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    Reggio: il bilancio partecipato non è solo un obbligo morale. Fuori i secondi.

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    di Giusva Branca – La comprensione dei tempi che corrono è elemento essenziale dell’attività politica e più essa è corretta, maggiore ne discende la capacità di programmare ed adottare

    scelte adeguate – nel merito e nel metodo – di realizzare azioni, cioè, che siano adeguate ai bisogni dei cittadini in questi tempi.

     

    Lo abbiamo già scritto più volte e lo ribadiamo: sul tema del prossimo bilancio preventivo che dovrà presto essere portato all’approvazione dell’Aula ci pare ineludibile da parte dell’Amministrazione comunale e, nello specifico, del Sindaco Arena  e dell’assessore al bilancio Berna, la convocazione in tempi rapidissimi di un Forum aperto alla presenza della stampa, caratterizzato dalle audizioni  di tutte le parti sociali, delle associazioni di categoria, di tutti quei soggetti qualificati, singoli ed aggregati, che rappresentino sul piano sociale  le  istanze provenienti dal territorio .

    Questa è la corretta visione di quel bilancio partecipato che chiediamo all’Amministrazione Comunale di volere assumere nel dotare l’Ente di uno strumento programmatorio della spesa e delle entrate in un momento storico così delicato; lo chiediamo non solo per assecondare una generica esigenza di trasparenza alla quale nessun interlocutore istituzionale è auspicabile si tiri indietro, ma, soprattutto, per consentire, attraverso questa forma di partecipazione, la condivisione di quel documento contabile che, redatto dall’Amministrazione ed adottato dalla massima Assise cittadina, conterrà principi, programmi e risorse destinate al governo del nostro territorio e della comunità nell’immediato futuro.

    La partecipazione in questa  fase prodromica sta dunque per condivisione essenziale – tra chi amministra e chi è amministrato – di informazioni, dati ed elementi utili a comprendere, ad operare le scelte.

    E’ necessario che Sindaco e Assessore comunichino chiaramente di quali risorse si disporrà e da dove saranno attinte, come saranno distribuite ed impiegate rispetto ai fabbisogni ed ai servizi, quale sarà la spesa essenziale e che genere di tagli si renderanno necessari, come intendano procedere, in che ambiti ritengono sia necessario praticarli.

    Dall’altra parte del tavolo le parti dovranno indicare le linee che, secondo ciascuna, sarebbe opportuno seguire, ma in maniera concreta, indicando analiticamente dove e come operare, come si dice “a saldi invariati”, perché la disponibilità di spesa è il dato principe, la stella polare alla quale uniformare il cammino.
    A monte è anche necessario che Arena indichi chiaramente alla sua comunità, fatto salvo il momento drammaticamente contingente, che tipo di futuro si intende provare a perseguire (speriamo non ad inseguire), che genere di città ci si immagina.

    Tramontata nei fatti (ammesso che sia mai esistita) la “Reggio città turistica” come unico modello di sviluppo, come fonte unica propulsiva dell’economia locale, bisogna comprendere in fretta quali siano i modelli di crescita da perseguire per il futuro della Città e come si ritiene plausibile siano realizzati mediante programmi sincronici, partecipati e, soprattutto, sostenibili, lontani dai quei meravigliosi angoli di cielo che ci sono stati dipinti e che – fatalmente – erano destinati a rimanere su tela.

    Da ciò discendono immediatamente scelte, anche pesanti e immediate, che il Comune di Reggio deve effettuare e per le quali un confronto preventivo (prima di portare il bilancio in Aula) serio e aperto – tramite la stampa e le parti sociali – è imprescindibile, anche perché, francamente, in questo momento storico, non ci pare proprio sussistano le condizioni da parte dell’Amministrazione per mostrare i muscoli.
    Per arrivare a una discussione che non si impantani nei soliti particolarismi e rimpalli di responsabilità sono necessarie: 1) la volontà di aprire un tavolo che non si appiattisca, more solito, sulle (vere o presunte) responsabilità politiche e/o giudiziarie dello stato di cose (per le quali arriveranno i giudizi dell’elettorato e della magistratura e che già occupano ampio tempo e spazio sottraendolo alla gestione concreta da parte di chi deve e può fare); 2) muovere da alcuni dati certi sul piano strettamente contabile/amministrativo, dai dati necessari, dagli elementi di criticità e dalle esperienze e risultati positivi  delle gestioni amministrative precedenti sui quali continuare a fare leva.

    Il primo equivoco da spazzare è quello relativo al rapporto tra disavanzo (o “buco di bilancio”, chiamatelo come volete) e bilancio corrente.
    La voragine finanziaria lasciata in eredità dal “modello Reggio” ammonta a 107 milioni di euro, da ripianare necessariamente entro i prossimi tre esercizi di bilancio (con una media superiore ai 35 milioni di euro all’anno).

    Questo ripianamento dovrà necessariamente avvenire attraverso la dismissione dei beni di proprietà comunale (una vera e propria miniera dovuta essenzialmente alle dinamiche post-ricostruzione 1908) e tramite altro genere di entrate (leggi ad esempio condono edilizio).
    Il 2012 si chiuderà con introiti sottoscritti vicini ai 50 milioni di euro, quindi più che soddisfacenti, ma l’assessorato di Berna dovrà informare la Città relativamente alle previsioni per gli anni 2013 e 2014 che potrebbero essere per ovvie ragioni – esaurita la spinta iniziale – in calo.
    Il resto, la parte mancante da questo tipo di introiti che definiremmo “straordinari”, dovrà giungere dalla lotta all’evasione e/o dall’aumento delle tariffe.

