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    Reggio, mentre la classe dirigente spariva il gorilla prendeva i comandi…ma qua non si salva nessuno…

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    di Giusva Branca – “Pianga in modo convincente, sia un buon capro” dicono di continuo a Benjamin Malaussene, personaggio cardine dei romanzi di Daniel Pennac, professione

    capro espiatorio, e che, in qualche maniera ricorda, ma solo per una parte, la politica reggina.
    La porzione rispetto alla quale proprio le due parti non possono essere assimilate è quella relativa alle responsabilità ed agli effetti diffusi  diretti ed indiretti sulla nostra società e sui territotri:,  praticamente nulle quelle di B. Malaussene, che è e resta un buon uomo, uno qualunque; pesantissime sono quelle della politica reggina (che vedremo più avanti) e di una classe dirigente che latita sul campo delle azioni. Le figure alla B. Malaussene in fondo ‘servono’.. servono ad allontanare nella coscienza di noi tutti, nelle polemiche sulle responsabilità collettive, sulle responsabilità della politica, il senso di colpa per non aver partecipato e non aver assolto, ciascuno nel proprio ruolo e per le proprie capacità, al proprio compito di uomo sociale.

    LA SCELTA DEL CAPRO

    Ma anche la scelta del ‘caprio espiatorio’ ha un prezzo poiché evoca contesti ed atteggiamenti da nuova santa inquisizione e perché brucia, nell’oggi, le risorse, gli uomini, il tempo, necessario ad avviare o proseguire un nuovo corso.

    Ecco, noi oggi abbiamo consumato il tempo a nostra disposizione per dimostrare di esserci come fattori causativi del nostro progresso.  Per esserci non basta rilevare gli errori,  interrogarsi sulle responsabilità, accertarli.. per esserci oggi occorre incidere significativamente ciascuno con il proprio contributo. La discussione non può solo partorire il pianto di un popolo deve contenere i principi, programmi e determinare azioni.
    La partecipazione alla cosa pubblica non è graziosa concessione, non si attende sul davanzale di una finestra aperta su un campo di guerra.. o peggio ancora, non la si attende, seduti in riva al fiume, che ci passi accanto assieme a qualcos’altro.. ‘la partecipazione’ ed il governo nella ‘sussidiarietà orizzontale’ si conquistano.
    La partecipazione è fatica, soprattutto in un epoca di risorse scarse che esige il  forte impegno e la disponibilità al il sacrificio di tutti ed in particolare di coloro che, nei nostri territori, si qualificano per appartenere alle  classi  dirigenti, nella politica, nelle pubbliche amministrazioni, nelle varie professioni, all’interno degli ordini di appartenenza, nell’economia.
    Tutti, nessuno escluso.
    Certo, rispetto, però,  alla (apparente) comodità (per gli altri) del ruolo di capro espiatorio, la coincidenza è quasi perfetta.

    E su questo si consuma il dibattito alimentato da chi il capro espiatorio lo ha individuato per comodità e chi ne rifugge il ruolo sconfessandone le accuse.

    La battaglia non lascia né vinti né vincitori e il domani è come ieri: vuoto, vuoto di fatti cose azioni concrete, cioè quelle in grado di incidere sul corso della storia.. della nostra storia.

    IL GRANDE EQUIVOCO SULLA CLASSE DIRIGENTE

    Negli anni, alimentata da responsabilità enormi della classe politica, si è fatta strada la errata convinzione secondo la quale la classe dirigente del nostro territorio coincida, in buona sostanza, con la classe politica nella misura in cui a quest’ultima ne ha reclamato il ruolo di rappresentarla..
    Questo errore, in parte voluto, di questi tempi comodo per molti, continua, però,  ad avvelenare i pozzi di un dibattito di prospettiva che dovrebbe essere serio e scevro da strumentalizzazioni .

    Luciano Gullino, sociologo di chiara fama, ravvisa l’insorgere di una crisi nel sistema sociale nel momento in cui la classe dominante, pur mantenendo un certo dominio, ha smarrito la capacità di dirigere intellettualmente e moralmente la società occidentale ed ecco che, allora, nel definire la classe dirigente è del tutto indispensabile non confonderla con la classe dominante, né con la classe politica. L’una e l’altra possono essere una parte della classe dirigente e neppure la più ampia.

