogati, sarebbero stati vittime di trattamenti degradanti, gravi lesioni, percosse, spruzzi di sostanze urticanti e insulti – nessuna crudeltà è stata tuttavia riconosciuta e sanzionata in sentenza. Perchè?