    Prima di pensare ad aumentare le tariffe (ad esempio aliquota Imu sulla seconda casa o Tarsu) sarebbe bene considerare un dato agghiacciante: fino a un anno fa nel Comune di Reggio Calabria la popolazione che  pagava le imposte comunali (si pensi all’acqua, alla Tarsu e all’Imu) non superava il 50%, mentre ora, comunque, nonostante un giro di vite notevole, si supera il 60% ma non si arriva al 70%.
    E’ chiaro che basterebbe solo operare su questo fronte per garantire rientro da un lato (è possibile riscuotere il dovuto andando indietro al massimo di 5 anni, il che vorrebbe dire che quattro annualità servono per il pregresso e una per il corrente) e, una volta censiti gli evasori, allargamento stabile della base imponibile (e dunque maggiori introiti stabili per i singoli esercizi) dall’altro.

    Certo, viene da chiedersi perché mai in tutti questi anni politica e burocrazia abbiano fatto a gara per non curarsi di un aspetto così importante del sistema, al punto da rasentare l’incoscienza, mentre, come ben sappiamo, d’altra parte si allargavano voragini di bilancio.
    Ma il tema si allargherebbe a dismisura e tornerebbe nuovamente a focalizzarsi sulle capacità gestionali di una classe, politica e dirigenziale, quasi sempre clamorosamente impreparata a coniugare teoria con operatività, principi di buona e corretta gestione con prassi.

    Il problema, serissimo, del bilancio previsionale che presto dovrà andare in Aula, nasce da due ulteriori fattori: mancata ottimizzazione della spesa e riduzione dei trasferimenti provenienti dal Governo centrale.
    Partendo dal secondo aspetto è subito sera, per dirla col poeta, dal momento che sono almeno 14 i milioni dei quali il Comune di Reggio non potrà disporre rispetto alla scorsa annualità, a fronte di un bilancio complessivo che si aggirerà intorno ai 170 milioni complessivi.
    E proprio qui che il bilancio partecipato dovrà trovare massima esaltazione.

    Tenendo presente, infatti, che già con i 14 milioni che adesso mancheranno, il Comune doveva integrare per garantire i servizi (sulla qualità dei quali spesso è meglio stendere un velo), allora è clima da “fuori i secondi”, insomma è tempo di scelte.

    Scelte difficili, scelte dolorose, scelte in qualche caso impopolari, scelte sulle quali metterci la faccia.
    Scelte sulla quali, appunto, prima di prenderle in via definitiva e portarle il Aula, l’Amministrazione comunale ha il dovere – etico e morale – di confrontarsi, in un momento di portata storica per la sua delicatezza.

    E’ necessario prendere strade nette, chiare, serve avere il coraggio di rimettere in discussione, carte alle mano, l’intera impalcatura della spesa pubblica cittadina. Non è detto che ciò che è stato possibile fino a ieri lo sia anche domani; tante famiglie, ad esempio, hanno dovuto, in questi mesi, rinunciare all’abbonamento Sky dopo anni di tranquilla visione o alle vacanze, da sempre simulacro inattaccabile.
    Ecco, proprio l’intera struttura della spesa pubblica dovrà essere discussa con la città nei modi che abbiamo indicato sopra, senza rendite di posizione o santuari intoccabili, pur nella consapevolezza che ‘i tempi’ di estremo rigore imporranno scelte qualificate e motivate.
    Le scelte riguardanti i servizi sociali, il terzo settore, le fasce deboli dovranno giovarsi della forza di un nuovo patto etico tra classi sociali del quale necessariamente da ora in avanti il Comune dovrà rendersi al tempo stesso propugnatore e custode.

    Gli amministratori  dovranno avere la forza di ascoltare anche parole ruvide provenienti dai soggetti qualificati che si identificano negli stakeholders e, successivamente, dovranno trovare quella di scegliere comunque in autonomia e di tirare fuori dal cilindro quelle scelte che esprimano lungimiranza e coraggio; la condivisione sarà germe di spontanea osservanza delle nuove regole da parte di tutti noi e di coloro che ne saranno i naturali destinatari.

    In poche parole gli amministratori dovranno dimostrare di essere all’altezza del momento epocale che la storia ha posto sul loro cammino giocando sulla tempistica e sfidandoli a palesare la loro congruità di spessore rispetto a chi, invece, ne rimarca l’inadeguatezza; ciò dovrà essere fatto con equilibrio, rigore ma anche attraverso quella positività convinta che è necessaria, pur nei momenti bui, per parlare e guidare  una comunità.
    Perché la schizofrenia delle scelte politiche, lo scollamento tra livello politico e livello dirigenziale, e peggio ancora, il mare che troppo spesso si apre tra quello che si deve fare e ciò che, alla fine, si fa, porta ad essere, come diceva il premier greco Karamanlis, “ottimisti al mattino e pessimisti al pomeriggio”.
    Il che costituisce il modo migliore per andare a letto devastati da delusione e senso di inadeguatezza, il viatico migliore per negarsi quel po’ di futuro che resta…