    Che il futuro del territorio sia nella migliore delle ipotesi segnato è evidente proprio dalla assoluta assenza, dalla totale afasia di una classe dirigente o meglio delle classi dirigenti che sembrano sparite, inghiottite dalle loro  stesse mediocrità, da un lato, e dalla non terzietà dall’altro, alimentata, questa, da continue e spesso inconfessabili commistioni di interessi rispetto a scelte che dovrebbero essere poste in essere in nome e per conto del territorio tutto.
    E’ facile – e anche giusto – dare addosso alla politica; il livello, culturale e tecnico degli operatori cittadini, fatti salvi un manipolo di loro, è veramente desolante, infimo, ben al di sotto del minimo sindacale per poter avviare un discorso serio, di prospettiva, per potere individuare la via di un futuro che si presenta con la faccia peggiore ma che in qualche maniera va comunque affrontato.

    E quando scende la sera e le luci sui dibattiti si spengono cosa resta della discussione oltre al fermento, giusto, plausibile, ma da solo inidoneo a muovere il mondo.

    Tutto si muove, nulla si muove, tutto resta fermo.
    Ed all’indomani, il nuovo giorno si apre con uno scenario ancora più desolante di quello di un giorno in meno e con sempre mano tempo per costruire un nuovo percorso condiviso, rilanciando una carta dei servizi e di governo del territorio sostenibile che parta da una graduale, corretta, ponderata, obiettiva  mappatura dei bisogni.

     

    LA POLITICA IMMOBILE

    E’ invece la politica è ferma, immobile; tranne qualche ricorrente zuffa da pollaio con annesso, stucchevole, rimpallo di responsabilità, non si riesce praticamente mai a mettere in piedi un ragionamento su ciò che sarà, sulle scelte che dovranno essere effettuate per il futuro.
    Tutto immobile, fermo, paludoso, in attesa di questa benedetta decisione degli organi competenti sullo scioglimento del Consiglio con ipotesi di prospettiva da settimana enigmistica di Ferragosto.. e guai a sbagliare la compilazione delle caselle altrimenti il sistema non quadra ed occorre ripartire da principio…
    In pochissimi si sono esposti rispetto alla Città che si immaginano, che vorrebbero, per la quale è necessario lavorare tutti assieme. Massimo Canale, more solito, ha lanciato più di qualche segnale rimasto “vox clamantis in deserto”, nessun dibattito si è innescato intorno a quale idea di città perseguire.
    Da queste colonne avevamo già timidamente avanzato la proposta per la quale, alla luce dei tempi durissimi che ci attendono per rientrare dal “buco” di bilancio, sia indispensabile, indifferibile, una sorta di bilancio preventivo partecipato.
    Lo ripetiamo qui, ufficialmente, invitando il Sindaco Arena e l’assessore Berna, prima di portarlo in Aula, a discuterlo in un forum allargato alla stampa, alle associazioni, alle rappresentanze di categoria, insomma, alla classe dirigente.

    LA CLASSE DIRIGENTE SPARITA

    Eccoci arrivati: la classe dirigente.
    Sissignore, quella sparita, fantasma.
    Soprattutto in questi mesi di confusione sarebbe stato doveroso e necessario che su alcune tematiche i rappresentanti più autorevoli di essa dicessero la loro, dessero un segnale, indicassero una via, pur in eventuale discordanza l’uno con l’altro.
    Niente, nemmeno uno sbadiglio, solo silenzio.

    IL SILENZIO IMBARAZZATO DEGLI ORDINI PROFESSIONALI

    Mentre rappresentanti autorevolissimi dell’Ordine dei Commercialisti finivano invischiati in vicende tragiche da un lato e giudiziariamente da chiarire dalla sbarra di un Tribunale dall’altro il silenzio dell’Ordine professionale è stato totale, diremmo tombale pensando alla sorte di Orsola Fallara.

    Anche un paio di avvocati sono finiti nei pasticci, con varie modalità, e anche qui l’Ordine degli Avvocati si è distratto abbastanza, così come ha fatto per i rumors  relativi alle modalità di assegnazione degli incarichi professionali del Comune di Reggio.
    Chi si aspettava che l’Ordine respingesse indignato le insinuazioni provenienti da più parti politiche ripassi, chi pensava che le cavalcasse si faccia visitare.

