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    Quella politica alla quale servono i questuanti e che ha sprezzo del ridicolo…

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    di Giusva Branca – Più grave del problema c’è solo la mancata percezione del problema. Ebbene le modalità disinvolte di raccolta voti da parte del neo-ammanettato

    consigliere regionale Antonio Rappoccio vanno a braccetto, ad esempio, con colui il quale lo ha preceduto dietro le sbarre, Santi Zappalà, ma, se possibile, rendono ancora più meschino il quadro generale della situazione.
    La Calabria non è mai stata (e probabilmente non sarà mai) una terra libera; non lo sarà perché, nella più classica delle accezioni relative alla dignità umana, non si può esser liberi se non si è affrancati dal bisogno e l’asticella del limite invalicabile per ciascuno si abbassa sempre di più.
    Si abbassa di pari passo con l’aggravarsi della crisi, col moltiplicarsi dei bisogni-base inevasi e anche, a voler essere spietatamente onesti, col cedere delle “difese immunitarie di onestà” di ciascuno, al giorno d’oggi molto meno disponibile di una volta ad affrontare situazioni anche drammatiche in nome del rigore morale.
    Ma se quei bisogni devono essere evasi da quella politica che, invece, ha necessità di avere dietro le porte pletore di persone questuanti e spesso disperate per poterle poi ricattare, è evidente che l’obiettivo generale è tenere “sotto schiaffo” il maggior numero di persone.
    Poi, certo, anche lo spessore criminale (cioè lo spessore del crimine contestato) è figlio della personalità di ciascuno ed allora alla Calabria tutta (o quasi) le braccia cadono non tanto per il terzo consigliere regionale in manette prima ancora della boa di metà consiliatura, ma per le modalità, il livello, il contesto.
    Francamente faccio fatica a decidere se considerare più vomitevole il tentativo di accaparrarsi voti promettendo posti di lavoro a gente disperata (con tanto di scheda informativa circa il voto dei familiari) o se, una volta eletto, fare a tutti loro come Alberto Sordi: “Lavoratoooriiiii, tiè!”.
    E però se il livello è questo (Zappalà che si presenta dal boss col cappello in mano, Rappoccio che scientemente sfrutta la disperazione della gente) l’intera classa politica calabrese dovrebbe porsi il problema di cosa sia diventata.
    Perché la responsabilità penale (e anche quella etica) è certamente personale, ma quando i comportamenti cominciano a palesarsi come diffusi, allora si prospetta anche una responsabilità collettiva, come categoria.
    In qualche maniera evoca il padre che non è certo responsabile delle malefatte dei figli grandi ma se molti hanno preso strade sbagliate qualche responsabilità ce l’avrà pure…
    E invece anche stavolta, fino alla fine, la politica ha scelto di non scegliere e di proteggere (rectius, credere di proteggere) se stessa: “il segretario nazionale del PRI, Nucara” – si legge in una nota del Partito – “ha immediatamente provveduto a sospendere dal partito Rappoccio”.
    Ora, veramente, ce ne vuole di sprezzo del ridicolo per fare uscire una nota di tal fatta: l’istituto della sospensione cautelativa nasce proprio per “congelare” la posizione di un iscritto al partito in attesa che lui la possa chiarire e, dunque, per evitare che possa arrecare pregiudizio al partito medesimo.
    E qui, nonostante le reiterate(e documentate) denunce di Chizzoniti – che pure era candidato sotto il medesimo simbolo di Rappoccio e proveniva dal medesimo partito di riferimento – Nucara per oltre due anni, nonostante polemiche e indagini, iscrizioni nel registro degli indagati e dichiarazioni di pentiti, non si è espresso sulla vicenda neppure con uno sbadiglio.
    Ora giunge “l’immediata” sospensione, quando, tra l’altro, è perfettamente inutile, attesa la detenzione di  Rappoccio e la prossima sospensione dalla qualità di consigliere regionale (il suo posto verrà preso da Chizzoniti che da oltre due anni sosteneva l’assoluta “irregolarità” della competizione elettorale che lo aveva visto sconfitto).
    Anzi, visto come sono andate le cose e visti, anche, gli andazzi tipici calabresi, Rappoccio è stato molto sfortunato. Sarebbe bastato che dietro di lui il dato elettorale gli piazzasse un soggetto meno combattivo e magari più “addomesticabile” ed il gioco sarebbe stato facile.
    Invece gli è toccato Chizzoniti…