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    Nelle mani della ‘ndrangheta e di faccendieri senza scrupoli lo smaltimento di rifiuti radioattivi

    rifiutiradio

    da www. italy.indimedia.org – Dieci avvisi di garanzia fanno riemergere dalle profondità degli abissi uno dei tanti misteri italiani: l’ipotesi di un patto scellerato tra ‘Ndrangheta, servizi segreti italiani e stranieri, massoneria e politica nazionale e internazionale

    finalizzato al traffico di rifiuti nocivi e di armi avvenuto tra gli anni Ottanta e Novanta.
    I destinatari del provvedimento sono due soggetti considerati esponenti della ‘Ndrangheta: Giuseppe Arcadi e Bruno Musitano e otto dirigenti del centro Enea di Rotondella, Basilicata: Giuseppe Orsenigo, Raffaele Simonetta, Bruno dello Vicario, Giuseppe Lapolla, Giuseppe Spagna, Giuseppe Lippolis e Tommaso Candelieri.
    A notificare l’iscrizione nel registro degli indagati il pm della DDA di Potenza Francesco Basentini che ha ereditato l’inchiesta dal procuratore Giuseppe Galante, da qualche mese destituito a causa del suo coinvolgimento nell’ormai nota operazione “Toghe Lucane”, e dalla sua sostituta Felicia Genovese trasferita per la stessa ragione.
    I capi di imputazione sono molteplici e vanno dalla produzione clandestina di plutonio (necessario per la produzione della bomba atomica) al traffico di sostanze radioattive in genere e di armi, alla violazione dei regolamenti relativi alla custodia di materiali e scorie radioattive.
    L’indagine ha origini lontane. Era stata avviata dall’allora procuratore di Matera Nicola Maria Pace, oggi procuratore a Trieste, ed era stata portata alla ribalta da un articolo dell’Espresso nel 2005. Il settimanale aveva pubblicato in esclusiva il memoriale che un pentito, Francesco Fonti, aveva inviato nel giugno dello stesso anno alla Direzione Nazionale Antimafia. Il contenuto è a dir poco inquietante. Delinea scenari da film d’azione ed è incredibilmente preciso e dettagliato. Forse troppo. Sulla credibilità di Fonti sono stati infatti avanzati molti dubbi. Prima di tutto perché non sono state riscontrate le sue dichiarazioni e poi per la sua carcerazione con Guido Garelli, coinvolto in reati dello stesso tipo, la cui cella era di fronte alla propria. Prima di allora infatti il collaboratore non aveva mai accennato ad un suo ruolo così diretto nel velenoso business dei rifiuti tossici, si era limitato a fornire elementi investigativi anche importanti ai magistrati della Dda calabrese impegnata sul fronte del contrasto ai clan della ‘Ndrangheta.
    Oggi, raggiunto dal giornalista Riccardo Bocca che curò il servizio due anni fa, Fonti spiega perché non sono state trovate le prove del suo dire.
    “Ho depistato. Ho portato la pm e i suoi collaboratori nei posti sbagliati”.
    Il pentito si sarebbe sentito preso in giro poiché il pm Genovese gli avrebbe ventilato l’ipotesi di poterlo inserire nel programma di protezione dopo che lo avevano scarcerato a causa di una grave malattia. Poi però non se ne fece niente.
    “Sono stato esposto a un pericolo incredibile. Allora ho dato un chiaro segnale: se non mi avessero rispettato, non avrei più detto una parola”.
    In verità, lo sollecita Bocca, vi è stato un altro sopralluogo vicino al torrente Vella in Basilicata ma anche in questo non è stato rinvenuto nulla.
    “La verità è un’altra – ha replicato Fonti.- Non si sono voluti trovare, quei fusti. A ciò che mi risulta ufficialmente, la Genovese ha interrotto le ricerche in attesa di avere i permessi per gli scavi dei proprietari delle terre.” Un’accusa che il pentito rincara con allusioni alla recente vicenda giudiziaria che ha coinvolto il magistrato.
    Ancora ombre dunque, ma anche qualche luce.