    Neppure l’Ordine dei Medici, stimolato dall’arresto di un suo autorevolissimo rappresentante, ha inteso sfruttare l’occasione per affondare il coltello in una piaga, quella dei “certificati medici” compiacenti tristemente esistente.

    ASSINDUSTRIA DISTRATTA
    Distratti anche dalle parti di Assindustria: negli ultimi due anni le più prestigiose realtà imprenditoriali del territorio sono scoppiate come bolle di sapone e, di recente, indagini della magistratura hanno più che adombrato una pericolosissima commistione con le cosche, ma ad Assindustria si è preferito far finta di niente fischiettando come il bimbo nel bosco per farsi coraggio.

    D’altra parte proprio Assindustria esce da anni di porcherie interne, figurarsi se si ha la forza (e la faccia tosta direbbe qualcuno) di alzare la voce.

    SINDACATI A CORRENTE ALTERNATA

    Distratti, distrattissimi sulla vicenda grande distribuzione (quando c’era da farlo, pronti a reagire dopo, per rifarsi una verginità, quando tutto era inutile) i sindacati, mentre attendiamo di conoscere, al di là della stucchevole e insignificante frase che si rifà alla “salvaguardia dei livelli occupazionali”, cosa (leggasi vicenda-Multiservizi, ma anche questione riguardante le richiesta di restituzione da parte dell’Amministrazabbiano in mente da proporre al Comune per cercare di mantenere in equilibrio il sistema post-bolla ione di circa 22 milioni percepiti negli anni da dipendenti, funzionari e dirigenti e sulla quale i segnali sono ancora timidissimi).

    ASSOCIAZIONI DI CATEGORIA E DIRIGENZA P.A: SIETE TIMIDI…

    Timide anche le associazioni di categoria, puntuali quando si tratta di snocciolare in maniera notarile i numeri della crisi, completamente assenti sul fronte della proposta.
    Timidissime anche le dirigenze nelle pubbliche amministrazioni, invero categorie superstiti tra strali di cattiva gestione, che si tenta di isolar sul campo (ma il danno è fatto!) ed esperienze isolate di onestà, dedizione ed impegno. Invero, categoria quest’ultima, oggi impegnata nella sua stessa sopravvivenza, mentre la si sta circoscrivendo ad una riserva di desaparecidos.

    IN ATENEO VOLANO GLI STRACCI E SI CHIUDONO LE FINESTRE

    In tutto ciò, anche loro alle prese con gli stracci che volano da anni all’interno delle loro mura, i rappresentanti dell’Ateneo reggino (e vedremo se il cambio del vertice produrrà un’attesissima inversione di rotta) non si sono degnati di mettere becco praticamente mai rispetto a scelte che in numerosi casi investivano comunque tematiche per le quali la competenza tecnica dei rappresentanti di Ateneo sarebbe stata decisiva.
    Il contributo di una Università alla Città è anche (o principalmente) questo, altrimenti a che serve?
    E invece nessuno come loro è divenuto, negli anni, maestro a tirar su il ponte levatoio e sguinzagliare i coccodrilli che, con l’occasione, potessero addentare al volo e riportar dentro qualche straccio inavvertitamente volato fuori dalla finestra…

    LA STAMPA: SPESSO SCHIERATA, MAI PROPOSITIVA

    La stampa locale ha prodotto alcuni ottimi cronisti, qualche aspirante nuovo Papa, moralizzatore e predicatore, ma – complice il fatto che è dovuto arrivare strill.it per dotare Reggio di un quotidiano reggino – per valutazioni che non fossero solo retrospettive, fondi autorevoli e, soprattutto, che si presentassero come terzi, si è atteso spesso inutilmente.
    Quasi mai uno slancio di proposta, quasi mai un’analisi di prospettiva che completasse la denuncia, tranne qualche pregevole analisi di esperti maestri, oggi migrati sul web per virtuale necessità.

