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    Enrico Costa scrive alla Preside: "Cara Francesca…"

    Carissima Francesca

    Tutti sanno da quando, e quanto, il sottoscritto lavori senza sosta, e con, mi sia consentito, qualche riscontro, per un sempre più articolato rapporto fra l’università e la società, e quindi è noto quanto apprezzi “Porte Aperte ad Architettura”.

    Tutti sanno anche che non mi stanco mai di decantare i meriti di una Preside con la quale, pur nella dialettica costruttiva, si riesce sempre a trovare un punto di incontro e di condivisione.

    Ho apprezzato la prima edizione di “Porte Aperte ad Architettura” l’anno scorso, ho condiviso l’idea della sua ripetizione quest’anno ed ho temuto che la terza edizione, l’anno prossimo, non si possa fare (malgrado il proverbio che “non c’è due senza tre”) quando ho saputo che quella buontempona del Ministro Gelmini si è messa in testa – oltre che di moralizzare il sistema dei concorsi imponendo la questione morale e spazzando via qualsiasi conflitto di interesse – anche di rivoluzionare l’architettura della governance del sistema universitario italiano, spazzando via le facoltà universitarie, salvando solo dipartimenti e corsi di laurea.

    Eppure non tutto funziona sempre a puntino, neanche nella mitica “Porte Aperte”, l’autentico fiore all’occhiello dell’attuale Presidenza. Me ne sono accorto subito, quando sono stati resi noti i programmi della manifestazione, ed avendo un’autentica fissazione per l’autonomia identitaria dei nostri corsi di laurea, l’ho segnalato alla Preside, alla Vicepreside, ai Presidenti di Corso di Laurea, ai Direttori di Dipartimento, ai Coordinatori dei Collegi dei Docenti dei Dottorati di Ricerca di area Architettura della “Mediterranea” (mi sono dimenticato solo del Magnifico Rettore, anche lui geloso custode dell’autonomia delle nostre articolazioni, e me ne scuso), perché non potevo non preoccuparmi non poco di una annunciata tavola rotonda (e dibattito) dal titolo “Architetti oggi: sulla formazione dell’Architetto”.

    Malgrado ne abbia viste e continuo a vederne tante, non riesco neanche stavolta sono riuscito a non rimanere a dir poco davvero stupefatto, lamentavo che gli organizzatori, tutti presi dal premio per la migliore cartolina e da premiazioni varie, dal pensare a sport e feste da ballo, alla bella e rosseggiante grafica della locandina, e ad altro ancora, con quella tavola rotonda si fossero dimenticati di qualcosa di molto importante: l’articolazione della nostra scuola, fin dalle origine, in più corsi di laurea tutti, sembrerebbe ovvio, con pari dignità.

    Possibile che non ci si sia ancora accorti, o che non lo si voglia fare, che la nostra scuola, oltre ad essere stata la prima con lo IUAV ad articolarsi in Corsi di Laurea (cosa che ormai da tempo fanno anche le altre), potrebbe invece di vantarsi di Corsi di Laurea che per storia e spessore (parlo di Urbanistica, Storia e Conservazione, Paesaggio ed Edilizia, nessuno dei quali notoriamente forma architetti) sono fra i più prestigiosi d’Italia!

    La formazione di Urbanisti, Conservatori, Paesaggisti e del Tecnico dell’Edilizia non interessa l’attuale Facoltà? Non vedo perché non dovrebbe! Ed invece ci attardiamo a riflettere solo e soltanto sulla formazione dell’Architetto.

    Certo, se nel nostro Ateneo si fosse consentito di sviluppare gli studi economici qualcuno avrebbe anche potuto spiegarci qualcosa sul concetto di marketing, ed invece no, continuiamo ad oscurare ciò che si fa con competenza e dedizione. Non pensando che i Corsi di laurea portano studenti, e quindi soldi, solo che gli si concedesse quella visibilità che dobbiamo costruirci da soli, ed in fin dei conti, per il fatto stesso di aver dovuto dimostrare il possesso dei requisiti minimi, aggregano non meno di una sessantina di docenti di ruolo.

    Anche stavolta, non stancandomi mai di credere nei meriti di una Preside con la quale, pur nella dialettica costruttiva, si riesce sempre a trovare un punto di incontro e di condivisione, si è parlato con serietà e sincerità delle soluzioni possibili, ed il mio invito “Apriamo gli occhi, please”, sembrava essere stato accolto. Come si poteva non resistere alla metodologia che impone, per ricondurre all’unità le diversità, di lavorare “cercando di capire come trovare soluzioni condivise”?

