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    La relazione “nascosta”. Lo sviluppo che non c’è¨: il porto di Gioia Tauro

    porto_gioia_tauro di Claudio Cordova

    Soffiano i venti della rivolta di Reggio Calabria, quando si parla per la prima volta del porto di Gioia Tauro, che avrebbe dovuto rappresentare l’affaccio sul mare del V centro siderurgico, che però, al pari delle altre promesse contenute all’interno del cosiddetto “Pacchetto Colombo

    ”, stilato per placare l’ira dei reggini a cui viene sottratto il capoluogo di regione, non verrà mai realizzato. Il porto di Gioia Tauro, invece, a distanza di venticinque anni, aprirà i battenti. Come riferisce Francesco Forgione nel quarto capitolo della sua relazione antimafia, le cosche non tardano ad accorgersi delle potenzialità economiche che lo scalo marittimo può fornire, come dimostrato dalle indagini condotte tra il 1996 ed il 1998 dalla Squadra Mobile e dalla D.I.A. di Reggio Calabria, confluite nel processo denominato “Porto”, che porterà alla condanna di numerosi imputati.

    Scrive Francesco Forgione: “Il processo, conclusosi nel 2000, ha dimostrato che la realizzazione del più importante investimento di politica-industriale mai pensato per il Sud, era stato preceduto da un preventivo accordo tra la multinazionale diretta dall’imprenditore Angelo Ravano (la Contship Italia, ndr) e le cosche Piromalli – Molè di Gioia Tauro e Bellocco – Pesce di Rosarno, allora come oggi dominanti nella Piana di Gioia Tauro, unite in un unico cartello e unitariamente rappresentate nelle trattative dal boss Piromalli… L’accordo prevedeva il pagamento di una sorta di “tassa” fissa di un dollaro e mezzo su ogni container trattato in cambio della “sicurezza” complessiva dell’area portuale. La cifra potrebbe apparire irrisoria ma va rapportata al numero complessivo di containers trattati annualmente, quasi 3 milioni oggi e circa 60.000 all’epoca, per capire quanto essa rappresenti un’enorme fonte di liquidità”.Insomma, se per mettere in funzione il porto è servito un quarto di secolo, per capirne le potenzialità economiche le cosche impiegano molto meno tempo. Per spartire la grande torta le famiglie sono persino disposte a rimanere in pace armata: “…come rilevato dalla stessa D.D.A. la fase di pace che caratterizza l’attuale momento storico e l’assenza di manifestazioni eclatanti di violenza verso le imprese può avere una sola spiegazione: le cosche hanno deciso di gestire nel silenzio i grandi affari che si prospettano nella Piana e di continuare a sfruttare nel modo migliore il controllo che esse esercitano sul porto”.

    Traffico illecito di rifiuti, contrabbando di tabacchi, traffico di sostanze stupefacenti: queste le vie percorse dalla criminalità organizzata che sfrutta i 7500 containers che il bacino portuale movimenta ogni giorno su tratte nazionali ed internazionali, per intrufolare le proprie attività, che, come rivelato dalla relazione del gennaio 2008 della Direzione Centrale Anticrimine, continuano ad avere un peso straordinario nelle azioni economiche dello scalo e della Piana.

    Lo Stato però, ancora una volta, dimostra di combattere un elefante con una pistola ad acqua, perchè con piccoli accorgimenti diventa facilissimo eludere le fragilissime norme stilate per contrastare la criminalità organizzata.

    Scrive Forgione: “È particolarmente allarmante che nell’area portuale siano ancora presenti imprese accertatamente mafiose già individuate nel corso dell’indagine “Porto” le quali, ricorrendo al semplice espediente del cambiamento di denominazione o ragione sociale, hanno tranquillamente continuato per anni, e continuano tuttora, ad operare”.

     

    3 – continua

     

    Le puntate precedenti:

     

    1) https://www.strill.it/index.php?option=com_content&task=view&id=12325&Itemid=47

    2) https://www.strill.it/index.php?option=com_content&task=view&id=12536&Itemid=47