    Scrivevo tempo fa:

    Troppe volte, negli anni, il giornalismo calabrese ha venduto l’anima al diavolo giocando su equivoci, su titoli forzati o su pezzi “di contesto”, il tutto non solo avvelenando pozzi già messi male per conto loro, ma, soprattutto, mettendo spesso in difficoltà di comprensione lettori che quotidianamente devono fare i salti mortali per decodificare una realtà tanto inconfessabile quanto intricata.
    Dall’altra parte, in posizione speculare, un altro pezzo di giornalismo ignora sistematicamente problematiche e guai, responsabilità e valutazioni etiche dipingendo un paese dei balocchi che non solo – ovviamente – non c’è, ma rischia di far sentire come tanti cretini quei lettori che non hanno la forza, gli strumenti per – anche qui – decodificare.
    In mezzo a questi due blocchi stanno i colleghi (che pure ci sono) che offrono ai lettori giornalismo equilibrato, che non hanno paura ad andare contro i potenti e i potentati ma neppure ad andare, quando lo ritengano in tutta coscienza, contro l’onda, contro le aspettative della massa. Tre blocchi nella stessa “squadra”, dunque. Tre “blocchi” con regole, codici, fini molto diversi gli uni dagli altri. Anche qui una sorta di garanzia per una squadra perdente.

    LA MAGISTRATURA CHE HA FATTO SCEMPIO DI SE’ STESSA

    Scrivevo nello scorso febbraio, dopo le vicende giudiziarie che hanno fatto scattare le manette ai polsi di due magistrati reggini, Giusti e Giglio

    Nel complesso la magistratura calabrese, nei decenni, non ha dato al sistema il contributo necessario per combattere la palude del malaffare, in qualche caso, spesso per periodi prolungati, si è scesi ben al di sotto del minimo sindacale.
    Comportamenti dubbi, veleni diffusi che spesso, troppo spesso, si sono trasformati in vere e proprie fazioni nel tritacarne delle quali in troppi casi è finita l’amministrazione della giustizia hanno fatto da contraltare a decenni di inerzia, di occhi chiusi, di sensori appannati, figli in qualche caso di commistioni di vita e di affari inconfessabili.
    In questo quadro, pur a fronte di numerosi esempi di magistrati coscienziosi e coraggiosi, indipendenti e rigorosi, la credibilità generale, sociale nei confronti della magistratura calabrese ne è risultata fatalmente compromessa. Il richiamo, recentissimo, a fronte delle vicende che hanno coinvolto i togati Giglio e Giusti, dei Presidenti dei Tribunali di Reggio e Vibo, Gerardis e Lucisano, alla sobrietà e trasparenza di comportamenti e frequentazioni è parso non solo autorevole come i pulpiti dal quale proveniva, ma del tutto congruo e necessario in questa fase storica della Calabria.

    Ora, è evidente che strictu sensu la magistratura non può essere considerata classe dirigente nell’ottica di un orientamento, di una individuazione di linea da seguire, di obiettivi da perseguire, ma può – e deve, ormai nel suo complesso, non in maniera schizofrenica rispetto al tavolo sul quale finiscono i fascicoli – garantire rigore ed equilibrio, serieta e profondità di valutazione unita alla umiltà necessaria a chi si accosta a destini così importanti e sui quali, attraverso gli atti, possono incidere in maniera pesantissima e con conseguenze a catena poi non più controllabili.

     

    QUELLA CHIESA DISCRETA

    Molto discreta, diremmo impalpabile, anche la Chiesa che, pure, ad esempio, ne avrebbe avuto di spunti per scagliarsi contro la corruzione (materiale e morale) dilagante e per ricordare ai fedeli che il Regno dei Cieli non si coniuga esattamente con queste pratiche, né, tantomeno, vi si può accedere tramite esse (anche se le indulgenze non le ho inventate io, ma questa è un’altra storia…).


    IL FALLIMENTO E’ SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI

    E’ pure vero che in un sistema positivo (democratico e normativo) che vacilla e mostra frequenti crepe, che ha difficoltà mantenere tenuta nel breve (… figurarsi nel lungo periodo), è difficile pensare e programmare una cittadinanza attiva.  E nelle discussioni aperte di questo Ferragosto appena trascorso c’è chi ricorda che un sistema che non ha norme certe (perché averne troppe è come non averne) è un sistema in perenne disordine, instabile, che si delegittima e diventa ingiusto poiché stracolmo di norme che, incapaci di aderire alla realtà, rischiano di rimanere inefficaci o disattese, pronte ad essere modificate o sostituite da un colpo repentino di spugna. A cosa serve una norma che ha tradito la sua funzione?

