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    Reggio Calabria – Uno straordinario Falaguasta incanta il teatro Cilea restituendo gentilezza e normalità

    di Grazia Candido (foto di Gianni Siclari) – Semplicemente straordinario. Bastano queste due parole per descrivere lo show “Neanche il tempo di piacersi” dell’attore romano Marco Falaguasta, un vero mattatore del palcoscenico, un comunicatore raffinato ed elegante che, con un testo ironico, divertente, reale è riuscito a raccontare un passato ormai andato ma non dimenticato e un presente difficile ma ugualmente affascinante e che va vissuto senza se e senza ma.

    Ieri sera, al teatro “Francesco Cilea”, ad aprire l’anno nuovo della stagione teatrale dell’Officina dell’Arte, la stand-up comedy scritta dall’attore Falaguasta, Tiziana Foschi e Alessandro Mancini e prodotta dall’istrionico Nicola Canonico per la “Good Mood”, che ha vinto la sfida accettata dal direttore artistico Peppe Piromalli e, insieme al suo coraggioso pubblico, finalmente ha vissuto qualche ora di puro divertimento accarezzato da quell’emozione che fa vibrare di nuovo i cuori.

    Sulle note di “Strada facendo” di Claudio Baglioni, inizia il viaggio nel tempo di Marco quando appena adolescente, allo stadio Flaminio di Roma, entra nel mondo dei grandi.
    “Era il 1985, la vedete quella mano lì con l’accendino su tra la folla? Era la mia. Oggi ho 50 anni (breve pausa dell’attore). Ce ne fosse uno che abbia detto ma come li porti bene – scherza subito il protagonista strappando la prima risata di una lunga serie al pubblico -. La nostra società è cambiata: mia nonna faceva la portiera, era la matriarca della famiglia e il primo principio che trasmise era che non bisognava buttare niente. Era una accumulatrice seriale. Per esempio, a Carnevale tutti i miei cugini erano vestiti da Zorro e pure io indossai quel costume. Crescendo però, la maschera non poteva essere buttata via e allora, vestirono anche mia sorella ma da Zorro passò ad essere la nonna di Zorro”.

    In un racconto pregno di ricordi indimenticabili e quella giusta nostalgia che mostra come eravamo e cosa invece siamo diventati, Marco accompagnato dalle musiche di “Paradise” e “The Wild boys”, sciorina le sue feste con gli amici mascherato da Calabrone, vestito sempre fatto artigianalmente dalla nonna (e anche se non gli piaceva tanto, lo indossò rispettando il principio di famiglia: “Se una cosa piace a te, non devi preoccuparti di ciò che fanno gli altri”), la sua prima cotta con Lavinia, la Principessa di tutti i Regni, le uscite con il motorino Ciao, la richiesta di passare il Capodanno non con la famiglia ma con gli amici, l’essere genitore, la burocrazia, la tecnologia.
    Il vulcanico interprete è un fiume in piena, accende il confronto con il suo pubblico, lo rende partecipe anche dei suoi sketch nati sul momento (come quello di non guardare il telefono a teatro che si nota il riflesso della luce blu in faccia e alla risposta di uno spettatore: “Sto guardando Immuni”, Marco incalza: “E proprio ora devi vedere se sei vaccinato?), catapultandolo in quella realtà più umana, fatta di rapporti veri e semplici, non mediati dalla tecnologia odierna.

    Come un abile tessitore, Marco “ricama” con le parole storie quotidiane che hanno sempre un inizio e una fine ma, quello che colpisce di più di questo racconto vero, è la parsimoniosa ricerca di costruire un rapporto maturo, fatto di amore e non di silenzi, tra un padre e i suoi figli. Un confronto generazionale tutt’altro che facile e scontato ma che Marco riesce a farlo con semplicità rispecchiando una realtà che potrebbe spaventare chi non si apre al dialogo con l’altro.
    Non è così per il protagonista che fa una corretta e puntuale autocritica nei confronti della sua generazione, quella dei cinquantenni, genitori che, probabilmente, hanno sbagliato qualcosa, nel consentire usi e costumi che, ai tempi loro, erano inimmaginabili.
    “Quello che stiamo facendo stasera succede solo in uno spettacolo dal vivo. A chi ha avuto paura di venire a teatro, parlate di questo incantesimo – postilla Marco prima di passare ad un altro principio della nonna che ha insegnato ai suoi nipoti che per avere qualcosa dalla vita bisogna meritarla -. Crescendo, per fare qualsiasi cosa, ho iniziato a chiedere il permesso ai miei genitori. Oggi, questo uso è diventato un disuso. Se a mia figlia chiedo: Esci? Lei mi risponde: “Te lo faccio sapere”. Ma te faccio sapere io se esci o no! La nostra è stata una generazione che sapeva che sopra la sua testa c’era un’autorità che era la famiglia. Pensate alla generazione dei miei nonni che ha fatto delle conquiste, ha lottato per i propri diritti, si è opposta alla burocrazia perché siamo noi che li mandiamo al Governo e non siamo stupidi ma complici. Dignità è il valore che i genitori devono trasmettere ai figli ed io ero pronto a diventare padre in base a quei principi inculcati ma ad un certo punto, è arrivata la tecnologia”.

    Gli applausi frequenti di un pubblico stregato da storie per nulla dimenticate, fanno capire che è vero che quei tempi non ci sono più, come dice Marco: “Non esistono più le nonne di una volta, oggi sono tutte su Instagram, fighe assurde, prima partivano per andare al Paese, ora sono a Cuba con il compagno”, non c’è più il corteggiamento tra uomo e donna, il desiderio di fare colazione attorno ad un tavolo tutti insieme ma, è anche vero, che è avvenuta un’evoluzione che ha cambiato il mondo, ha migliorato tante cose e peggiorato altre sacrificando a volte, anche i rapporti umani. Ma se il coraggio dell’uomo è quello che ci vuole per alzarsi e parlare è anche vero, che ci vuole coraggio per sedersi ed ascoltare.
    “Ecco, ora io mi chiedo come è possibile che non ci accorgiamo che nostra figlia è una Baby Squillo o nostro figlio è vittima di bullismo oppure è il bullo di turno o ha paura di dirci che ama un altro dello stesso sesso? – domanda Marco al pubblico -. Forse, non ascoltiamo, non prestiamo loro attenzione e giudichiamo troppo. Come diceva Zenone: “La ragione per cui abbiamo due orecchie ed una sola bocca è che dobbiamo ascoltare di più e parlare di meno”.
    Una lunga standing ovation abbraccia il magnetico Falaguasta che, in meno di due ore, da solo sul palco, è riuscito non solo a restituire quella leggerezza che la pandemia ha rubato all’uomo ma ha donato a Reggio Calabria parole gentili, brevi e facili da pronunciare ma il cui eco è infinito. Come la sua bravura nel fare una satira che colpisce anche i cuori più duri e porta in scena la semplice e pura realtà.