    Sentito dalla Commissione Bicamerale per il ciclo di rifiuti, il procuratore Pace ha spiegato di essere rimasto estremamente colpito da quanto contenuto nel memoriale di Fonti poiché “riproduce e si sovrappone, con una precisione addirittura impressionante agli esiti delle indagini che ho condotto proprio come procuratore a Matera, partendo dalla vicenda della Trisaia di Rotondella e proseguendo con la tematica dello smaltimento in mare di rifiuti radioattivi su cui investigai in collegamento con la Procura di Reggio Calabria”.
    Un passo alla volta, ricominciamo da capo.

    Il memoriale

    Nel 1982 Giuseppe Nirta era il potentissimo capo della cosca di San Luca. Rispettato e temuto era praticamente inarrivabile grazie ai suoi contatti romani con i servizi segreti, la massoneria e la politica. Tuttavia Fonti aveva una corsia preferenziale poiché imparentato con il boss tramite la madre. Ed è proprio grazie a questa vicinanza che il picciotto, allora solo uno “sgarro” della famiglia di San Luca, apprende che il business dei rifiuti avrebbe portato nelle casse dell’organizzazione quantità ingenti di denaro. E racconta: “Nirta mi spiegò che gli era stato proposto di stoccare bidoni di rifiuti tossici e occultarli in zone della Calabria da individuare. L’ipotesi ventilata a Roma era quella di sotterrarli in alcuni punti dell’Aspromonte e nelle fosse naturali marine che c’erano davanti alle coste ioniche della Calabria. Nirta però mi disse che non voleva prendersi da solo questa responsabilità e avrebbe quindi convocato i principali capi della ‘ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria per decidere cosa fare. Mi informò anche che sia la camorra napoletana che la mafia siciliana erano già state interpellate sullo smaltimento dei rifiuti e che avevano dato il loro benestare”.
    Seguirono quindi una serie di incontri tra i capi delle famiglie riunite per l’occasione nel tradizionale Santuario di Polsi al termine delle quali si decise di procedere con l’affare, ma ogni famiglia per sé e di cercare siti fuori dalla Calabria, soprattutto dall’Aspromonte, terra amata dai boss e luogo perfetto per i sequestri. Alla fine la scelta ricadde, per quanto riguarda l’Italia, sulla Basilicata, “terra di nessuno dal punto di vista della malavita”, per l’estero invece ci si rivolse alla mafia turca per avere qualche indicazione. Nirta incaricò il Fonti di occuparsi dell’aspetto organizzativo per conto della famiglia di San Luca.
    “Per questo venni inviato a Roma da Sebastiano Romeo il quale, nei mesi precedenti, era succeduto a Nirta come capo della famiglia di San Luca. Voleva che incontrassi l’avvocato Giorgio De Stefano, cugino del boss Paolo De Stefano della famiglia reggina e uomo con potenti agganci politici. Romeo mi disse che dovevo farmi indicare da lui in quali nazioni estere ci fossero entrature per smaltire i rifiuti tossici e radioattivi. De Stefano mi disse che il posto ideale era la Somalia, precisando che per questo sarebbe stato utile prendere contatti con i vertici del Partito socialista”.
    Quando riferì a Sebastiano le informazioni raccolte questi diede lo stabene, ma raccomandò di procedere con cautela. Infatti il primo “incarico” in questo settore non arrivò prima dell’ottobre del 1986 quando Domenico Musitano, capo dell’omonima famiglia di Platì, non lo contattò per comunicargli che: “c’erano da far sparire 600 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi”, e gli chiese se lui e la sua famiglia potessero interessarsi per le varie fasi di trasporto e collocazione. “Prima di tutto gli domandai quanto ci avremmo guadagnato e chi gli aveva prospettato questo lavoro. Mi spiegò che era stato avvicinato da uno dei dirigenti dell’Enea di Rotondella il quale stoccava in quel periodo rifiuti provenienti da Italia, Svizzera, Francia, Germania e Stati Uniti e che in quel preciso momento aveva l’esigenza di far sparire questi fusti che erano stati depositati in due capannoni dell’Enea stessa. Quanto ai soldi, avrei intascato 660 milioni per tutte le fasi dell’operazione. Per questo incontrai a Milano, in piazzale Loreto, Giuseppe Romeo, fratello di Sebastiano, il quale scese poi in Calabria per riferire. Dopo una settimana, ritornò a Milano e mi diede il via libera”. “Come appoggio”, spiega l’ex boss della ‘Ndrangheta, “Musitano mi diede la disponibilità del genero, Giuseppe Arcadi, il quale mi aiutò a trovare i camion e gli autisti per il trasporto dei rifiuti. Calcolammo che per 600 fusti ci sarebbero voluti circa 40 mezzi, i quali dovevano prelevare i bidoni dai capannoni a Rotondella, trasportarli nel porto di Livorno e caricarli su una nave che sarebbe partita per la Somalia. Sembrava tutto pronto”, scrive, “ma Musitano fu ucciso dalla ‘ndrangheta davanti al tribunale di Reggio Calabria, dove era stato convocato per un’udienza. Questo fermò momentaneamente il nostro lavoro, che però riprese a gennaio del 1987, perché lo stesso Musitano poco prima di morire mi aveva presentato Candelieri, col quale avevo stretto i primi accordi nel corso di un incontro a casa del Musitano stesso”.
