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    La relazione “nascosta”. Lo sviluppo che non c’è¨: la Salerno-Reggio Calabria

    autostrada_a3 di Claudio Cordova

    1963, si comincia a costruire l’A3, Salerno-Reggio Calabria, l’autostrada che avrebbe collegato il Mezzogiorno al resto d’Italia. 443 chilometri, una lunghissima, immensa, lingua d’asfalto che si snoda, all’incirca per un terzo dell’Italia.

     

    Questa è la A3, Salerno-Reggio Calabria, l’unica arteria di scorrimento che, attraversando territori campani lucani e calabresi, collega il Meridione, Sicilia compresa, alla grande rete autostradale del resto Paese, senza l’obbligo di pedaggio, in base alla legge 729.

    I tempi di costruzione, dipanati nell’arco di una decina d’anni, sono abbastanza rapidi, un’autostrada che di autostrada ha ben poco e che diventa fin da subito un bocconcino piuttosto appetibile per le cosche.

    Proprio in quegli anni, la ‘ndrangheta è alla ricerca di una nuova identità, di nuovi palcoscenici da calcare, di nuovi investimenti da fare e, di conseguenza, di nuovi, tanti, soldi da maneggiare. Appare inevitabile come, per le cosche, la targa A3 diventi fin da subito una sigla da mettere al primo posto in agenda.
    L’accrescimento del patrimonio mafioso passa inevitabilmente dall’intrusione nella costruzione di opere pubbliche; e così ben presto le cosche si assicurano la quasi totalità degli appalti e gestiscono, direttamente o indirettamente, i cantieri già attivi nella costruzione del tracciato.
    Di ciò se ne accorgono tutti, tranne lo Stato e così sottomettersi al volere e ai costi della nuova politica ‘ndranghetista diventa oltre che obbligatorio, anche, paradossalmente, conveniente: sono le stesse ditte del Nord che gestiscono gli appalti a prendere, spontaneamente, contatti diretti con le cosche; in questo modo avranno “protezione” e la possibilità di lavorare senza subire danneggiamenti o sabotaggi.

    Fu il questore di Reggio Calabria, Emilio Santillo, uno dei pochi a capire e sottolineare come le imprese settentrionali vincitrici degli appalti si rivolgessero ad esponenti mafiosi prima ancora di aprire i cantieri. Scrive Francesco Forgione, nel quarto capitolo della sua relazione sulla ‘ndrangheta: “…contraevano così una sorta di precontratto per garantirsi la sicurezza e affidare loro le guardianìe, per selezionare l’assunzione di personale e assegnare le forniture di calcestruzzo, e le attività di movimento terra”.

    Insomma, fin dai primi giorni di vita della A3 le cosche riescono a mettere il becco un po’ ovunque, approfittando di ogni opportunità loro concessa; opportunità che, a partire dal 1997, quando cominciano gli infiniti (e tuttora attivi) lavori di ammodernamento dell’arteria, si moltiplicano a dismisura. Le cosche, da sempre e ancora oggi, hanno spartito la torta secondo zone di competenza, “a me tocca quello, a te tocca questo”.
    Appare quindi cristallino come tutto ciò freni i lavori e quindi lo sviluppo: che interesse dovrebbero mai avere le ‘ndrine ad accelerare i lavori, quando essi, invece, rappresentano un cospicuo ed assicurato bottino da spartire?

    L’autostrada, soprattutto nel periodo estivo, vive costantemente in una situazione di collasso, incapace di rispondere adeguatamente alla richiesta dei viaggiatori, che non possono che rimanere impatanati all’interno delle code che, obbligatoriamente, si formano con regolarità. Insomma la Salerno-Reggio Calabria è un cantiere infinito e i metodi di intervento e condizionamento delle cosche sono, più o meno, sempre gli stessi: com’è noto, negli anni ’70, quando la nascita della A3 è ancora in itinere, la ‘ndrangheta assume il controllo delle attività attraverso il pagamento di una percentuale del 3% sull’importo complessivo dei lavori e attraverso l’assunzione di lavoratori in cambio del controllo sui loro comportamenti. Oggi, come testimoniato dalla recente operazione “Arca” (così fantasiosamente denominata per la presunta posizione chiave di un sindacalista, Noè Vazzana), il cui procedimento, è bene precisarlo, è ancora in corso “attraverso l’affidamento dei subappalti a proprie imprese o imprese da esse controllate, provvedendo all’emarginazione di quelle non disposte a rientrare nel quadro predefinito dalle cosche e l’imposizione di forniture di materiali di qualità inferiore a quella prevista dai contratti a fronte di prezzi invariati”.

    Metodi antichi, tradizionali, talvolta spiccioli, ma dannatamente efficaci.

    4 – continua

    Le precedenti puntate:

     

    1) https://www.strill.it/index.php?option=com_content&task=view&id=12325&Itemid=47

    2) https://www.strill.it/index.php?option=com_content&task=view&id=12536&Itemid=47

    3) https://www.strill.it/index.php?option=com_content&task=view&id=12868&Itemid=47