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Magistrati e giornalisti: imputati, alzatevi!

19 Maggio 2013
in EDITORIALI, Editoriali, RUBRICHE
Tempo di lettura: 4 minuti
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tribunale
di Giusva Branca
– Tra i magistrati posso vantare qualche buon amico, un po’ di conoscenti ed un paio di maestri di vita; tra i giornalisti alcuni amici, moltissimi colleghi e qualche maestro

di professione.
Abbastanza per sentirmi obbligato ad affrontare la tematica delle responsabilità

con serietà e senza falsi infingimenti.
E le responsabilità di entrambe le categorie nello stato del Paese probabilmente, della Calabria certamente, diciamolo, sono altissime. Sono tanto più alte quanto più si tenga presente che esse rappresentano, o dovrebbero rappresentare,  chi giudica – da un lato – e chi informa dall’altro. In qualche modo due parti terze…almeno così dovrebbe essere…
Ora, è chiaro che quando si argomenta di gruppi, di categorie, la trappola delle generalizzazioni è sempre dietro l’angolo e però, di contro, oltre questo pericolo si cela quello, altrettanto grave, per cui, nel tentativo di evitarle si omette ogni tipo di critica, figurarsi di autocritica.
E allora procediamo per gruppi, come fosse una squadra – in questo caso due – limitiamoci a guardare il suo rendimento complessivo e alle analisi del comportamento dei singoli giocatori ciascuno proceda in proprio comminando promozioni e bocciature.
Identifichiamo il recinto temporale – diciamo – agli ultimi 50 anni e facciamo in fretta a comprendere che, nel complesso, nonostante la buona volontà di molti singoli, la “squadra” dei magistrati ha offerto un rendimento del tutto inadeguato rispetto a ciò che ci si attendeva.
Nel complesso la magistratura calabrese, nei decenni, non ha dato al sistema il contributo necessario per combattere la palude del malaffare, in qualche caso, spesso per periodi prolungati, si è scesi ben al di sotto del minimo sindacale.
Comportamenti dubbi, veleni diffusi che spesso, troppo spesso, si sono trasformati in vere e proprie fazioni nel tritacarne delle quali in troppi casi è finita l’amministrazione della giustizia hanno fatto da contraltare a decenni di inerzia, di occhi chiusi, di sensori appannati, figli in qualche caso di commistioni di vita e di affari inconfessabili.
In questo quadro, pur a fronte di numerosi esempi di magistrati coscienziosi e coraggiosi, indipendenti e rigorosi, la credibilità generale, sociale nei confronti della magistratura calabrese ne è risultata fatalmente compromessa.

 

Il richiamo, recentissimo, a fronte delle vicende che hanno coinvolto i togati Giglio e Giusti, dei Presidenti dei Tribunali di Reggio e Vibo, Gerardis e Lucisano, alla sobrietà e trasparenza di comportamenti e frequentazioni è parso non solo autorevole come i pulpiti dal quale proveniva, ma del tutto congruo e necessario in questa fase storica della Calabria.
Cosa sarà da qui in avanti non è cosa facile prevedere, ma ad oggi il quadro medio è desolante: se i massimi, probabilmente gli ultimi, custodi dello stato di diritto e, conseguentemente, dello schema sociale, non riescono ad offrire un contributo medio che, anche se non altissimo, comunque si stagli ben al di sopra del livello si sopravvivenza, a ben poco serviranno i picchi di professionalità che la rotazione degli organici e le qualità etiche dei singoli garantiscono.
Serve che la magistratura calabrese recuperi quel senso di indipendenza dei singoli togati, di quelli che hanno creduto in questa funzione studiando per anni.

Quel senso di indipendenza travolto, nei decenni,  da correnti e gruppi che – chi si intende di calcio capisce bene – da sempre hanno spaccato prima lo spogliatoio e poi le speranze di raggiungere qualsivoglia obiettivo.

***
Non  migliore il quadro che riguarda l’altra “squadra”, quella dei giornalisti.
Il giornalismo calabrese, nei decenni (anche qui i singoli che giocano o hanno giocato delle ottime partite non sono bastati a fare tenere alla squadra un comportamento decente) si è ritagliato dapprima un ruolo di cane da compagnia del potere e poi, in aggiunta a questo, troppo spesso anche uno spazio di affiancamento alle attività della magistratura inquirente e che in numerosi casi ha travalicato il compito di racconto, senza sconti ma asettico, di quanto accade.
Nell’un caso e nell’altro troppo spesso il giornalismo calabrese ha annullato totalmente lo spirito critico che deve animare ogni valutazione e deve agire a 360 gradi. Per una copia in più, per un titolo strillato – come nel resto del Paese, ma in un territorio ad altissimo rischio – troppe volte il giornalismo calabrese ha venduto l’anima al diavolo giocando su equivoci, su titoli forzati o su pezzi “di contesto”, il tutto non solo avvelenando pozzi già messi male per conto loro, ma, soprattutto, mettendo spesso in difficoltà di comprensione lettori che quotidianamente devono fare i salti mortali per decodificare una realtà tanto inconfessabile quanto intricata.
Dall’altra parte, in posizione speculare, un altro pezzo di giornalismo ignora sistematicamente problematiche e guai, responsabilità e valutazioni etiche dipingendo un paese dei balocchi che non solo – ovviamente – non c’è, ma rischia di far sentire come tanti cretini quei lettori che non hanno la forza, gli strumenti per – anche qui – decodificare.
In mezzo a questi due blocchi stanno i colleghi (che pure ci sono) che offrono ai lettori giornalismo equilibrato, che non hanno paura ad andare contro i potenti e i potentati ma neppure ad andare, quando lo ritengano in tutta coscienza, contro l’onda, contro le aspettative della massa.
Tre blocchi nella stessa “squadra”, dunque. Tre “blocchi” con regole, codici, fini molto diversi gli uni dagli altri. Anche qui una sorta di garanzia per una squadra perdente.
Da ragazzo vedevo il giornalismo come il sogno, la massima aspirazione; poi, prima di decidere di inseguire il sogno, feci per un decennio l’avvocato e lì imparai a conoscere da vicino la magistratura, che vedevo come una sorta di sacro ordine.
Oggi entrambe le “squadre” non rappresentano niente di nobile per me, niente di “sacro” a prescindere e questa medesima valutazione vale per migliaia di persone comuni.
Ci restano solo i singoli giocatori, ma fare il tifo per uno o due singoli in una squadra perdente è come fare il tifo per Beccalossi e Altobelli nell’Inter che perdeva sempre.
Alla fine ti innamoravi di loro e di disamoravi del calcio.

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