    L’operazione avvenne nella notte tra il 10 e l’11 gennaio 1987. Avevano calcolato che nella stiva della nave prescelta che “si chiamava Lynx, di proprietà della società Fyord Tanker Shipping di Malta” ci sarebbero stati solo 500 bidoni, quindi i restanti 100 andavano smaltiti altrove. “Fu così che decidemmo di procedere con un doppio piano: 500 fusti sarebbero partiti per la Somalia, mentre i rimanenti 100 sarebbero stati nascosti in Basilicata. Per l’esattezza, diedi ordine che fossero trasportati e seppelliti nel comune di Pisticci, in località Coste della Cretagna, lungo l’argine del fiume Vella”.
    I camion carichi di rifiuti tossici partirono da Rotondella verso le due del mattino dirigendosi verso le due diverse destinazioni.
    “Le fatture con descrizioni false per imbarcare le scorie tossiche e radioattive – prosegue- erano state preparate da un commercialista di Milano, che mi era stato presentato dal commercialista Vito Roberto Palazzolo di Terrasini (oggi latitante) ed erano intestate alla International consulting office di Gibuti. La nave infatti partì da Livorno diretta a Gibuti, ma invece di attraccare raggiunse Mogadiscio. A quel punto, entrò in azione l’appoggio che avevo chiesto al segretario generale della Camera di commercio italo-somala, il quale aveva organizzato camion e manodopera per lo scarico dalla nave e il carico su camion”. Tutto il lavoro, racconta l’ex boss, “ci costò 260 milioni, che furono aggiunti al compenso. Quanto ai 660 milioni concordati, provenivano dal conto criptato “whisky” della Banca della Svizzera italiana di Lugano. La cifra era in dollari e io inviai 500 milioni di lire alla famiglia di San Luca”. L’affare andò talmente bene che Fonti non ebbe problemi ad organizzare un altro sbarco dello stesso tipo. Questa volta si dovevano trasportare altri mille bidoni stipati in 20 container lunghi 6 metri contenenti ossido di uranio, cesio e stronzio.
    “Per organizzare il tutto”, scrive ancora, “contattai Mirko Martini, che ho conosciuto alla fine del 1992. Il suo nome mi era stato fatto da Giuseppe Romeo, fratello del boss Sebastiano, che lo aveva conosciuto personalmente e mi aveva garantito essere la persona giusta per i nostri affari. Ho spiegato allo stesso Martini che dovevo trasportare rifiuti pericolosi in Somalia e avevo bisogno di appoggi nel porto. Lui mi ha risposto dicendomi letteralmente di essere intimo del presidente ad interim della Somalia Ali Mahdi, nonché uomo dei servizi segreti italiani e collegato a buon livello alla Cia americana, aggiungendo che per quanto riguardava la Somalia non c’era alcun problema per fare entrare qualsiasi cosa. Inoltre mi ha spiegato che aveva già in ballo un traffico di armi che doveva fare arrivare a Mogadiscio per conto di Ali Mahdi, e mi ha chiesto di procurargli quelle armi per realizzare un’unica spedizione con due navi che avrebbe recuperato lui stesso”.