    Viene annunciato con grande pompa un nuovo titolo, questa volta condiviso, cioè “Architettura e nuovi percorsi formativi”. Con addirittura la partecipazione in locandina degli increduli Presidenti dei diversi Corsi di Laurea della Facoltà.

    E invece niente (mancanza di informazione o mancanza di rispetto per le capacità di mediazione della Presidenza, od indeflettibile arroganza del coordinatore?), di fronte ad Ospiti di rango (addirittura il Vicepresidente del CUN!), studiosi di fama, con l’aggiunta di un sano rampantismo, nella prima giornata di “Porte Aperte”, con tutti presenti i Presidenti dei diversi Corsi di Laurea, ci viene spiattellata niente popò di meno che la solita riflessione, solo e soltanto sulla formazione dell’Architetto: prendere o lasciare!

    Naturalmente, tranne per chi la parola se l’è presa perché il diritto di pensare nessuno ce lo può levare, alla fine non veniamo neanche invitati ad intervenire, rendendoci conto che nell’italiano che si parla qui “partecipazione di …” vuol dire inequivocabilmente “con la gradita (purché si taccia) presenza di …”: “signora mia, tanto per fare numero in sala (e ce n’era tanto bisogno …)”, avrebbe detto la famosa casalinga di Voghera.

    E allora dovrei concludere che ci siano Porte e Porte, le PORTE APERTE con tanto di riflettori soltanto sul “salotto buono” di Architettura, e le PORTE CHIUSE, rigorosamente, sugli sgabuzzini nei quali rinserrare presenze culturali, magari scomode, ma senza le quali sulla scena nazionale ed internazionale non saremmo noi stessi, come Urbanistica, Storia e Conservazione, Paesaggio ed Edilizia?

    Dovrei concludere portandomi via la mostra dei nostri lavori? Chiudendo il nostro Stand tanto amorevolmente pensato e realizzato? Rinunciando a farci conoscere dai liceali? Smettere di porre problemi non disturbando più manovratori e manovratori dei manovratori?

    E invece no, insisto perché una vita passata all’opposizione mi ha insegnato a non rinunciare agli spazi minimi dati per gentile concessione, e che anche dagli sgabuzzini, purché si abbia voglia di fare, puoi parlare a tutti, ascoltato e citato, si possono organizzare grandi eventi senza hostess e senza pranzi, spendendo soltanto trenta euro in fotocopie …

    E puoi anche guardare con sufficienza (tanto, tranne sparute pattuglie di fedelissimi, in Aula Magna non c’era tanto pubblico, quasi nessuno, e neanche uno studente delle scuole) al fatto che da queste parti ci si continui ad attardare discettando solo e soltanto della formazione dell’Architetto, eludendo l’obbligo di riflettere, e riflettere davvero, e sulla formazione dell’Architetto e dell’Urbanista, e del Conservatore, e del Paesaggista e del Tecnico dell’Edilizia. Troppo difficile?

    Magari ricordandomi di alcuni detti che a Roma, nel clima di un’infanzia segnata a caratterizzato da alcune nostalgie del Duce e dall’evocazione minacciosa da guerra fredda, quella tosta, segnata dal culto della personalità del Grande Georgiano (da “Aridatece er Puzzone” ad “Ha ’da venì Baffone!”), ci venivano frequentemente ripetuti.

    Il “Puzzone”, per fortuna, nell’Italia democratica e tesa alla ricostruzione non poteva tornare, così come non potrà tornare né quell’“Architetto Integrale” alla Giovannoni, che noi del popolino chiamiamo “Architutto” (che non è ovviamente il prezioso negozio sul Viale della Libertà), né potrà affermarsi il pensiero unico. Speriamolo.

    Il “Baffone”, invece, sempre invocato nel silenzio di alcune coscienze staliniste, verrà e come, ma sotto le leggiadre forme del Ministro Gelmini, che, finalmente, speriamolo, ci farà chiudere le tanto amate Facoltà (per la verità già saggiamente abolite dal DPR 382 del 1980, quando nessuno pensava che dovevamo parlare il linguaggio cosmopolita della “governance”).

    Peccato, ma speriamo che qualche cireneo o qualche veronica avrà ancora voglia di pensare a “Porte Aperte”

    Ma PORTE APERTE davvero. Spalancate! Magari un po’ più austere e risparmiose. Meno patinate. Minimaliste?