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    Calabria nell’angoscia: quante sono le navi dei veleni in fondo al mare?

    jolly

    di Giusva Branca – Inseguire a tutti i costi la verità spesso ha un prezzo altissimo.

    Da anni si rincorrono in maniera sempre meno velata le voci, le dichiarazioni di collaboratori di giustizia che sussurrano, a volte soffiano,

    di navi cariche di veleni affondate nei mari calabresi, jonico e tirrenico.

    Inchieste ostacolate con ogni mezzo, morti clamorose (Alpi e De Grazia) hanno fatto da tristissima cornice a decenni di silenzi e di immobilismi imbarazzanti. Quei pochi magistrati che hanno provato a vederci chiaro hanno trovato collaborazione zero dalle istituzioni che hanno il dovere di fornire uomini, mezzi e risorse economiche per attività costosissime.

    Eppure, negli ultimi quattro o cinque lustri il tam-tam, il passaparola sempre sussurrato si è fatto via via più insistente: “le navi esistono e sono anche numerose”.

    “Leggende, solo leggende, di fatti non se ne vede nemmeno l’ombra”; spesso si è preferito da parte di istituzioni e media liquidare così il problema. Eppure i dati, giorno per giorno, si facevano sempre più numerosi, circostanziati e, soprattutto, perfettamente congrui con le voci che continuavano a rimbalzare.

    E così, solo per restare agli ultimi elementi emersi, il tasso di radioattività di cinque volte superiore alla norma e la temperatura del suolo più alta di sei o sette gradi alla media nella zona di Serra d’Aiello, nei pressi del torrente Oliva, chiude una sinistra rima baciata con la vicenda della Jolly rosso, la nave spiaggiata esattamente in quella zona anni fa ed il cui carico resta ancora un mistero (ma non per i collaboratori di giustizia che hanno indicato la Jolly, al pari di altre navi, come colme di veleni).

    Il ritrovamento, stavolta fisico, visivo, di una nave adagiata a 500 metri di profondità nel mare di Cetraro, con la prua squarciata dalla quale si vedono nitidamente alcuni fusti contenuti nel natante, però, cambia – e di molto – le carte in tavola.

    Ora la nave c’è, le leggende lasciano mestamente la scena per fare spazio ad una realtà terribile. Ancora non è noto il contenuto dei fusti ma non è difficile accedere, a questo punto, alle più catastrofiche previsioni.

    Ma ora non è più tempo di incertezze per carità di patria. Le solite voci – che però abbiamo ormai compreso non essere leggende – parlano non di una, ma di decine di navi affondate un pò dappertutto sugli 800 chilometri di costa calabrese, tra mar Jonio e mar Tirreno.

    Affondare una nave non è una cosa nè facile nè economica, ed allora lo scenario si compone in tutta la sua grandezza. Le voci portano ad un gigantesco traffico di scorie nucleari che per decenni hanno trovato nel mare calabrese la loro tomba.

    Ora, atteso che l’Italia non produce scorie nucleari, il gioco si fa grande ma grande assai. Ci sono in mezzo altri Stati (produttori di energia nucleare), quasi certamente fette dei servizi segreti (più o meno deviati) italiani e, ovviamente, la ‘ndrangheta che, per risolvere il problema dell’ingombrante spazzatura di qualche Paese, non ha esitato, probabilmente, a compiere dei veri e propri crimini contro l’umanità.

    Ormai il coperchio è sollevato, nessuno può far finta di non vedere e, quindi, si rende necessaria un’immediata, profonda e complessa verifica e bonifica dei fondali calabresi, evitando – ora – che la comprensibile paura di scoprire l’inconfessabile sortisca il medesimo effetto che per anni ha prodotto l’esigenza di coprire l’inconfessabile.

    Anche perchè la tenuta dei fusti alla pressione delle profondità marine ed all’erosione dell’acqua non è infinita e potrebbe essere ancora non esaurita ma vicina alla scadenza, la qual cosa, se da un lato rende ancora possibile (ancorchè maledettamente difficile) rimediare al disastro, dall’altro rende la tematica di strettissima attualità.

    E, ancora una volta, per la Calabria non c’è più tempo…