    Ed allora che la parsimonia l’oculatezza e la razionalizzazione siano fatte proprie anche da parte di un legislatore frenetico.. a volte schizofrenico. E anche da queste colonne abbiamo rilanciato la riflessione sulla necessità della condivisione etica e rieducazione al metodo..in tutti gli ambiti e settori..partendo anche, dunque,  da quello legislativo e da quella classe dirigente deputata a questa funzione.
    Quando il sistema di regole positivo vacilla si cerca la rete di protezione nei valori e principi fondamentali umani alla base della carta sociale, nei quali ritrovarsi per garantire tenuta e coesione al sistema.
    Gli effetti di questo fallimento sono sotto gli occhi di tutti  poiché quando il sistema di diritto non assolve alla sua funzione primaria, di disciplinare situazioni giuridicamente rilevanti e rapporti, la domanda di tutela  diventa patologica e le istanze ingolfano il sistema giustizia, ingolfano le stanze dei tribunali per anni, per decenni… e la repressione diventa regola mentre agli  operatori impegnati si chiede di fare i nuovi giustizieri.

    Un territorio che, negli anni, ha generato un’afasia dilagante, non poteva sfornare una classe intellettuale numerosa e vivace e, infatti, chi ne vedesse un rappresentante vero, autorevole, è pregato di appiccicargli sulla schiena un cartellino con una scritta che ne indichi la condizione, simile a quella dei beni patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

     

    SE NON SI E’ CAPACE NEPPURE DI COMPRENDERE I FENOMENI E ANALIZZARLI DOPO, COME SI FA A DETERMINARLI?

    E allora, volendo tirare le – agghiaccianti – somme di questo ragionamento, il dato che viene fuori è tranciante: visto che non esiste una classe dirigente che si sia dimostrata (nel complesso, ovviamente, i singoli sono esclusi sempre se non sono così tanti da incidere significativamente sulla media) in grado dapprima di comprendere i fenomeni man mano che si delineavano (o non lo ha voluto, il che è ancora peggo); considerato che, subito dopo, una volta che tali fenomeni si erano palesati in tutta la loro virulenza, non è esistita una classe dirigente nemmeno  in condizione di fingersi stupita e dire “ohibò, non me lo aspettavo”, è probabilmente da folli attendersi che questi soggetti (meglio, questi fantasmi) possano lanciarsi in valutazioni di prospettiva, proposte, scelte coraggiose, apertura di tavoli di confronto, spunti critici e in qualche caso provocatori.
    In due parole questa classe dirigente non c’è, o almeno così pare, poichè se c’è non si manifesta adeguatamente… allora è come non esserci.
    Tra i gli eterni ‘Dei’ folgoranti di  idee luminose declamate da più torri ed i ‘non dei’ mossi dall’istinto necessario della sopravvivenza, è tempo di augurarsi  la  concreta quotidiana azione di hombres verticales  e che essi si manifestino più numerosi di quanto il pessimismo del momento ci induca a ritenere.

    E’ tempo che oltre al risveglio delle coscienze si scrivano programmi di azioni sostenibili capaci di essere effettivi ed efficaci, concreti subito, eppure capaci di resistere nel tempo.
    Certo, ancora una volta, sarebbe molto, molto più comodo, rimettere tutto nelle mani di quel capro espiatorio che è la politica e di quelli che, a sua volta, la politica di turno addita come capri espiatori,  perchè di colpe ne hanno comunque tali e tante che nessuno se ne accorgerà se gliene addossiamo qualche altra…

    IL GORILLA

    Ma un conto sono le colpe attribuite altra storia è quella che riguarda le scelte, perché in una società complessa, nel rimpallo delle responsabilità salta il sistema organizzativo, saltano i ruoli ed si confondono i compiti, si finisce per non capire chi sia alla guida,  salvo scoprire, come fecero nella barzelletta i veterinari che interrogavano il gorilla unico sopravvissuto di un incidente aereo, che in volo piloti e hostess facevano gli affari loro e alla cloche c’era proprio lui, il gorilla…