    Non ebbe nessuna difficoltà Fonti, quale uomo di vertice dell’organizzazione mafiosa, a reperire kalshnnicov, munizioni e mitragliette Uzi e a preparare il viaggio che fece entrare nelle casse della cosca quasi 8 miliardi delle vecchie lire, al netto delle spese. La ‘ndrangheta aveva trovato una vena d’oro. Infatti, aggiunge, “in quel periodo il traffico dei rifiuti tossici e radioattivi era molto praticato. Diversi erano i faccendieri che con coperture varie svolgevano questo genere di attività per conto dei governi internazionali, i quali già negli anni Ottanta non sapevano dove piazzare queste enormi quantità di materiali pericolosi. Uno dei personaggi più importanti che mi è capitato di conoscere”, si legge ancora nel memoriale, “è stato l’ingegner Giorgio Comerio, il quale gestiva il progetto Odm (Oceanic disposal management), messo a punto dalla Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e poi da lui gestito in autonomia per sparare pattumiera radioattiva dentro missili sotto i fondali marini. Comerio si muoveva a livelli governativi internazionali, e le persone che contattava nei vari stati, europei e non, sapevano che aveva gli appoggi per mettere in pratica il suo studio sottomarino. Lui stesso mi raccontò che i fondali della Sierra Leone erano i migliori per la sua attività, in quanto non so perché accoglievano al meglio i suoi siluri con i rifiuti radioattivi”. Inizia con Comerio una collaborazione proficua, questi gli racconta anche di aver già lavorato con la ‘ndrangheta e in particolare con Natale Iamonte, capo della famiglia di Melito Porto San Salvo, cui aveva chiesto aiuto per affondare la Riegel, una nave carica di rifiuti radioattivi al largo, nelle acque internazionali, davanti alla costa Ionica.
    Anche Fonti si prodiga nello stesso settore e nell’arco di un paio di settimane, siamo sempre nel 1992, vengono affondate tre navi.
    In questo drammatico intreccio tra armi e scorie sarebbero stati coinvolti anche i vertici dell’allora Partito Socialista che trattavano con la ‘ndrangheta attraverso i servizi segreti.
    Riemerge la stessa identica commistione di poteri di cui avevano scritto tre giornalisti del settimanale Famiglia Cristiana, e di cui si era occupata anche ANTIMAFIADuemila anni fa con un’intervista a Gianpiero Sebri. Un quadro desolante che la dice lunga sulla folle irresponsabilità della politica e sul ruolo delle mafie. Un panorama agghiacciante su cui probabilmente stava lavorando la giornalista Ilaria Alpi assassinata a Mogadiscio assieme all’operatore Miran Hrovatin il 20 marzo 1994.

    Siluri che perforano la terra

    Il 10 marzo 2005, davanti alla Commissione bicamerale per il ciclo dei rifiuti, ha reso la sua testimonianza il procuratore Pace. Le sue parole sono, se possibile, ancora più inquietanti poiché provengono da un uomo dello Stato e non da qualsivoglia collaboratore o pentito che potrebbe essere molto più facilmente al soldo di chiunque.
    La sua indagine si era mossa proprio dal centro di Rotondella e lo aveva portato a stabilire che i contenitori nei quali erano conservati i rifiuti radioattivi liquidi ad alta attività, custoditi all’Enea, erano fortemente deteriorati e avevano già esaurito il tempo di sicurezza previsto. Giunti allo stato melmoso le scorie devono essere solidificate attraverso processi di vetrificazione o ceramizzazione, ma questi processi non venivano applicati. “Ho verificato ben tre incidenti nucleari”, ha spiegato il giudice, “dovuti alla rottura dei container. E non era che l’inizio”.
    Durante l’audizione il magistrato ha innanzitutto illustrato la grave difficoltà in cui si trovavano (e ancora si trovano) i vari governi nello smaltimento delle scorie radioattive. Non avendo elaborato alcuna soluzione il dibattito si è spostato sulla conservazione. Vennero avanzate ipotesi di ogni genere, dalla spedizione nello spazio fino alla decisione di interrare i residui nel sottosuolo. Ed è qui che spunta anche tra le parole di Pace la figura di Giorgio Comerio il quale era riuscito a mettere a punto una specie di siluro in grado di conficcarsi sui fondali marini. “Un progetto di alto livello anche dal punto di vista della sicurezza ambientale”. Comerio, che faceva parte del gruppo di esperti che lo elabora, riesce ad acquisirne il diritto d’uso e ribattezzandolo ODM, comincia a proporlo ai diversi Paesi. Non è poi un’impresa così facile perché nessuno tra Francia, Svizzera e Austria vuole essere il primo a gettare scorie nucleari in mare. Comerio non si arrende e con una serie di manovre riesce a farsi cedere da una giunta militare africana tre isole. Una per lui, da trasformare in un centro di smaltimento rifiuti radioattivi, una per Salvatore Ligresti che ci voleva costruire un villaggio turistico e una per lo scienziato Carlo Rubbia che avrebbe dovuto creare un sistema di energia da fornire sia all’impianto che al villaggio. Rubbia però si rifiutò.
    Nella fase di accertamento dei movimenti di Comerio, Pace lavora gomito a gomito con il procuratore Neri, il colonnello Martini e il capitano Natale Di Grazia della capitaneria di porto di Reggio Calabria. Il pool si rende conto molto velocemente di aver attirato l’attenzione. A Brescia, dove avevano installato la base operativa, gli inquirenti si accorsero che c’era un camper sospetto munito di telecamera che li filmava e furono costretti a cambiare ristorante dove abitualmente mangiavano a causa della presenza di personaggi sospetti, probabilmente iracheni. Al capitano De Grazia era affidato il compito di riepilogare gli affondamenti e di verificare cosa fosse accaduto in ognuno dei casi. Una mattina alle 10:30 chiamò il procuratore Pace e gli disse che lo avrebbe portato con un’imbarcazione nel punto esatto dove era stata affondata la Rigel. Lui si trovava a Massa Marittima e si stava recando a La Spezia per ulteriori accertamenti. Fu l’ultima volta che il magistrato lo sentì perché poche ore più tardi a causa di un malore il capitano, un giovane trentenne nel pieno delle sue forze, morì accasciandosi sul braccio del maresciallo Moschitta che guidava l’auto su cui si trovavano. Il magistrato, durante la parte segreta della seduta in Commissione, ha rivelato di aver avuto sempre l’intima convinzione che si fosse trattato di un assassinio.
    Data la gravità degli incidenti avvenuti presso la Rotondella Pace avvertì anche il Presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio, l’On. Dini il quale predispose di seguire la vicenda al fine di tutelare la sicurezza pubblica.
    Nel corso delle indigni il magistrato ebbe modo di esaminare i documenti circa i rapporti intercorsi in materia tra Italia e Stati Uniti e oltre a costatare la totale subalternità del nostro Paese ha appreso che l’Italia nel 1978 ha ceduto all’Iraq due reattori plutogeni Cirene, che servono per reperire la materia prima che i trattati di non proliferazione vietano di cedere. Presso Rotondella è stata poi rilevata la presenza di personale iracheno che apprendeva l’uso di tale teconologia. Nel 99 Pace fu trasferito a Trieste e non si occupò più direttamente di questi fatti.
    Che dietro tutta questa vicenda vi possano essere depistaggi e disinformazione è senza dubbio da mettere in conto, come suggerito dal magistrato stesso. Di solito è un espediente cui si ricorre quando vi è qualcosa di molto grave da nascondere, spesso peggio di quanto si fa trapelare.
    Per ora è certo che alcuni dei nomi citati dal Fonti ritornano in questa nuova inchiesta di Potenza destinata probabilmente ad aprire nuove piste investigative. ANTIMAFIADuemila seguirà l’intera vicenda anche a nome e in difesa di chi davanti agli uomini, per ora, non può farlo: la Terra. Sarà un pazzo questo pentito, ma non si può che condividere questa sua dichiarazione: “Chi pensa che in Italia e in Europa i rifiuti tossici e radioattivi siano stati smaltiti senza il coinvolgimento dei più alti vertici, è un ingenuo. Anzi: uno stupido. E ancora più stupido chi non capisce che questi personaggi stringono ancora le leve del potere”.